G. Merlini (a cura di), Odi. Quindici declinazioni di un sentimento, postfazione di Vanni Santoni, Effequ, 2017, pp. 238, 14.00.

[Le prime battute d’odio di sei dei quindici racconti che conformano questa raccolta. ss.]

Vita da cane – Benedetta Bendinelli

Ho cinquantatré anni. Fumo almeno venti sigarette al giorno, non cammino quasi mai, ho una dieta pessima. Non seguo il calcio, non gioco a carte, leggo molto ma non ne parlo con nessuno. Ho un lavoro importante, poco tempo, bevo spesso. Mi addormento alle tre, a volte anche alle quattro di notte e mi sveglio presto. Ho tradito quasi sempre e non l’ho mai detto. Sono un bugiardo, sono un codardo. Mia moglie mi conosce bene, conosce ogni cosa e mi odia. Siamo sposati da ventisette anni.

In tutto questo tempo non abbiamo trovato il coraggio di mettere al mondo un figlio. Un giorno come tanti dei miei, proprio oggi, ho deciso di lasciarla. Non so perché proprio adesso e non ci ho pensato troppo ma è la decisione che ho preso quindi la rispetterò. Arriverò a casa stasera e le dirò che il nostro matrimonio è finito, discuteremo e avrò alcune risposte da dare ma nessuna spiegazione. Forse piangerà e io resterò in silenzio.


Due tentativi di esistenza – Elisabetta Meccariello

1.
La donna che odiava i gerani odiava in realtà tutte le piante, ogni germoglio, qualsiasi escrescenza verde o fiorita, ogni tubero, radice. Alga.
«Ma cosa detesta più di tutto?» le domandarono «Non può odiare la specie così, in blocco, con la stessa intensità, profondità, caparbietà» puntualizzarono mentre inforcava occhiali da vista con lenti tonde e montatura dorata «deve pure esserci un punto estremo in cui questo odio si incanala. Ci pensi bene: una foglia, un petalo, un nome al cui solo pensiero le trema il labbro superiore. Intendo dire, barbe che le facciano accapponare la pelle».
«Ma io non capisco» era la risposta «non posso odiare le piante e basta?»
«Non dica assurdità. Come saprà la normativa è rigida su questo punto: è necessaria una specificità per identificare l’odio».
«Ah».
«Ci deve essere qualcosa che ha fatto scatenare tutto questo, no? È sempre così, c’è sempre un colpevole, una causa, un principio del male. Perciò deve scavare, interrogarsi, guardarsi dentro e se non basta scendere ancora più a fondo. Strappare le erbacce, grattare il muschio, livellare gli strati che ha costruito per nascondere a se stessa la verità. Mi segue?»
«La seguo».
«Bene. Facciamo così, vada a casa, si faccia una dormita e ritorni quando avrà le idee più chiare. Qui ci sono i moduli da compilare e non dimentichi la marca da bollo da sedici euro».

2.
La donna con la faccia sbagliata si guardava allo specchio. Osservava i lineamenti, le rughe, i pori dilatati, le imperfezioni e la peluria. Ogni dettaglio era a posto, immobile, eppure sul volto c’era qualcosa di impercettibile che mutava, si trasformava, trasfigurava per renderla un’altra. Si avvicinava allo specchio volendosi scrutare meglio, si guardava negli occhi cercando di cogliere il cambiamento, smascherare l’attimo che la inchiodava a terra, che la ancorava a un passato che non le apparteneva più e le impediva di andare avanti per ricominciare. Dimenticare, occhei. Ma dimenticare è una parola impegnativa, si può usare davvero due o tre volte nella vita, quattro se ti va bene. Dimenticare è un miracolo. I rancori si insinuano sottopelle, scavano tane in cui annidarsi, invisibili succhiano le energie, sviliscono. Lavorano silenziosi, di notte, con lanterne a olio scavano tunnel e gallerie e tu ti giri nel letto, senti il calore, stai sudando, scosti il lenzuolo ma loro percorrono ogni centimetro del tuo corpo e strisciano nei punti più estremi, si infilano tra le membrane, si confondono nei pensieri.
«Non mi importa di quello che vuoi presentare alla riunione, mettiti invece qualcosa di un po’ scollato. Una gonna, un bel rossetto… ehi. Mi ascolti?»
«Sì. Ti ascolto».
Che poi sapeva che quella faccia non era la sua. Ricordava bene la sua faccia prima. Il colorito, le sfumature, la lucentezza. I solchi che esplodevano se rideva o piangeva. Le facevano complimenti per il suo aspetto. Camminava fiera in strada catturando con la coda dell’occhio sguardi ammiccanti, commenti sussurrati, fischi di approvazione. Poi però era successo qualcosa. Perché succede sempre qualcosa.
«Io lavoro otto ore tutti i giorni, non come te che fai un part-time verticale perché hai figli, la famiglia e hai da fare in casa. Giusto?»
Giusto.


