di Leonardo Casalino

Luca Rastello, Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime, a cura di Monica Bardi, pp. 320, € 16,90, Chiarelettere, Milano 2018

(Il contributo riporta l’intervento dell’autore, Professeur di Storia e cultura italiana all’Università Grenoble Alpes e amico di antica data di Rastello, alla presentazione del testo alla manifestazione torinese Portici di Carta, 7 ottobre 2018.)

Due temi percorrono  le pagine di questo libro. Il primo è quello legato alle cose “penultime”: per Luca Rastello rappresentano “un tratto quasi terminale della corsa – quando l’inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata – che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte”. È la sola parte dell’universo che può essere raccontata, come ci aveva spiegato in ‘Undici buone ragioni per una pausa’, edito nel 2009 per i tipi della Bollati Boringhieri.

Il secondo è il tema del “prendere tempo”, del narrare come strumento per rimandare la morte. In una bella conferenza tenuta a Milano nell’autunno 2014 Luca Rastello, partendo dal ‘Tristam Shandy’ di Sterne, aveva offerto un esempio raffinato e intelligente di letteratura comparata mettendone in relazione le pagine con Proust, Carlo Levi, Hašek, ‘Le Mille e una notte’ e Virgilio.

Prendere tempo, dunque, per prolungare le cose penultime. Nel leggere i testi di Dopodomani non ci sarà, ritrovati in un file del computer dopo la morte e pubblicati postumi, è però difficile sottrarsi all’impressione di trovarsi di fronte alle “ultime” pagine di Rastello. Come riuscire, allora, ad attribuire loro una natura di “penultime”, in modo da poter prolungare il dialogo con la voce e le parole del loro autore? Ho provato a farlo mettendo in relazione il libro con le recensioni – ancora non raccolte in volume – che Luca Rastello pubblicò sulla rivista L’Indice dei Libri del Mese nel corso degli anni Ottanta; un decennio, quest’ultimo, su cui non disponiamo di un suo testo narrativo o giornalistico. Si tratta, infatti, del periodo che va dall’ultima pagina di Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006) – la conclusione degli anni Settanta, la vertenza sindacale dei 35 giorni alla Fiat, l’esaurirsi della stagione dei movimenti collettivi – alla prima pagina de La guerra in casa (Einaudi, 1998) dedicato alle guerre iugoslave, all’inizio tormentato degli anni Novanta e alla rapida dissoluzione dell’illusione di un mondo pacificato, in nome del trionfo planetario della democrazia dopo il crollo, ma forse sarebbe più giusto scrivere la rimozione, del Muro di Berlino.

Lo farò riferendomi a documenti scritti – le prove di archivio fondamento del giudizio storico su cui Luca Rastello ha scritto pagine importanti – e anche in parte alla memoria personale sui cui rischi e limiti ci ha lasciato ammonimenti altrettanto preziosi, fedele all’insegnamento di Primo Levi in I sommersi e i salvati.

Nella prima metà degli anni Ottanta Luca Rastello aveva proseguito la sua militanza politica, dopo l’esaurimento del movimento del 1977, nelle fila dello PDUP, in seguito alla confluenza nel partito diretto da Lucio Magri e Luciana Castellina del Movimento Lavoratori per il Socialismo, guidato da Luca Cafiero, di cui era uno dei principali esponenti torinesi. Fu questa la ragione del nostro incontro nei corridoi del Liceo Massimo D’Azeglio (e nella sede torinese dello PDUP in via Cavour 39) e l’inizio di un’amicizia e collaborazione durata circa 35 anni. Dell’esperienza nello PDUP lo aveva particolarmente interessato la possibilità di poter dialogare con un gruppo dirigente composto da persone di generazioni più anziane, disponibili ad ascoltare e valorizzare i più giovani ma senza rinunciare a esercitare una certa autorevolezza. Esattamente quello che  rimproverava alla generazione del ’68, la quale aveva consumato la sua critica all’autoritarismo senza riuscire a trasmettere un sistema di regole a quella del ’77.

