di Gioacchino Toni

Maurizio Calvesi, Avanguardia di massa. Compaiono gli indiani metropolitani, Postmedia Books, Milano, 2018, pp. 102, €12,60

«Gli esiti ulteriori delle avanguardie non sono ipotizzabili che in una direzione di massa e politicamente incidente, e, piaccia o no, le ultime [sono venute], con il loro neoavanguardismo tra manieristico e goliardico e tuttavia sperimentato in una corretta ipotesi antiprofessionale e intersoggettiva da quegli sciagurati degli indiani metropolitani» Maurizio Calvesi

A distanza di quarant’anni dalla sua prima pubblicazione nel 1978 torna in libreria, grazie a Postmedia Books, il volume in cui Maurizio Calvesi ragionava, “in diretta con gli eventi”, sul processo di appropriazione e riuso dei linguaggi dell’avanguardia da parte di gruppi giovanili a ridosso del ’77. La nuova edizione di Avanguardie di massa, che ai saggi contenuti nell’originaria aggiunge altro materiale di Calvesi, rappresenta il primo volume della collana Quaderni della Fondazione Echaurren Salaris che, oltre alla gestione di una tra le principali collezioni esistenti di pubblicazioni futuriste e di materiali legati alla controcultura italiana, è attiva nella promozione di studi e pubblicazioni incentrati su tali argomenti. La collana, diretta da Raffaella Perna, intende promuovere e diffondere lo studio dell’arte e della cultura visiva del XX e XXI secolo attraverso la pubblicazione di materiali di approfondimento della storia delle prime e seconde avanguardie del Novecento e, soprattutto, della controcultura italiana e internazionale.

In una serie di scritti stesi a ridosso dell’esplosione del ’77, e raccolti in Avanguardia di massa, Calvesi riflette sul recupero e sul riutilizzo dei linguaggi delle prime e delle seconde avanguardie novecentesche da parte dei gruppi giovanili sul finire degli anni Settanta. Collage, détournement ed happening diventano pratiche di sovversione del linguaggio egemonico e con esso strumenti dell’azione politica con cui una parte importante del movimento del ’77 sferra il suo attacco all’immaginario dominante. Si può dire che in quel roboante scorcio di anni Settanta la sperimentazione artistica sia davvero fuoriuscita dagli atelier di un’avanguardia ristretta divenendo patrimonio condiviso da quella moltitudine di studenti, giovani lavoratori precari e proletari scolarizzati che compone il movimento del ’77. L’avanguardia si è fatta di massa.

«Diversamente da altri intellettuali italiani che in quel momento prendono in esame il fenomeno», scrive Raffaella Perna nella Postfazione alla nuova edizione di Avanguardie di massa, «la prospettiva adottata da Calvesi è quella dello storico dell’arte, attento più agli esiti espressivi e linguistici che all’ideologia promossa dai gruppi antagonisti» (p. 92). Da accademico individua puntualmente i richiami alle avanguardie novecentesche e da critico militante analizza attentamente le modalità di riappropriazione e quelle con cui cui vengono agiti nel presente. Perna ricorda come lo studioso in un volume del 1970 dedicato al Futurismo – Calvesi fu sicuramente tra i primi nel dopoguerra ad intraprendere una sua rivalutazione critica – avesse già individuato in quel movimento d’avanguardia una fonte per le contestazioni del ’68 cogliendo i punti di contatto «nel disprezzo dell’accademismo e delle istituzioni, nell’apologia della gioventù, nell’antiriformismo, nel vitalismo e nel rifiuto dell’arte romantico-borghese» (p. 92). L’aver saputo individuare gli elementi di continuità tra prime e seconde avanguardie novecentesche, continua Perna, ha sicuramente permesso allo studioso di guardare senza pregiudizi alle esperienze creative portate sulla scena dagli indiani metropolitani.

I ragionamenti di Calvesi partono dal confronto tra l’inaugurazione nel febbraio del 1977 del Centre George Pompidou a Parigi e la comparsa degli indiani metropolitani visti come due aspetti complementari di massificazione della cultura: se nel primo caso, secondo lo studioso, è possibile individuare un esempio di nuovo consumismo culturale, nel secondo è ravvisabile una modalità di consumo da intendersi come distruzione permanente.
È a partire da tale riflessione che Calvesi giunge ad indagare i legami tra le esperienze di contestazione degli anni Settanta e le pratiche delle avanguardie artistiche. «Attraverso un confronto serrato tra i proclami del Dada, del Surrealismo e soprattutto del Futurismo e gli slogan del ’77, Calvesi propone una genealogia che servirà da modello per le successive letture dedicate al rapporto tra avanguardia e movimento, la cui eco si riflette ancor oggi sugli studi recenti, in molti dei quali l’esperienza futurista è riconosciuta come una fonte importante per la cosiddetta al creativa del movimento» (p. 93).

In questa nuova edizione di Avanguardie di massa è riportato un intervento steso da Calvesi nel 1998, vent’anni dopo i sui scritti “in diretta” di fine anni Settanta. A distanza di due decenni lo studioso, riflettendo “a freddo” su quegli anni turbolenti, riconosce a Pablo Echaurren un ruolo cruciale nella creazione dell’immaginario visivo del ’77. Dopo aver compreso “a caldo” «i risvolti e le implicazioni critiche della prima “avanguardia di massa”», sostiene Perna, occorre riconoscere a Calvesi il merito di aver «gettato le basi per la sua storicizzazione» (p. 94).


Su Carmilla:

Pablo Echaurren, il movimento del ’77, gli indiani metropolitani e la “massificazione dell’avanguardia”

Raffaella Perna, Pablo Echaurren. Il movimento del ’77 e gli indiani metropolitani, Postmedia Books, Milano, 2016, 112 pagine, € 22.50

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