di Sandro Moiso

Iain Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca post-coloniale, Meltemi, Milano 2018, pp. 180, euro 15,00

Il testo appena ripubblicato da Meltemi è comparso per la prima volta in lingua inglese nel 1994, mentre la sua prima edizione italiana risale al 1996 per l’editore Costa & Nolan. E proprio lo stesso editore aveva già avuto il merito di far conoscere al pubblico italiano un altro testo di Iain Chambers, Ritmi urbani. Pop music e cultura di massa, comparso originariamente in lingua inglese nel 1985. Anch’esso ripubblicato oggi da Meltemi.

L’attuale riedizione di “Paesaggi migratori”, già preceduta da un’altra, sempre per Meltemi, del 2003, costituisce ancora una scelta valida proprio per la persistenza degli argomenti e delle riflessioni che ne costituiscono il centro gravitazionale d’attenzione. Tali argomenti sono costituiti dalla realtà storica attuale delle migrazioni e delle immigrazioni dei popoli ex-coloniali verso quelle che un tempo costituivano allo stesso tempo il cuore delle metropoli coloniali (Europa e America del Nord) e dell’Occidente, inteso qui non soltanto come luogo geografico, ma, soprattutto, come luogo dell’immaginario culturale, filosofico e politico che dello stesso ha fatto il simbolo della modernità e dei suoi valori.

In realtà, come sottolinea ripetutamente l’autore, le attuali migrazioni rappresentano un fenomeno storico destinato non solo a cambiare i volti e i confini delle nazioni che ne sono toccate, ma anche un radicale sovvertimento dell’ordine disciplinare e delle gerarchie culturali che proprio sui “progressi dell’Occidente” hanno fondato le proprie ricerche, ipotesi e conclusioni. Sia nel campo del diritto che della storia e della sociologia.

Iain Chambers è ascrivibile al novero degli studiosi esponenti dei postcolonial studies. Insegna Studi culturali e media e Studi culturali e post-coloniali del Mediterraneo presso “L’Orientale” dell’Università di Napoli e ha sempre dedicato un’estrema attenzione alla frammistione tra le culture metropolitane e le culture importate dalle realtà a queste esterne, un tempo colonizzate ed oggi postcoloniali.

Lo ha fatto inizialmente attraverso la musica giovanile o pop e le sue contaminazioni derivate dall’incrociarsi della musica ‘bianca’ con quella ‘nera’ proveniente dall’Africa e/o dai Caraibi.
Oggi, come in parte in questo testo e in particolare in Mediterraneo blues. Musiche, malinconie postcoloniali, pensieri marittimi (pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2012), continua ad occuparsi di musiche meticce e dei loro sviluppi in ambito mediterraneo, ma la sua ricerca non si sofferma soltanto sugli aspetti sociologici e musicologici dell’incrocio tra musiche e culture diverse e lontane per radici e tecniche.

Piuttosto Chambers intende partecipare al sovvertimento radicale dei presupposti culturali che fondano la cosiddetta “modernità occidentale” dimostrando come tale sovvertimento epistemologico non derivi da un parto cerebrale ma, piuttosto, dal fatto concreto del presentarsi sulla scena della Storia di un fatto che è allo stesso tempo nuovo e vecchio di almeno cinquecento anni. Quello del contatto diretto con uomini, donne, culture che si rifiutano di essere oggetti, come gli studi accademici vorrebbero per comodità di ricerca, pretendendo materialmente di essere soggetti attivi della trasformazione delle società e degli immaginari che le sottendono.

Chambers chiede al lettore, come altri autori recentemente presi in esame dal sottoscritto proprio sulle pagine di Carmilla (Daniel Lord Smail, Frantz Fanon, Sandro Luce, Houria Bouteldja), di allontanarsi da quell’Io occidentalizzato che sta alla base di una ormai superata ma allo stesso tempo ostinata rappresentazione del mondo e del suo divenire, per prendere coscienza di come tale formulazione in chiave ‘progressista’ del dominio occidentale e dell’uomo bianco sulle culture altre non costituisca altro che la giustificazione di quel razzismo e di quel nazionalismo che certo presunto progressismo finge di combattere.

Dopotutto, i migranti sono letteralmente prodotti dall’ordine del nostro legiferare sul mondo. Si produce il soggetto legale in contrapposizione a quello che non viene riconosciuto. In altre parole, la rappresentazione legale e politica richiede la rimozione e la repressione di altri corpi umani, facendo di loro degli oggetti esclusi.1

Semplificando, se l’essere umano proviene da un paese in cui il diritto occidentale non si è ancora del tutto affermato, dovrà essere educato al nostro sistema di diritto oppure escluso. Cosa, la seconda, che avviene quasi sempre. Ma, come afferma lo stesso autore, «nessuno nasce illegalmente o migrante» ed è proprio su questo fulcro che le idee astratte di giustizia, identità e appartenenza acquisiscono il loro volto concreto e troppo spesso nefando mentre, proprio in grazia dell’essere corpi reali e in carne ed ossa, i migranti che attraversano i confini sovvertono l’ordine stabilito poiché non possono essere registrati o assorbiti senza sovvertire quell’ordine. Anche epistemologico, come si è affermato prima.
Afferma dunque l’autore che si rende oggi necessario pensare con la migrazione:

Così che da oggetto di indagine sociologica o culturale – e dunque ridotta a un fattore esclusivamente economico o a una crisi politica – la migrazione venga interrogata come presenza complessivamente ben più profonda e ben più ampia nella comprensione della modernità. […] E questo implica, in ultima analisi, che la questione non può essere semplicemente concentrata sul corpo del migrante reso spettacolo – che vive, annega e muore ogni giorno nei notiziari – ma ci trascina nel cuore dell’attuale economia politica, nei suoi modi di dirigere e disciplinare l’ordine del mondo.2

Le vite precarie dei migranti contemporanei, affermando il diritto di muoversi, migrare, fuggire, non solo scardinano il modo in cui dovrebbero rispettare il posto assegnato loro dalla storia; ma segnalano anche la modalità precaria contemporanea della vita planetaria (sia umana che non).3

La migrazione non soltanto sfida l’ordine neo-liberale del mondo e la sua convinzione che tutto possa sempre essere riportato sotto controllo, ma ci sfida anche ad uscire da quella che consideriamo la “nostra cultura”.

Essere ‘italiano’, ‘inglese’ o ‘americano’ non è il risultato di una decisone autonoma. Ci viene insegnato come esserci e rispondere a questa posizione. E’ una pedagogia, sia nel senso ovvio della scuola e dell’istruzione, ma anche nelle pratiche politiche, pubblicamente amplificate, dell’immaginare e celebrare la nazione. Fa parte di chi pensiamo di essere, come rispondiamo, e perciò profondamente sedimentata nelle metodologie più ristrette delle discipline – storiografia, geografia, letteratura, scienze politiche, antropologia, sociologia…- che applichiamo nel fare senso del mondo.4

La migrazione, inoltre, non sfida solo la divisione territoriale, culturale e politica del pianeta, ma ci impone di uscire da quel ‘noi’ identitario, sotteso e latente, su cui alla fine fanno leva i peggiori aspetti del nazionalismo e del razzismo, troppo spesso travestiti di progressismo e dozzinale classismo, per « rinegoziare la propria eredità e radicalmente riorientare i propri linguaggi di appartenenza e di comprensione».


  1. I.Chambers, Paesaggi migratori, Meltemi 2018, pag. 9  

  2. I. Chambers, op. cit., pag. 8  

  3. Ibidem, pag. 11  

  4. Ibid., pag. 12  

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