Mondadori, Milano 2018, pagg 1274 € 7.90

di Mauro Baldrati

Sono delle aziende. Scrittori-azienda. Fatturano milioni di dollari. Hanno una produzione regolare. Sono affidabili.

Producono libri. Testi di genere. Thriller, legal thriller, romanzo storico, spy story, crime. I volumi hanno una consistenza standard, raramente sotto le 400 pagine. Contengono tutti gli elementi necessari, calibrati con attenzione: violenza, sesso (quasi mai hard comunque), colpi di scena, narrazione oggettiva degli eventi, ironia (variabile da azienda a azienda). Anche la noia, che sembra una materia prima fondamentale (alla quale i lettori esperti sono preparati, qualche paragrafo viene saltato), che consiste in intermezzi posticci, storielle familiari con dialoghi fuori registro che rallentano, appesantiscono la narrazione. Probabilmente servono per il packaging, pagine che ingrossano il contenitore, lo rendono più imponente. Sono scritti con uno stile semplice, non troppo ricco di parole; i personaggi sono delineati con un profilo psicologico credibile, una storia (spesso un dramma) alle spalle. I dialoghi sono perlopiù verosimili, qualche volta “telefonati”, ma di solito funzionano, si sono evoluti nel tempo.

Questi scrittori-azienda hanno anche dei dipendenti: segretari/e, curatori di siti web o pagine social, e i “ghost writers” (un tempo chiamati “negri”), collaboratori fondamentali per l’assemblaggio dei prodotti.

In questo romanzo di 1274 pagine dell’inglese Ken Follett, un veterano di 69 anni, hanno collaborato come consulenti storici 5 ricercatori. E’ una storia ambientata soprattutto in Inghilterra e Francia, nella seconda metà del ‘500. Gli eventi sono ricostruiti con precisione, con personaggi realmente esistiti, descritti sia nelle vicende ufficiali documentate sia negli ambienti privati, con tutte le caratteristiche psicologiche e i tic, le bassezze, la violenza, l’egoismo.

In Inghilterra, dopo “Maria la sanguinaria” (Maria Tudor, una delle figlie del tagliateste Enrico VIII e di “Giovanna la pazza”) la questione della successione è impellente. Elisabetta è ancora una ragazzina, ma potenti forze politiche e religiose tramano per farla salire al trono. Altri conglomerati, cattolici integralisti, lavorano invece per Maria Stuarda, unica speranza per scongiurare l’avvento di Elisabetta, portatrice di una sorta di incubo per i papisti guerrafondai: la tolleranza. Elisabetta non intende perseguitare chi non è allineato con la religione ufficiale, e questo costituisce una minaccia per la Chiesa di Roma e il suo dominio transnazionale. Gli eretici – i protestanti, e i nascenti anglicani – vanno sterminati, coi roghi e le guerre civili.

Il romanzo segue gli eventi, caotici, sanguinari, i complotti, le trame segrete, lo spionaggio, fino alla strage degli Ugonotti (i protestanti francesi), compiuta la notte di San Bartolomeo del 1572, e proseguita per settimane in tutto il paese, dove, in un’orgia di violenza, furono uccise migliaia di persone (30.000 secondo alcune stime), comprese donne e bambini.

La lettura scorre, e il lavoro dei ghost è evidente: per esempio viene ricostruita la battaglia navale del 1587 tra Inghilterra e Spagna, che segnò il fallimento del tentativo di invasione dell’eretica (e sempre più potente) Inghilterra da parte del paese-guida del cattolicesimo, con dovizia di termini tecnici, elementi di strategia navale dell’epoca, tipologie delle navi da guerra. Lo stesso si può dire per le caratteristiche delle armi, l’edilizia, l’economia, la burocrazia. Un lavoro per il quale Follett, alla fine del libro, cita 6 editor, che hanno corretto, verificato, ottimizzato. E anche 11 collaboratori specialistici, tra cui un esperto di teatro, funzionari di musei e proprietari di castelli dell’epoca.