Love buzz – Giovanni Ceccanti

1.
Quella mattina girava voce che la regina avrebbe sfarfallato. Ci avevano radunato dicendoci di stare pronti, nessuno sapeva bene per cosa. Era certo solo che avremmo tutti sentito un forte ronzio: quello sarebbe stato il segnale che una delle principesse era uscita dalla cella e stava uccidendo le sue sorelle. Noi fuchi eravamo parecchio agitati. Ci chiedevamo soprattutto in che modo quel ronzio sarebbe stato diverso da un ronzio comune.

2.
La vita di un fuco si snoda in alcune tappe fondamentali e tutti sanno che il giorno della morte è il più importante. Così, l’ansia che cresceva in noi in quella cupa attesa diventava uno strumento per capire chi eravamo e trovare il nostro posto nel mondo. Quando poi il ronzio iniziò non ci furono dubbi che fosse lui, una specie di sibilo profondo se ascoltato con il corpo, mentre con le antenne si percepiva come un trillo acuto. Mi immaginai la regina emetterlo da almeno tre parti diverse del corpo: era terribile, raggelante. Mano a mano che cresceva e invadeva tutto i nostri sensi si offuscavano. Alcuni di noi volavano a spirale, si avvitavano per ricadere a terra storditi, altri ronzavano sulla medesima nota della regina, amplificandola e facendo tremare tutto.
Ci fecero uscire, e per poco non trasalimmo nel vedere il sole. Con mia grande sorpresa il ronzio si sentiva anche da fuori. Rimanemmo sospesi e immobili finché non cessò.


Red Salmon – Daniele Gambetta e Danilo Pettinati

Nei bar e nelle piazze, in ufficio con i colleghi o, tra sconosciuti, alle fermate degli autobus, in pausa pranzo e in coda alle poste: ovunque non si parla d’altro.

Ettore si tiene informato. A un tavolo del bar Roma un gruppo di ragazzi ci scherza su, mentre altri non ci trovano niente da ridere. Qualcuno ricorda il caso di Gregor, il rapinatore russo, e la caccia all’uomo nelle campagne del Nordest, ma stavolta la scala di rischio è più ampia. C’è stato il caso della Punto gialla, che per la mole di segnalazioni ha mandato in tilt i centralini della polizia, ma qui il livello di coinvolgimento è più profondo. Le bacheche Facebook ospitano la summa delle opinioni e dei dibattiti, quasi mai pacati, al riguardo, ed Ettore spesso interviene per dire la sua: di sicuro, lui, non ci trova niente da ridere. Perché il Red Salmon riguarda tutti, il pericolo si nasconde ovunque e chiunque potrebbe essere un suo membro.

In altri paesi se ne parla già da tempo, o meglio, se ne è parlato. La cosa ha attecchito negli ambienti social più o meno complottisti, fino a essere bollata come una bufala di poco conto e dimenticata. Poi, dopo la scomparsa di Laura, il caso è esploso anche in Italia. Una diciassettenne tranquilla, di buona famiglia e buona media a scuola, andata a una festa e non più tornata. Cosa poteva averla spinta ad allontanarsi? Era forse stata rapita? Discordanti i pareri sull’ultimo orario di avvistamento, complice la percentuale di alcol nel sangue degli amici, e quanto mai caotica la ricostruzione dei fatti precedenti la scomparsa. “È una ragazza fragile” ha dichiarato il padre a una rivista online “sta attraversando una fase complicata e ha bisogno di protezione”. Per gli amci più stretti la colpa è dei genitori, “ultimamente non fanno che controllarla, la trattano proprio come una ragazzina” ha sostenuto uno di loro a una testata alternativa. Ma le spiegazioni sociologiche sono spesso complicate e non piacciono a tutti. Le vicende familiari della giovane sono passate velocemente in secondo piano dopo che, ispezionando il suo computer, è saltato fuori quel video: un link salvato nella cronologia del browser, un canale Youtube, il Red Salmon. A fare lo scoop, la trasmissione televisiva La Nostra Voce, talvolta criticata per le inchieste di poco spessore e facile allarmismo ma dall’indiscusso seguito.