Il confronto con il gruppo storico del Manifesto ruotava, però, soprattutto attorno al tema della Primavera di Praga. Erano passati dieci anni dall’ormai celebre editoriale Praga è sola scritto da Lucio Magri nel settembre 1969 sul numero 4 della rivista Il Manifesto e Luca apprezzava in modo particolare l’impegno con cui gli esponenti dello PDUP avevano cercato di tenere aperti i contatti con gli esponenti del dissenso praghese. Come ha scritto Luciana Castellina fu triste, negli anni più recenti, arrivare a Praga e rendersi conto che non c’era più nessuno da chiamare! Uno dei primi documenti politici che discutemmo a lungo e con passione fu Il Manifesto delle 2000 parole, nel quale intellettuali, tecnici, operai e contadini avevano riassunto il senso della Primavera praghese, discussioni che in qualche modo hanno anche segnato l’inizio della sua riflessione sul ruolo della parola nell’azione politica. Infatti, il passaggio dagli anni Settanta al nuovo decennio, con la fine di un ordine e la ricerca di uno nuovo, comportava l’obbligo di scegliere cosa portare nel nuovo tempo  dell’esperienza precedente, capire quali parole potevano ancora essere utili per decifrare le novità degli anni Ottanta.

Per questo compito, però,  il linguaggio politico non era sufficiente, era invece necessario utilizzare altre forme di espressione, a cominciare dalla letteratura. Praga, la Cecoslovacchia, ma più in generale i paesi dell’Est si prestavano a tale tipo di ricerca: Kafka, Hašek, Bruno Schulz, Bohumil Hrabal, ma anche il polacco Kazimierz Brandys e il suo romanzo Rondò, furono le guide per  viaggi collettivi o solitari, sulle orme della Praga magica di Angelo Maria Ripellino, un libro decisivo nello spingere Luca Rastello a diventare uno dei massimi esperti italiani della letteratura dei paesi dell’Est.

In un viaggio solitario, tra il 1985 e il 1986, in una birreria di Praga, avvenne l’incontro casuale con un Hrabal ormai anziano, il quale nell’attesa di un’intervista con un giornalista occidentale si era fermato al tavolo vicino al suo. Ritornato in Italia, pubblicò nel luglio del 1986 sull’Indice il racconto di quell’incontro e una recensione del romanzo Ho servito il re d’Inghilterra, non a caso intitolata Ho incontrato il re d’Inghilterra. Il suo articolo fu pubblicato accanto alla recensione di Cesare Cases a I sommersi e i salvati di Levi; a rileggerla oggi, quella pagina de L’Indice appare come una traccia preziosa per una storia della cultura torinese degli anni Ottanta, ancora tutta da scrivere.

L’interesse verso i paesi dell’Est nasceva dalla convinzione che in quella parte dell’Europa, in quel momento, si discutessero i temi decisivi per il futuro del continente; “parlano di cose serie” era solito ripetere e un altro libro per lui importante in quegli anni fu La mia Europa di Czesław Miłosz. Era convinto che fosse necessario conoscere l’Est e l’Oriente più in generale non per appropriarsene, nel tentativo di rendere ciò che era estraneo qualcosa di familiare (meccanismo che avrebbe denunciato con forza nei decenni successivi), ma al contrario per servirsene come stimolo per criticare gli errori che si stavano compiendo in Occidente. Ad esempio, per opporsi a una visione stereotipata e pericolosa della condizione e della scrittura giovanile  che stava prendendo piede in Italia. Il 10 dicembre 1986 uscì, sempre su L’Indice, una sua recensione all’antologia di racconti curata da Pier Vittorio Tondelli  Under 25. Giovani blues. Tondelli aveva condotto una specie d’inchiesta tra letteratura e sociologia sui giovani italiani, la quale era culminata in una raccolta di racconti (13 scelti tra i 400 arrivati) indicativi a suo giudizio sulle tendenze e le preferenze delle nuove generazioni. In realtà Tondelli aveva riscritto i testi per uniformarli. Per esempio la frase “stare sdraiati su un divano a guardare in aria” secondo il suo progetto doveva necessariamente diventare “dannatamente strafatti su un divano a slumare il soffitto”. Nella sua recensione, intitolata Giovani su misura, Luca Rastello criticava la scelta di Tondelli d’imporre una scrittura minimalista e circostanziata, dove il parlato veniva trasposto nella pagina senza mediazioni per raccontare cronache di giornate inutili. Insomma un realismo minuscolo e acritico, che nascondeva in realtà una strategia di comunicazione sui giovani e la loro condizione per niente neutra e che andava decodificata e criticata.

