di Carmelo Barbaro

– Ce l’ha fatta a schiattare, alla fine… –

– Così pare. Non mi sembra ancora vero. –

– Beh, aveva solo centodue anni. –

– Già, cento di troppo… –

– Non ci pensare più. Domani leggeremo il testamento. –

– Se quella stronza m’ha lasciato senza niente… –

Sussurri nella penombra fresca di una chiesa gremita.

L’evento ineludibile per ogni uomo, un giorno triste per alcuni, lieto per altri, ininfluente per la grande maggioranza.

Dialoghi del genere avvengono ogni giorno in ogni parte del mondo con i più disparati e improbabili protagonisti, delle religioni più inverosimili, anche se non è educato ammetterlo. In special modo quando il caro estinto è ricco e ha l’insopportabile tendenza a non voler tirare i piedi. Nella fattispecie, Nonna Gertrude Monsoni aveva serenamente  abbandonato le sue spoglie mortali solo dopo aver varcato il secolo, lasciando nel lutto ma non nell’indigenza una grande e per lo più avida famiglia: comuni miserie umane. Lei e il marito Osvaldo avevano messo a frutto un bel gruzzolo in oro, di dubbia provenienza, subito dopo la Guerra comprando un podere in Emilia per allevare mucche e adesso la Monsoon Ltd. aveva partecipazioni che spaziavano dalle energie ecosostenibili ai social network ai titoli di stato cinesi. Gertrude ne aveva viste troppe in vita sua, compreso l’assassinio del coniuge, per non sapere che, purtroppo, aveva nutrito delle serpi in seno. Osvaldino Rizzo-Monsoni detto Dino e Luisa Monsoni-Jovine, cugini di primo grado tra loro e nipoti di Gertrude, ne erano la prova vivente: viziati, spocchiosi, gretti e ignoranti, senza un briciolo di ambizione personale, allevati a palate di denaro solo per non dover essere educati. Attendevano con ansia la dipartita della Vecchiaccia (così la chiamavano, affettuosamente…) per spartirsi il sostanzioso bottino o per fare ostruzionismo legale agli eredi designati.

– Mi fate schifo. –

Il laconico e garbato commento proveniva dal banco alle loro spalle, dalle labbra tese della loro cuginetta Rudy ovvero la più giovane Gertrude Monsoni. Ragazzina in gamba, voleva sinceramente bene a nonna Gertie e proveniva dal ramo virtuoso dei Monsoni. Poteva essere definita la “ribelle” anche per via della giovane età ma dei soldi gliene era sempre importato il giusto perché ne aveva sempre avuti: aveva il suo lavoro da mediatrice culturale che le dava soddisfazioni, una fidanzata che l’amava e con cui presto si sarebbe sposata e la classica passione per i viaggi. Le piaceva ascoltare i racconti della Nonna, la saggezza atavica e spicciola e il pensiero che non avrebbe potuto vederla convolare a nozze con l’amore della sua vita le intorpidiva i sensi.

Dino fece spallucce e Luisa, con un trucco di magia, dietro la mano destra fece comparire il dito medio della sinistra. Non si stavano simpatici.

La funzione volgeva al termine, dopo il prevedibile sermone su questa vita e quell’altra, sui peccati commessi e sulle pene per espiarli, sulla gloria e la redenzione…

– E che due coglioni. – bofonchiò Dino, consultando l’orologio da sultano del Brunei.

Luisa gli fece un cenno grave, come a ricordargli che erano ancora a metà dell’opera.

Il cugino alzò gli occhi al soffitto affrescato della piccola cappella di campagna, lo trapassò per insinuarsi nell’azzurro del cielo, fin sopra l’atmosfera e nello spazio aperto e domandare la forza di resistere a qualunque divinità fosse in ascolto.

Rudy sistemò i capelli scuri in una coda stretta, arricciò un angolo della bocca e, senza farsi notare, dispose sulla seduta del cugino Dino un chewing-gum al mentolo proprio quando il prete acconsentiva ad accomodarsi.

– La messa è finita. Andate in pace. –

I conoscenti, dopo strette di mano e scambio di biglietti da visita, si dileguarono in breve tempo. Gli amici e i familiari seguirono la cara estinta a casa sua, un sontuosa villa a ridosso degli Appennini, per il lutto e l’estremo saluto come da ultime volontà.