Insomma, un prodotto certificato, come i brand di qualità tipo il parmigiano reggiano o lo champagne francese, da consumare in relax.

Eppure…

Nonostante i 6 editor, e i 5 ricercatori storici, in due punti ci si imbatte in un paio di svarioni talmente eclatanti da mandare in crisi anche la blindatura del più scafato dei lettori.

A pagina 499 la regina madre di Francia Caterina de’ Medici con un piccolo capolavoro politico riesce a estromette la famiglia di Guisa, papisti estremisti, dalla reggenza del nuovo re bambino, succeduto a Francesco II. Antonio di Borbone, al quale spetterebbe la reggenza per diritto di successione, è stato accusato di alto tradimento, e con lui il fratello Luigi. Rischia il patibolo, la mannaia, in quanto principe di sangue reale (mentre i traditori “normali” per lo stesso reato venivano sventrati o squartati). Caterina gli salva la vita in cambio della rinuncia alla reggenza, che passa a lei. Non solo, lo nomina pure luogotenente di Francia.

Poi, 38 pagine dopo, in seguito a un attentato, leggiamo: “Coligny era senza dubbio il sospettato principale, dato che Antonio di Borbone era morto e suo fratello prigioniero”.

Morto? Ma quando? E come? Non era stato salvato e scagionato da Caterina? E perché Luigi è prigioniero? Il lettore scafato, consapevole della propria distrazione, percorre le 38 pagine al contrario, in cerca di indizi, una notizia che gli era sfuggita. Invece niente. Un inserimento incomprensibile.

“E va bè” sospira. “E’ morto. Pazienza. Ci sono tanti personaggi. Chissenefrega in fondo. Show must go on”.

E così, prosegue. Ma a pag. 989 incappa nuovamente in un rompicapo.

Maria Stuarda è prigioniera a Sheffield, ma il complotto per portarla sul trono va avanti. Comunica coi cospiratori con lettere segrete che vengono consegnate all’ambasciata francese e da qui recapitate ai capi della cospirazione, i soliti di Guisa. A un certo punto il postino, un nobile inglese papista, torna con un pacchetto dall’ambasciata e grida, esultante: “Lettere dalla regina Maria!” Rollo, il nemico giurato dell’agente segreto di Elisabetta Ned Willard, salta in piedi: “Bravo!” esulta, e comincia a esaminare le lettere: “Riconobbe il sigillo dei Guisa e quello dell’uomo di Maria a Parigi, John Leslie. ‘Quando puoi portarle a Sheffield?’ chiede.”

Ecco, qui il sistema protettivo del lettore entra in stato confusionale. Se le lettere sono di Maria come possono avere il sigillo dei Guisa, cioè i destinatari? Inoltre, se provengono da Sheffield, perché devono tornare indietro al mittente? Potrebbe essere un banale errore di battitura (altri ne serpeggiano qua e là)? Per la regina e non dalla? Non funziona, perché Rollo era in spasmodica attesa delle lettere, che potevano contenere l’adesione ufficiale di Maria al complotto. Infatti nella pagina dopo leggiamo: “Rollo guardò le lettere sul tavolo. Erano chiaramente incriminanti. Se davvero contenevano quello che pensava, lui e T. erano condannati a morte”.

Non sono semplici errori tecnici, dati sbagliati, cantonate, come, ci dicono, abbondano nell’ultimo libro di Antonio Scurati, M; sono dei piccoli codici strutturali che mandano in tilt la lettura, perché configgono con se stessi, incrinano il flusso e la logica.

Con molta fatica il lettore deve costringersi a proseguire, ignorando il corto circuito. “E va bè, delle lettere del piffero, non si sa da chi e per chi. Tiriamo innanz che è meglio”.

E va bè.
Però insomma, dov’erano l’AD dell’azienda, i 6 editor, i 5 consulenti e gli 11 collaboratori specialistici?
Ma: non sarà tutta scena?!

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