L’interesse verso l’Est con la critica al minimalismo e al cosiddetto riflusso si accompagnava al rifiuto del discorso sulla fine delle ideologie: lui sapeva bene che queste ultime non erano destinate a scomparire ma a cambiare di posizione  e occorreva riconoscerle per combatterle se fosse stato necessario. Da questa esigenza nacque il percorso che  portò alla fondazione della rivista L’Opera al Rosso, esperienza sulla quale sarà necessario ritornare in un’altra occasione.

Oggi mi preme sottolineare come dalle esperienze degli anni Ottanta si dipanò una lunga ricerca attorno ad alcune questioni fondamentali, ricerca che è giunta sino a Dopodomani non ci sarà. Provo a elencarle in termini di estrema sintesi: in primo luogo l’importanza della disciplina. Disciplina sia nella fase di studio, sia nella scelta dello stile con cui scrivere e narrare. Solo la disciplina permette di scrivere anche su temi difficili come la morte e il dolore. La disciplina, inoltre, è il metodo con cui è possibile raggiungere una parola sensata. Cioè la parola che permette a un individuo di stare al mondo secondo un codice morale rigoroso. La disciplina e la parola sono le fondamenta su cui si fonda il coraggio. Luca Rastello è stato, nella sua vita, un esempio di come la natura di un  individuo si costruisca nella lotta contro gli ostacoli negativi che cercano d’impedire la piena realizzazione della sua personalità. Quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi”, contro cui occorre combattere per “essere contemporanei a se stessi” come scriveva il suo amato Hegel.

Il coraggio che spinge a sporcarsi le mani, di rispondere al dovere morale di stare nel presente spesso aggirando la domanda sul senso ultimo della vita. Il Rastello autore di Dopodomani non ci sarà è però giunto alla consapevolezza  del fatto che ogni progetto politico è destinato, prima o poi, a tradire le sue premesse e promesse. Negli anni Ottanta, al nostro inizio, quando le cose non erano ancora cosi lucide, esprimevamo questo concetto con altre parole, quelle di Claudio Magris – il suo Danubio fu un altro testo importante nella nostra formazione –, parole tese a spiegare il rapporto affascinante e complesso tra politica e letteratura: “la vita è inclassificabile, ma l’unico modo di viverla in modo degno è quello di cercare di classificarla ogni giorno” (e alle classificazioni non a caso dedicammo uno dei due numeri del L’Opera al Rosso, nell’altro ci occupammo di “senso comune”). Era una frase contenuta  in un articolo ripubblicato in Itaca e oltre, volume incentrato sulla potenza della scrittura obliqua, cioé quella che parla di letteratura per parlare di molti altri aspetti della vita.

Pensare la finitezza del proprio progetto politico non è cosa semplice e richiede, prima di tutto, il rifiuto di un’identità fissa. Nel libro ritroviamo l’immagine già usata altrove del pescatore eschimese, capace di saltare da una lastra di ghiaccio all’altra prima che si sciolgano. Negli anni Ottanta, nelle camminate serali, l’immagine per esprimere la stessa esigenza era quella del personaggio più famoso di Charlie Chaplin (e quante discussioni se fosse meglio Chaplin o Buster Keaton), Charlot: di Charlot a Luca piaceva il mistero sul suo luogo di origine, la sua capacità di essere curioso, di sporcarsi le mani quando arriva in un luogo e soprattutto il suo disinteresse per ogni posizione di forza acquisita anche attraverso la generosità e la solidarietà, disinteresse che lo spinge sempre a ripartire al termine del film. Charlot, però, non era il solo modello cinematografico: “se potessi resterei” è la frase che Cheyenne-Jason Robards pronuncia alla fine di C’era una volta il West di Sergio Leone, quando Jill-Claudia Cardinale gli chiede di restare con lei per costruire insieme la stazione della nuova ferrovia. Cheyenne, però, non può restare, ferito gravemente non vuole morire di fronte a lei, preferisce farlo appena girato l’angolo in compagnia di Armonica-Charles Bronson; anche a lui Jill avrebbe voluto chiedere di restare, ma Cheyenne l’ha convinta che sarebbe stato fiato sprecato: “quelli come lui non restano mai”, hanno altre missioni da compiere. Film amatissimo, C’era una volta il West, e tutte le volte che sono andato a una riunione importante con Luca, nell’ultimo tratto di strada, immancabilmente, fischiettava un’aria delle colonne sonore di Morricone; era un modo per non prendersi mai troppo sul serio, perché l’autocompiacimento era un difetto che non poteva tollerare.