– Certo, vecchissima lei vecchissime le usanze… – commentò acida Luisa, accendendosi una sigaretta. Bella era bella e i ritocchini aiutavano: capelli corti e nerissimi, sguardo da gatta, spalle larghe e trucco perfetto ma era velenosa come la cicuta. Dino dimostrò il suo accordo con un’espressione molto prossima al disgusto finché la cugina Lorella, di passaggio per raggiungere la sua auto, gli fece notare la macchia verdastra sulle chiappe. Il disgusto divenne ira e una bestemmia a Santa Gertrude ratificò il suo odio per la nonna e per la consanguinea. Tutto il clan Monsoni era raccolto attorno alla cara estinta, un processione di uomini e donne eleganti e affranti (più o meno…) verso un feretro aperto che incorniciava un piccola e raggrinzita figura dai capelli bianchissimi. La bocca sembrava atteggiata in un inspiegabile sorriso sbarazzino, le mani giunte sull’addome stringevano un rosario con la medaglietta di San Disma, il Buon Ladrone. Dino si avvicinò e la osservò compiaciuto e soddisfatto, giocherellando con i baffi curati e pensò che la giustizia arriva per tutti, basta avere pazienza. Luisa, gli occhi coperti da grandi occhiali da sole, poggiò una mano sulla petto della nonna: voleva essere sicura che fosse davvero deceduta ma il resto della famiglia avrebbe potuto scambiare quel gesto per una carezza di commiato. Le lenti scure mascherarono il suo disappunto e il suo strabuzzamento oculare quando notò che Gertie portava al dito il Monile, come lo chiamava da quando lo aveva puntato: un anello di finissima fattura di platino puro. Niente leghe, nessuna impurità, durezza Scala Mohs 4.3; un oggetto preziosissimo destinato a durare per secoli ed era addosso a quella cariatide! Non poteva neanche sognare di estrarlo dall’anulare ossuto davanti a tutte quelle persone, da lì a un’ora l’avrebbero tumulato insieme alla Vecchiaccia e poteva a ogni buon conto considerarsi perduto. Qualche mattacchione le aveva giocato un bello scherzo… Alzò lo sguardo verso la sua sinistra e vide Rudy che le sventolava il suo dito medio, con tutta la gioia di questo mondo. Luisa serrò i denti e strinse quello che aveva sotto le mani; sentì uno strano scricchiolio e capì di aver rotto qualche falange al cadavere. Si allontanò facendo picchettare i lunghi tacchi. Venne il turno di Rudy. Sentiva gli occhi lucidi e pesanti, i ricordi si ammassavano disordinati nella mente. Pensò a quando rivelò alla nonna, prima ancora di sua madre, di essere omosessuale e la nonna le aveva risposto che era sempre amore quindi non vedeva il problema. Oppure quando da piccola le aveva insegnato a riattaccare un bottone, giusto per sapere come si fa. Iniziò a piangere con piccoli singhiozzi mano a mano che la loro vita insieme si dipanava nei sui pensieri. Si aggiunsero risatine contenute quando tornarono a galla le sue battute taglienti e alla fine una fitta di disperazione la colse alla sprovvista.

“Visto Nonna? Ti ho portato l’anello. Non l’avrei mai lasciato a quella carogna di Luisa.” pensò mentre sfiorava la pelle gelida. Solo che non le sembrava per niente fredda, sembrava tiepida. Anzi, si riscaldava a vista d’occhio. Mentre Rudy cercava di interpretare quel singolare fenomeno, la fu Gertrude Monsoni, senza alcun preavviso,  sbarrò le palpebre, afferrò i bordi della squisita cassa di tiglio e si sollevò fino a restare seduta, rantolando. L’ansimo si trasformò prestissimo in inspirazione profonda che scemò in un sibilo regolare. Rudy era paralizzata: scrutava quell’insolita scena con la bocca a culo di gallina e un sopracciglio così inarcato che la fronte lo conteneva a stento. Non riusciva a decidere se doveva essere spaventata, euforica o diffidente. Non sapeva nemmeno cosa fare, se abbracciare la nonna appena resuscitata, urlare a squarciagola o afferrare un corpo contundente e spaccarle il cranio.

L’attimo di silenzio stupefatto della famiglia Monsoni lasciò spazio a molteplici reazioni: svenimenti, segni della croce, imprecazioni a voce alta, maledizioni a voce bassa, rappresentazioni goliardiche di santi e madonne, mutismo e paralisi.

Luigi agguantò un candelabro e urlò:

– Zombie! – lanciandosi all’arrembaggio per mettere in pratica quanto visto in svariate serie televisive di discutibile qualità.

Venne arrestato nella sua corsa e spiaccicato al suolo da un geometrico gancio destro sul naso della cugina Rudy, sottolineato dal monito:

– Non pensarci nemmeno, stronzo. –

Nonna Gertrude iniziò a prendere atto della faccenda, con una luce innocente negli occhi: si guardò lentamente in giro finché incontrò il volto della nipotina che portava il suo nome con un’espressione indecifrabile.

