di Mauro Baldrati

La nave di Teseo, Milano 2018, pp 300 € 18

C’ero anch’io, dieci anni dopo, nel luglio 1971. Arrivammo in Piazza Dam, Loris Pattuelli ed io, dopo un lungo viaggio in autostop. Era una delle principali mete mondiali del turismo alternativo, come esordisce Paulo nell’incipit: “Nel settembre del 1970, due luoghi si contendevano il privilegio di essere considerati il centro del mondo: Piccadilly Circus a Londra e il Dam ad Amsterdam.”

Probabilmente Paulo è stato l’ultimo a vedere il Dam affollato di hippies, perché al nostro arrivo la piazza era deserta. I ragazzi si erano spostati in massa nel Vondel Park, che si era trasformato in un immenso campeggio (senza tende, su questo la polizia cittadina non transigeva).

Per la verità la parola hippies è inadeguata, poiché il movimento aveva celebrato il proprio funerale tre anni prima, a San Francisco. Era diventato una moda, le imprese del settore sfruttavano la sua immagine nell’abbigliamento, nei gadget, nei trucchi. Il funerale era una dichiarazione di resa nei confronti del mercato, il quale avrebbe continuato a saccheggiare i loro stili senza curarsi delle proteste.

In realtà le cose non erano cambiate granché. Era stato dichiarato morto il movimento, ma gli hippies erano ancora vivi e vegeti, ancora giovani, ancora “sul pezzo”; e alcuni dei loro servizi pure. Paulo ci racconta una cena in un ristorante gratuito, finanziato da Gorge Harrison, un famoso hippy deluso, dopo lo scandalo del guru dei Beatles Maharishi Mahesh Yogi, che aveva tentato di sedurre (di stuprare?) Mia Farrow nel 1968. Ci informa sugli studi legali che cercavano di fare uscire di prigione i giovani arrestati per possesso di fumo. E non solo in Olanda, ma in molte città dell’Occidente. Ci descrive la musica, i colori sgargianti, i fiori dipinti sulle guance delle ragazze, gli abiti psichedelici, e i discorsi pazzi, perlopiù generati dall’LSD.

E soprattutto ci presenta il Magic Bus, l’ex scuolabus che partiva per Kathmandu.

L’abbiamo visto anche io e Loris, in Leidse Plein. Partiva il giorno dopo, e stavano completando la composizione dell’equipaggio. Noi eravamo stupiti, e anche un po’ intimiditi. Quelli erano dei professionisti, ragazzi “tosti” con la pelle cotta dal sole e dalle intemperie, capelli lunghi fino al sedere, chili di bracciali ai polsi, orecchini e collane, e storie, anni di “storie” in giro per il mondo, mentre noi eravamo dei turisti di campagna con un tempo limitato a disposizione.

Il Magic Bus funge da magnete catalizzatore per i due personaggi principali del libro: Karla, una ragazza olandese, hippy, bellissima. E’ anche delusa, e arrabbiata, perché teme di non sapere amare, nonostante un numero incalcolabile di amanti, quasi tutti ricchi, che la mantenevano. Karla ha detto basta, questo mondo l’ha schifata e vuole partire col Magic Bus verso Kathmandu. Cerca la pace, l’illuminazione e la luce, in una caverna sull’Himalaya. Ma non vuole viaggiare da sola.

Una “veggente” (un personaggio abbastanza diffuso nell’ambiente hippy, dove l’occultismo era molto popolare) le ha predetto che incontrerà il tipo giusto. Dovrà solo riconoscerlo.

Quel tipo è Paulo il brasiliano. Va detto che non è un hippy, anche se a sua volta è un professionista del viaggio globale. Viene da storie terribili. In Brasile gli adolescenti devianti non erano tollerati, proprio come una ventina di anni prima nella Germania nazista, dove venivano giustiziati. Ma anche se l’eutanasia non era praticata, Paulo, un ragazzo difficile che contesta tutto, la famiglia, la scuola, la cultura borghese, viene ricoverato due volte in manicomio, nel 1965 e 1966. E anche nel 1967, con l’elettroshock, perché voleva dedicarsi al teatro, considerato un esempio di pura follia nel Brasile dell’epoca.

Così, anche per sfuggire alla prospettiva di un nuovo ricovero, Paulo parte per un viaggio intorno al mondo, fino ad arrivare ad Amsterdam.

Proprio come l’altro Paulo, l’autore di questa auto fiction (molto auto e poco fiction). Lui stesso, in una postilla, dice che è tutto vero, ha solo cambiato i nomi e la cronologia dei fatti. Magari qualcuno dei personaggi che raccontano le loro storie li ha conosciuti da tutt’altra parte, poi li ha incollati in Hippie.

E anche i saggi, i guru, come il vecchio che vive misteriosamente in una sede di dervisci roteanti a Istanbul, depositari i quella cultura sufi che Paulo vuole assolutamente conoscere. Può averlo conosciuto in un altro viaggio, in un altro tempo. E’ anche così che funziona la narrativa.

Anche Paulo è un uomo che cerca. Vuole conoscere soprattutto la filosofia, il sé e il rapporto con l’Altissimo. Qui Coelho ha colto un aspetto importante del mondo hippy: il misticismo. La ricerca dell’Essere Supremo, una forma anarchica di religione materialista che fonde il Cristo dei cattolici con Krishna, col profeta mistico dei Sufi, con tutte le forme di meditazione che inseguono la Luce che pervade le creature, la terra, l’acqua, l’aria.

Questa ricerca occupa una parte importante del libro, attraverso i dialoghi, i racconti dei personaggi, e segue quella parallela dell’autore, un uomo devastato da esperienze negative che ha cercato un’ancora di salvezza nella conversione al cristianesimo, avventa nel 1981.

Ovviamente Paulo e Karla si incontrano, e come non potrebbero? Sono due creature in fuga e in cerca, riunite dalla previsione della veggente. Insieme esplorano Amsterdam, visitano una “Casa della luce nascente”, un ritrovo di tossici pazzi che teorizzano l’uso dell’eroina come mezzo di liberazione, passano una serata al Paradiso, la chiesa dismessa occupata dagli hippy che diventerà uno dei locali più famosi del mondo.

E infine il Magic Bus. Karla, con qualche artificio psicologico e i trucchi da esperta seduttrice, lo convince ad accompagnarla.

Sarà un viaggio avventuroso, con tanti personaggi narranti, le cui storie sono raccolte pazientemente dall’autore. Dopo varie vicissitudini, tra cui l’aggressione di una banda di motociclisti austriaci nazisti, arrivano ad Istanbul, la città sacra, caotica, punto di incontro tra Oriente ed Occidente.

E qui la lunga ricerca dei due eroi sembra raggiungere l’obiettivo. Forse non è proprio quello che desiderano, ma è comunque un obiettivo. D’altra parte chi siamo noi per decidere quello che ci riserva il destino, sembra dire ciò che si nasconde negli spazi bianchi della pagina? Il mondo non è a nostra disposizione, mentre lo è l’azione, la volontà di capire: il viaggio, il movimento, “la ricerca di una vita nuova, perché il tempo della cosiddetta civiltà occidentale è ormai scaduto.”

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