La disciplina, la parola sensata, il coraggio di raccontare il dolore erano strumenti che aveva appreso  da un altro modello, questa volta giornalistico e letterario: ne è testimonianza la sua recensione del 2001 a Il nespolo di Luigi Pintor. Servabo era stato il libro che aveva condiviso con suo padre al momento della morte di sua madre; Il nespolo avrebbe potuto essere il secondo, ma nel frattempo, purtroppo, anche suo padre era mancato. Pintor era per Luca un modello non da raggiungere, “impresa impossibile” diceva, ma un esempio di stile che doveva servire da tensione e stimolo continuo. L’asciuttezza, la tensione a spremere l’essenziale, l’arma della parola come solo modo di adagiarsi nella trama ostile dell’esistenza. Solo chi sapeva usare le parole così, e Pintor lo sapeva fare, poteva riuscire a scrivere un “libro sovversivo” sul dolore e la morte.

Alla luce di quella recensione, gli appunti ritrovati nel computer dopo la sua morte costituiscono ai miei occhi il laboratorio artigianale nel quale Luca Rastello stava conducendo la ricerca verso il proprio “libro sovversivo”. In uno di questi appunti parla di Hegel, della necessità di osservarsi mentre si pensa, la necessità di annotare gli stadi e le tappe del proprio pensiero. Di qui bisognava passare per raggiungere la forma del romanzo, ma anche per dare una forma alla propria vita, per assaporare almeno in parte il compimento dell’esistenza.

In ultima analisi, ci troviamo di fronte a un libro complesso, che richiede molte chiavi di lettura. Dal quale emerge con forza la passione di Luca Rastello per il carattere molteplice della vita. Anche per questo ci manca. Se fosse possibile vorrei chiedergli di darci una mano a meglio comprendere il presente. Mi piacerebbe sentirgli fare un’operazione di pulizia sul tema delle parole, ricordare come esse possano essere pietre e come vadano usate con precauzione. Non tutte le parole sono uguali e se un candidato alla Presidenza regionale della Lombardia in campagna elettorale può usare l’espressione “razza bianca” per ottenere più voti, ed essere in effetti eletto, allora vuol dire che deve scattare il segnale di allarme, che si è superata la soglia di guardia. Gli vorrei anche chiedere di fare pulizia su una convinzione pericolosa che si sta diffondendo, l’idea cioé che sia possibile trovare rapidamente soluzioni semplici a problemi complessi, idea pericolosa e che può fare molti danni. In terzo luogo vorrei domandargli di decodificare il modo con cui l’opinione pubblica viene spinta a indignarsi per certe cose e non per altre più gravi. Spiegare, cioé, che non tutte le indignazioni sono giuste e che bisognerebbe, prima di tutto, recuperare quella contro le ineguaglianze, sempre più grandi e vergognose. Infine vorrei chiedere al giornalista Luca Rastello di partire in viaggio per raccontare in una delle sue inchieste la natura e la forma di questa “onda nera” che scende dalla Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia, la Carinzia sino al Veneto e alla Lombardia, onda nera che vorrebbe saldare le pulsioni autoritarie, così diffuse oggi, a un’identità cristiano-cattolica integralista in lotta contro un’idea di Europa aperta.

So bene che tutto ciò, purtroppo, non è possibile. So anche, però, che Luca Rastello ci ha comunque fornito alcune chiavi per capire questi fenomeni. A noi tocca il compito essenziale di sporcarci le mani, senza cadere in un pericoloso autocompiacimento. A lui possiamo solo dire grazie, anche perché dire grazie – come mi ha insegnato un amico francese – è anch’esso un modo di prendere tempo e rimandare un doloroso e definitivo addio.

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