– Ho fame. – disse

Rudy iniziò a ridere sempre più forte, Luigi venne portato in bagno in stato semi-confusionale in preda a una più che copiosa epistassi, Luisa stava già chiamando i suoi avvocati per mettere a punto una qualche strategia d’uscita.

Gertrude Monsoni, annuendo, considerando gli abiti scuri degli astanti, la cassa rivestita di velluto e seta, la magione addobbata di nero e viola, le corone di profumati crisantemi e stupendi gladioli dovette cedere all’evidenza.

– Ineccepibile. – commentò divertita, mentre l’aiutavano a uscire dalla bara.

 

Sembrava essere l’unica notizia. Da giorni e per validissimi motivi. Giornali, telegiornali, siti internet, blog, vlog, opuscoli dell’oratorio. Quella mattina non faceva eccezione.

– Continua l’inspiegabile ondata di resurrezioni in ogni parte del mondo. Le autorità, le agenzie scientifiche e di sicurezza raccomandano calma e prudenza. Gli… interessati non hanno cattive intenzioni. Ripetiamo: non hanno cattive intenzioni. Non sono zombie o altre creature folkloristiche, non cercano carne umana, non si nutrono di cervelli. Non sono malati né contagiosi. Dimostrano un vago disorientamento che si attenua e svanisce in poche ore, talvolta accompagnato da amnesia retrograda. Coloro i quali incontrino un “risorto” sono invitati a prestare assistenza fornendo acqua, cibo e risposte il più chiare e semplici possibili, in attesa delle squadre di soccorso. –

Il grande schermo nella sala riunioni della redazioni era diviso in sei rettangoli della stessa area, sintonizzati su diversi canali nazionali ed esteri. A parte alcune variazioni sul tema, la solfa era sempre la stessa.

L’annunciatrice della CNN prevalse sugli altri.

– È appena giunta un’ultim’ora. Un Airbus A380 della Singapore Airlines con a bordo più di cinquecento passeggeri risulta essersi schiantato sul versante occidentale del monte Fuji. Secondo le prime ricostruzioni, il pilota avrebbe trasmesso un delirante messaggio in merito a un sacrificio rituale alla torre di controllo dell’aeroporto di Tokio prima di iniziare la letale picchiata. Siamo in attesa di conferme e aggiornamenti. Rimanete connessi e in ascolto. –

In un qualsiasi altro mercoledì, la sede di LEFT/Sight avrebbe brulicato di vita e movimento, ma in quella giornata c’erano solo il vicedirettore e due redattori. E due occupanti per una sala riunioni da trenta persone.

– Cristo, è il quarto questa settimana… – disse sconsolato Dimitri, armeggiando con un obiettivo da 40 millimetri, seduto a gambe conserte sul gigantesco ed ellittico tavolo bianco.

La setta interreligiosa dei “Martiri Luminosi” faceva proseliti a un ritmo vertiginoso.

Era un ragazzino di venticinque anni che ancora credeva di cambiare il mondo con qualche scatto di zone di guerra e bimbi denutriti. La realtà di patinata ribellione di quella rivista gli calzava a pennello.

– Tu che ne pensi, Periodo? – domandò, indirizzando il fronte d’onda sonico alle sue spalle senza voltarsi.

I piedi incrociati sul bordo laccato, l’aria assorta, le mani sulla nuca Enrico Maffei rimuginava. Si considerava in buona approssimazione cinico e disilluso ma la gente che ritorna dalla morte lo faceva davvero sbellicare. “Periodo” era l’epiteto che la sua seconda ex-moglie, la yankee, gli aveva affibbiato: puntuale, una volta al mese, ti causa dolore e sbalzi di umore e quando ciò non si verifica potrebbe esserci di che preoccuparsi. Maffei volle Dimitri con sé come fotografo per le sue inchieste quando il giovanotto fece sfoggio delle sue qualità investigative scoprendo la storia dietro il suo poco lusinghiero soprannome. Il mistero di come ci sia riuscito permane tutt’ora. Non gli dispiaceva nemmeno troppo, non lo usava quasi nessuno quel termine e soprattutto non se la sentiva di accampare scuse per una verità oggettiva.

– Penso che è ora di darci una mossa. – rispose Enrico, stirandosi e scrocchiandosi il collo, emettendo degli adorabili squittii. Era stato un giornalista di prima linea, un reporter nelle più disparate zone di conflitto, un saggista, un plagiatore, un pessimo marito (due volte),un padre abbastanza amorevole, un amante egoista e adesso sbarcava il lunario come free-lance collaborando con varie testate per pagare uno sproposito di mantenimenti. In vita sua, le aveva sbagliate quasi tutte ma il suo fiuto per le notizie era leggendario. E quella, quella lì era LA NOTIZIA, ovviamente.