«Siamo qui con il dottor Ciappetta, esperto in disturbi sociali e dell’umore, consulente per le forze dell’ordine in casi di persone scomparse» dice l’inviato «Dottore, cosa è stato trovato nel computer di Laura? Conferma che sul pc era presente materiale di matrice islamica?»

Il dottore, non nascondendo una buona dose di imbarazzo, replica «posso dire che sono stati ritrovati foto, video e documenti riguardo il culto islamico, anche radicale. Ma è ancora troppo presto per fare qualunque ipotesi. Stiamo inoltre esaminando un hard disk il cui contenuto è al momento inaccessibile»


Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini – Flavio Pintarelli

Bolzano, 20 febbraio 1996. Da qualche parte sulla passeggiata che costeggia il torrente Talvera hai promesso a te stesso che non sarebbe mai più accaduto. Per questo non sei qui da solo, e ne vai fiero.  Quella sensazione, hai giurato, non la proverai mai più.

Hai smesso il costume e indossi una divisa: lo scarpone militare che pesta il suolo tetro e pesante, la testa rasata che quando l’ha vista tua madre le è quasi venuto un infarto, e poi il gagliardetto, il bianco e rosso da cui occhieggia l’aquila tirolese ammiccano sbilenchi dalla manica del giubbotto su cui l’hai cucito alla bell’e meglio.

Però tutto questo non avrebbe senso senza l’unica insegna che conta davvero per fare parte del gruppo: l’odio. E tu, da quel giorno, di carogna ne hai da vendere, che lo schiaffo ti brucia sulla guancia e lo sputo sembra colare ancora e ancora verso il basso, giù dagli occhi in direzione del naso e della bocca. Il ricordo del sapore vomitevole di quel bastardo dopo un anno ha ancora la forza di strizzarti lo stomaco come uno straccio per pavimenti.

A volte, di notte, quando la luce si spegne e tutto il mondo sembra contrarsi e le pareti della camera ti si fanno sempre più a ridosso, stringi le lenzuola talmente forte che le nocche diventano bianche e vorresti gridare. Vendetta. Quella che sei uscito a cercare oggi. Sai che non puoi contarci, ma in cuor tuo lo speri, di incontrarli di nuovo, quei due walscher.


Quattro visioni del paradiso – Francesca Corpaci

1.
Seduta al posto assegnato, la bambina è una bambina speciale. Ha dieci anni e ha appena ricevuto la pagella del primo quadrimestre, con risultati talmente buoni da suggerire un avvenire brillante costellato di riconoscimenti accademici, soggiorni spesati all’estero, generose borse di studio a copertura totale e ottime offerte di lavoro presso enti rinomati. Con i piccoli gomiti lisci appoggiati al banco la bambina speciale beve succo di pesca da un tetrapak, sulle braccia un’impalpabile peluria bionda che vibra al sole. Da una serie di indizi inequivocabili, tra cui certe espressioni trasognate che capta sui volti delle insegnanti, sta gradualmente assorbendo l’informazione che il futuro avrà in serbo per lei qualcosa a cui i suoi compagni non potranno mai nemmeno aspirare, una consapevolezza che la fa sentire al tempo stesso elettrizzata e investita dell’obbligo morale di mostrarsi umile con i meno fortunati. Per questo ogni giorno la bambina speciale si dedica con slancio alla pratica del mimetismo nel panorama dei coetanei, senza dubbio non molto dotati ma nemmeno meritevoli di umilianti dimostrazioni di superiorità. Partecipa a giochi di squadra, indossa cerchietti decorati con animali di plastica, fa le scale di corsa, sbatte negli spigoli e si sporca le mani esattamente come qualsiasi bambino che non stia aspettando l’avverarsi di una profezia. Nel tempo che le rimane, porta a termine i propri doveri nel modo più prossimo possibile alla perfezione, passando ore a ricalcare cartine topografiche su fogli di velina, imparando a memoria poesie lunghissime, costruendo complicati plastici di balsa e consumando l’enciclopedia dei genitori per ricerche che non hanno mai meno di dieci pagine scritte fitte.

Mentre beve succo di pesca con la cannuccia pieghevole, la bambina speciale ordina ai muscoli del viso di comporre un’espressione tranquilla, consona alla pausa di metà mattina. Nel grembiule blu con le cifre ricamate sul colletto è in attesa di qualcosa che le spetta di diritto, e che prima o poi non potrà evitare di succedere.