– Prenota due biglietti per Bologna. Intanto, io recupero un po’ di materiale. – disse abbandonando la stanza con il suo passo strascicato.

– Bologna? E che cazzo c’è a Bologna? Non dovremmo andare a Bruxelles o in Vaticano? Enrico! Periodo?! Ehi! Ma dimmi tu… –

Un’ora dopo stavano lasciando Termini in direzione Emilia-Romagna. Dimitri era tutto eccitato, esaltato dalla caccia allo scoop e sembrava che il suo sedile fosse imbottito di carboni ardenti. Parlava in continuazione, ponendosi domande e dandosi le relative risposte, includendo talvolta Enrico che non lo calcolava di striscio: era impegnato nella lettura di alcuni dossier, riservati e incompleti.

“Martiri Luminosi”: movimento sostanzialmente areligioso, di natura spontanea, nato in risposta ai primi eventi di ritorno alla vita. Principi etici e d’azione spiraliformi e contraddittori, non esiste prova certa di un team e/o figura di comando, completa assenza di materiale informativo o di reclutamento sui canali standard. Probabilità d’infiltrazione ai più alti livelli direzionali, da tenere sotto strettissima sorveglianza scriveva l’Interpol.

Setta ascrivibile al filone dei movimenti apocalittici o integralisti, labile vicinanza con concetti di consustanziazione e ruolo della grazia del protestantesimo. Si ipotizza l’uso di farmaci psicotropici e lavaggio del cervello nelle tecniche di arruolamento. Livello di pericolosità sociale: medio-alto, affermava il file della Polizia italiana.

“Una manica  di schiodati imbottiti di tequila ed LSD”: la definizione del Segretario di Stato americano. Aveva ancora delle fonti attendibili sparse un po’ ovunque. Ogni forza dell’ordine coinvolta in quelle indagini aveva il proprio metodo, le contestuali procedure, le immancabili imperfezioni e i naturali preconcetti perciò trovare un filo comune per quanto sottile risultava impresa ardua se non impossibile. L’unico elemento costante era il fatto che quegli scoppiati si portavano dietro un buon numero di persone estranee al culto e, si presumeva, ignare. Ma era davvero così? Forse le ramificazioni erano molto più estese… Enrico si grattò il mento con insoddisfazione e prese ad arrotolarsi una sigaretta. Si vide riflesso nel vetro del finestrino: capelli ancora folti e con spruzzate di grigio che sulle ragazzine facevano colpo, rughe intorno agli occhi causate dal sole violento dei deserti di mezzo mondo, un piccolo neo sulla narice destra. “Che spreco…” pensò, sbuffando una risatina.

Dimitri gli stava chiedendo qualcosa, forse da un minuto intero.

– Come? –

Il giovane, sbarbato di fresco (se tagliare quattro peli sul mento significa sbarbarsi), piantò gli occhi azzurrognoli sul suo principale, stringendo le labbra.

– COSA. CERCHIAMO. A. BOLOGNA? – disse scandendo bene e utilizzando una versione maccheronica del L.I.S.

Maffei ghignò storto.

– Una nuova prospettiva. –

Questo inedito punto di vista risiedeva nel cervello di Ruggero Raimondi, vecchia e alquanto particolare conoscenza di Enrico Maffei. Lo aveva intervistato anni prima, per un pezzo sulla situazione disastrosa dei ricercatori in Italia. Raimondi, a quel tempo, era considerato da tutta la comunità scientifica italiana una promessa della matematica e della fisica teorica ma era spanato come bullone. All’epoca del loro primo incontro, Ruggero era stato allontanato dall’università di Bologna per un non meglio specificato abuso di potere. Enrico si fece raccontare la storia a microfoni spenti. Il  brillante dottorando Raimondi teneva un corso di analisi matematica per matricole con pochissima soddisfazione (“quelli lì non capivano la differenza tra una serie telescopica e una serie geometrica…” disse costernato, a un certo punto) e qualcuno durante una lezione si permise di fare lo spiritoso sul teorema del confronto o “dei carabinieri”. Il risultato fu una bocciatura collettiva di tutto il corso durante la sessione estiva degli esami. Dopo denunce civili e penali, riunioni del senato accademico, incontri confidenziali con eminenti professori, Ruggero tagliò la testa la toro e mandò tutti affanculo abbandonando l’ambiente accademico. Da allora, si manteneva con ben remunerate ripetizioni private, correzione di articoli scientifici, stesura tesi, saltuario hackeraggio e piccoli investimenti in selezionate start-up. Enrico lo trovava anche simpatico, tuttavia aveva una sensibilità troppo grande per questo mondo, aveva concluso. Si erano tenuti in contatto visto che era una fonte inesauribile di pensiero alternativo. E soprattutto perché si consideravano a vicenda dei sociopatici a stento inseriti e tra disfunzionali ci si aiuta. I suoi ragionamenti induttivi e deduttivi lasciavano basiti e spiazzati quale che fosse l’argomento in discussione perciò Maffei era sicuro che se esisteva una persona al mondo che aveva analizzato quella specie di sceneggiatura veterotestamentaria sotto un’altra luce, era Ruggero.

– Se e quando te lo dico, tu inizia a riprendere. Chiaro? – disse il giornalista al suo assistente, il dito bloccato a pochi centimetri dal bottone del citofono. Si trovavano nei pressi di Porta Mascarella, alla fine di via Borgo di San Pietro: l’appartamento di Ruggero era sopra un negozio di fumetti.

Dimitri fece segno di aver capito.

– Non scherzo. Forse dovremo lottare un po’ per entrare e non è detto che ci voglia parlare. È un tipo… Lo vedrai. – aggiunse Enrico, con uno sfumato gesto della mano.

Per essere febbraio, un insolito tepore permeava l’aria: Dimitri si era addirittura levato il giubbotto. Enrico pensò che il riscaldamento globale avrebbe vinto da lì a poco. Premette il pulsante con decisione.

– Ciao Rusty. Sono Enrico Maffei. Scusa per l’improvvisata ma devo veramente parlarti. Ho bisogno di una tua opinione riguardo… –

– Sali. E non chiamarmi “Rusty”. –

Maffei rimase congelato a metà del movimento con cui era solito supplicare, inclinato di qualche grado verso il muro del palazzo, all’ombra di uno squallido e grigio portico di cemento butterato. La serratura elettrica scattò e il portone si scostò di alcuni centimetri lasciando intravedere un buio atrio e una tetra scala.

Enrico e Dimitri si osservarono perplessi: Periodo non si aspettava quella cordialità e un senso d’inquietudine, come quando si avvicinava a un campo minato non segnato in Iraq, iniziò a impregnarlo. Dimitri, invece, decise che era ora di mettersi proprio.

Secondo piano, porta accostata, flebili rumori di movimento. Enrico bussò sullo stipite e si azzardò a entrare seguito dal ragazzo con la fotocamera in pugno. Bilocale modesto, giusto per una persona con la passione per la lettura, come dimostrava ogni angolo stipato di volumi e pubblicazioni, gran parte di argomento scientifico.

Molti libri aperti, sul pavimento, erano sulla termodinamica in tutte le sue accezioni. Seguirono la voce di Ruggero fin dentro la cucina; stava stringendo la moka. Periodo aggrottò la fronte: non ricordava di avergli mai visto fare un lavoro manuale.

– Perdonerete la qualità del caffè, non sono molto pratico. – disse quasi amichevolmente.

– Beh, non si finisce mai d’imparare. – convenne Maffei, facendo l’occhiolino.

Esaurite le presentazioni di rito con l’intruso Dimitri Ieorgatis, si accomodarono al tavolino verde ospedale del cucinino in attesa del caffè. Dimitri misurò la sua ultima conoscenza: alto, grosso, con un mazzo di capelli neri ricci e gli occhiali a cento lire. Si aspettava lo stereotipo del topo di biblioteca, magro, smunto e tendente al fotofobico e invece si trovava davanti un buon mediano d’apertura. Sorbirono in silenzio l’ultimo esperimento culinario di Rusty Raimondi.

– Buono… – esalò Enrico, pensando ai periodi più felici della sua vita per riuscire a mandar giù quella plastica squagliata.

Dimitri alzò il pollice sinistro per dimostrare il suo apprezzamento anche se aveva bevuto idrocarburi aromatici ben più gustosi e meno nocivi.

Ruggero gradì molto le bugie dei suoi ospiti e indicò loro un posacenere nel caso avessero voluto fumare.

– Agli affari dunque. – suggerì poggiandosi allo schienale e iniziando a dondolare.

– Agli affari. – confermò Enrico, accendendosi l’ennesima sigarettina di tabacco.

– Ti dispiace? – aggiunse, indicando Dimitri e la telecamera.

Ruggero alzò le spalle e il cameraman iniziò a riprendere.

– Ti aspettavo sai?  – iniziò Raimondi – Era logico che ti presentassi per sapere cosa ne pensavo di tutta questa storia… –

– Mi aspettavi e facevi le valigie? Dove stai andando? – ribatté Periodo, da vecchio segugio qual era. Era riuscito a sbirciare in camera da letto senza farsi notare e aveva inquadrato un trolley in composizione.

– Per questo mi sei sempre piaciuto: non ti sfugge nulla. – commentò Rusty con visibile soddisfazione.

Enrico lo scrutava con i gomiti sulle ginocchia, teso in avanti: c’era qualcosa di strano in Raimondi, non era il solito. L’atteggiamento, i modi, persino i movimenti possedevano delle venature che non riconosceva.

– Vado a trovare la famiglia. Tra poco non sarà più possibile viaggiare. – rispose secco. Questo dettaglio colpì Enrico: a Ruggero la sua famiglia non piaceva. Li reputava intellettualmente carenti ed emotivamente puerili. Frequentava i suoi congiunti il meno possibile, in pratica sotto coercizione; un tale slancio di amore filiale puzzava più del suo terribile caffè, il Diavolo se lo porti.

Maffei, però, non si scompose e attese che Ruggero facesse ciò che ogni essere umano vuole fare, prima o poi: raccontare la sua storia.

– Te la faccio semplice. Seguo la vicenda delle resurrezioni da quando è partita e l’ho studiata varie volte, con approcci differenti. Ho messo le mani su qualche tabella secretata e ho incrociato un po’ di dati. I più coinvolti nella gestione dell’emergenza sono i Ministeri della Salute o della Sanità a seconda del paese, l’O.M.S. , il C.D.C. americano fino a Medici Senza Frontiere. Il C.E.R.N., il M.I.T., la N.A.S.A., la Normale di Pisa, l’E.S.A. non sono stati neanche consultati. Stanno cercando la possibile causa, e quindi l’eventuale soluzione, in ambito chimico, virale o batteriologico. Beh, secondo i miei calcoli perdono tempo. –

Enrico si arrovellò un instante i neuroni, spostando e ruotando lentamente il cellulare sul ripiano verde marcio, come per assecondare la sinusoide che le sue sinapsi avevano generato.

– Nel dettaglio? – chiese con finta strafottenza.

– Stanno cercando nel posto sbagliato. –

 

La registrazione, da quel punto in poi, diventava limpida. Qualcuno doveva aver spostato lo smartphone che adesso era a tutti gli effetti un microfono panoramico.

L’aria fresca e riciclata del bunker sotterraneo dei monti Adirondacks si adattò facilmente alla nuova qualità del segnale. Erano stati messi in atto procedimenti di estrema urgenza, altamente anticostituzionali e totalmente immorali. Per gentile concessione dei mostri della Rete, FaceTop e Roddle nonché di ogni produttore di device tecnologici, tutti i dispositivi della Terra erano stati trasformati in strumenti di spionaggio illegale. La faccenda era talmente disperata e le buone idee così scarse che si era deciso di allargare il bacino di input, captando tutte le trasmissioni che si riuscivano a intercettare, sperando di pescare qualche lampo di genio.

Mafferi (M): E dove si dovrebbe cercare?

Raimondi (R): Nell’energia. Ancor meglio, nella termodinamica.

(M): Non ti seguo…

(R): Posso farti vedere i modelli matematici e spiegarti la teoria ma, con tutto il rispetto, non credo capiresti. Prima o poi, però, anche LORO se ne accorgeranno e chissà quale cazzata tireranno su…

(M): Tu prova lo stesso a spiegare…

(R): D’accordo.

Il lucore diventò una piena e fredda luce di neon: il generale McIntosh, capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, aveva interrotto bruscamente la riproduzione.

– Il resto non è rilevante. – spiegò con il suo tono da soldato. Ed era il prototipo del soldato, privo di qualunque volontà o scrupolo, obbediente e ignaro.

Il Presidente Palmer verificava l’accuratezza della rasatura con il dorso della mano, pensando e temendo che McIntosh stava per esporgli la famosa cazzata.

– Il fricchettone ci aveva azzeccato. – esclamò – I nostri cervelloni condividono le sue ipotesi e hanno improvvisato qualche scenario. –

Palmer guardò una serie di pagine straripanti di numeri e formule, prive di significato. Era stato un comico d’avanguardia, lui: il ruolo del Presidente lo annoiava a morte.

– Nemmeno io ci ho capito molto, signore. – intervenne in aiuto l’apposito McIntosh

– Ma me lo sono fatto spiegare terra terra. Ha a che fare con l’inversione dell’entropia, potessi spararle. In poche parole, è come tornare indietro nel tempo senza poter scegliere “quando” fermarsi. È tutta teoria, signore. Quello che ho capito è che possiamo dare una mano a questo processo per renderlo nostro alleato. Ha saputo che la moglie di Hawking non vuole staccare la spina, sì? Finché quello respira, lei arraffa bei soldi, mica stronza. In ogni caso, il piano è fornire un quantitativo di energia sufficiente per riportare in vita qualche testa d’uovo del recente passato. Qualcuno abituato a ragionare, non a programmare. Einstein, mi pare di aver sentito.-

Il Presidente si tolse gli occhiali e si massaggiò il setto nasale: ma che razza di piano era mai quello? Davvero era la migliore opzione che avevano?

– I russi che dicono? – chiese con la voce stanca. “Clinton si occupava di ben altro…”, si trovò a pensare con estremo rammarico.

– Se la tirano, ma ci staranno. Penso che per smuoverli dovremmo dare il buon esempio. Armiamo, signore. –

Tre ordigni per nazione, responsabilità comune, un gran numero di PetaJoule rilasciati nell’atmosfera, una possibile perturbazione della ionosfera e quindi delle comunicazione a lungo raggio.

Palmer lanciò un’occhiata dubbiosa al generale, le labbra tremanti nascoste sotto la mano. Il militare gonfiò il petto e fissò il suo comandate in capo.

– Anche nella tragedia, Signore, dobbiamo primeggiare. –

Ora, se un idiota dice un’idiozia a uno intelligente, l’intelligente ha una vasta gamma di reazioni da cui attingere: indifferenza, ironia, pazienza, pianto isterico, compassione, sbigottimento…

Il problema sorge quando un idiota dice un’idiozia a uno ancor più idiota: alla fine, l’idiota risulta quello intelligente.

 

Il professor Paul Dirac stava facendo i conti da un paio d’ore quando venne notato e scambiato per un vagabondo pazzo da un inserviente della Florida State University, Tallahassee.

Quei mattacchioni dei “Martiri Luminosi”… Il loro adepto McIntosh era stato molto previdente a trafugare una testata termonucleare tattica da qualche megatone entro le frontiere di un territorio neutrale e amico per di più sotto la giurisdizione di un altro illustre seguace: papa Benedetto XVII. Sua Santità fece detonare l’ordigno durante l’Angelus, per buon augurio, insieme ai missili balistici, vaporizzando Roma, con Enrico Maffei, Dimitri e buona parte della costa, mandando allegramente a puttane un piano già di per sé demenziale. I satelliti riconfiguravano le mappe battezzando il cratere “Nuovo Golfo di Tivoli”.

Complice l’ignoranza abissale di vasta parte dell’umanità, nessuno lo riconobbe per un buon quarto d’ora. Un vecchio professore di fisica, alle soglie della pensione, arrivò trafelato e prossimo all’infarto per stringergli la mano e chiedergli come poteva essergli d’aiuto. Lo sguardo terreo di Dirac gli spiegò che voleva essere lasciato da solo e possibilmente in pace. Il vecchio fisico si assunse qualsiasi responsabilità e sbatté tutti fuori dall’aula, mentre cercava di mettersi in contatto con la Casa Bianca. Tutte le attività umane erano state smorzate, ridotte al minimo indispensabile: scuola, lavoro, divertimenti, sport e come da previsione di Raimondi, i viaggi erano stati sospesi.  Perfino l’omicidio era stato depenalizzato perché poteva contribuire alla rinascita di qualche personalità utile. La situazione evolveva rapidamente, le resurrezioni aumentavano a vista d’occhio con i relativi problemi di sovrappopolazione. La carenza di cibo fu limitata poiché le foreste ritornavano rigogliose e anche gli animali risorgevano. Era tuttavia necessario non immettere altra energia nel sistema pertanto anche i calcoli andavano fatti alla vecchia maniera, carta e penna o gesso e lavagna e sempre con poco entusiasmo. Il professor Dirac non parlò con nessuno per tre giorni, viveva tra la stanza che gli avevano assegnato nel campus ormai deserto e l’aula che aveva eletto a suo ufficio. Solo una mente speciale come la sua poteva adattarsi con tale naturalezza  a ciò che stava succedendo senza andare in corto circuito e riuscire a valutare oggettivamente i dati che gli venivano forniti a getto continuo. Il quarto giorno (lo stesso in cui resuscitarono Einstein e Von Neumann), Paul Dirac contattò le autorità dicendo questa semplice frase:

– Ho finito e ho capito. Devo parlare al mondo. –

Tutti i paesi si attrezzarono con maxischermi nelle piazze e nelle biblioteche, venne dato il permesso di accendere i televisori e addirittura i cellulari per ascoltare la più importante comunicazione mai trasmessa. L’umanità si trovò di fronte quest’uomo dal naso aquilino, i baffetti sottili e la stempiatura incipiente, in completo marrone e un incomprensibile mezzo ghigno sulle labbra, dentro un’aula universitaria. Alle sue spalle, ardesie arabescate da geroglifici incomprensibili, operatori Nabla e tensori.

Il professor Dirac sembrava perso nelle sue riflessioni ma dopo un bel respiro iniziò a parlare.

– Dopo lunga e attenta ponderazione, ho deciso di battezzare il processo che mi ha riportato in vita “neutralità” o “neutrality”. La maggior parte di voi non ha i mezzi per poter comprendere quanto ho scoperto in quanto si tratta di un evento cosmologico. Per venire incontro alle vostre capacità, cercherò di trattare l’argomento in maniera essenziale. –

Piccola pausa per raccogliere le idee e scegliere le parole adatte.

– La neutralità non concerne solo il nostro pianeta, è un episodio universale. È strettamente collegato alla struttura e al destino ultimo del cosmo. In breve, ci stiamo dirigendo verso il Big Crunch. Tutta l’energia e la conseguente entropia trasformata e generata dal Big Bang, sta tornando alla sua fonte dando l’illusione di spostarsi indietro nel tempo. Le mie analisi confermano che la precedenza viene concessa alle trasformazioni biologiche anche se la stessa omeostasi contribuisce alla neutralità. – Alla parola “omeostasi”, vi furono migliaia di sguardi smarriti.

– Le mie previsioni indicano che la soglia critica sarà raggiunta con l’inversione dell’entropia degli oggetti inerti ancora integri: quando vedrete ringiovanire i lampioni davanti al vostro sguardo, per usare un esempio accessibile. Dopo tale soglia, la neutralità, che fino al momento ha avuto un andamento quasi lineare, mostrerà un comportamento esponenziale estremamente ripido e ce ne accorgeremo guardando il Sole. La neutralità è irreversibile, incontrastabile e definitiva. Per quanti se lo stessero chiedendo, il gesto più sensato che rimane da compiere è regolare i conti. Spero che il prossimo universo si comporterà meglio di noi. Buona fortuna a tutti. –

Gli operatori che gestivano la messa in onda scapparono via; il caos, il panico e la psicosi si sparsero sulla Terra come napalm fresco insieme a barbarie, sacrifici e preghiere. I saccheggi e gli stupri non si contavano, per ogni sciacallo ucciso, un Hitler tornava in vita. La Torre Eiffel perse la ruggine e il Partenone tornò all’antico splendore di due millenni prima, celeste e rosa.

Paul Dirac rimase da solo, tanto a rimuginare quanto a produrre. Non riusciva a concepire altro utilizzo per gli ultimi istanti dell’Universo (o di quell’universo, almeno) che lo studio, la circoscrizione del concetto, la descrizione dei fatti e infine la comprensione. La neutralità accelerava seguendo una traiettoria molto scoscesa come da predizione, smilodonti e brachiosauri invasero i giardini dell’università per un intero “minuto” (all’interno di un campo a entropia inversa, la nozione di “tempo” perde molto del suo significato), mentre Dirac si ostinava a ragionare con l’annichilimento a portata di mano: restava un ultimo aspetto del problema da indagare. Il grande genio matematico non aveva più “tempo” di fare materialmente i calcoli perciò lasciò briglia sciolta alle congetture. Elaborò corollari che scartò subito, corresse alcuni dettagli millesimali, riconsiderò tutto il modus operandi finché trovò quello cercava: una lieve imperfezione nell’inclinazione del grafico. Lo aveva sospettato fin dall’inizio, ma trovare quell’errore glielo confermava in quanto lui non commetteva errori. La neutralità disgregava la cattedra a pochi passi da Paul Dirac e i primi, invisibili tentacoli della forza anti-entropica gli solleticarono i piedi. Guardando di fronte a sé, riuscì a scorgere magnetar e buchi neri sfilacciarsi nell’inutile tentativo d’invertire la propria rotazione e contrastare la neutralità.

La mano di Dirac iniziò a smolecolarizzarsi senza dolore.

La smorfia incisa sulle sue labbra divenne più profonda e lunga.

L’ultima Proposizione di Paul Dirac:

“Date le premesse, le condizioni al contorno rilevate e rilevabili, il metodo di analisi e la correlazione con gli effetti empirici valutati e valutabili, la neutralità dimostra di doversi ascrivere alla sfera dell’intenzionalità in quanto sono state riscontrate numerose evidenze di volontà e volontarietà.”

Che magnifica devastazione sarà.

E che splendido inizio.

 

 

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