di Iuri Lombardi

Antonio Merola, F. Scott Fitzgerald e l’Italia, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero, 2018, € 10,00

Interessante e molto approfondito è il saggio di Antonio Merola su Fitzgerald in Italia e i rapporti che lo scrittore statunitense ebbe con il bel paese. Non è un caso che un letterato italiano, della capitale, parli e si metta a studiare e ad approfondire l’opera di colui che fu, a suo tempo, definito “poeta in prosa” se questo, colui che scrive il saggio, è uno scrittore anche lui e quindi non un saggista.

Prima di parlare del saggio e sviscerare le peculiarità che presenta è d’uopo, secondo il mio parere, sottolineare l’aspetto tecnico ossia di lavoro di uno scrittore e non di uno studioso quando si approccia ad un saggio. Occorre, quindi, fare una premessa propedeutica al concetto di “igiene letterario” e distinguere, non certo a cuor leggero, la saggistica di uno studioso e quella di un narratore.

C’è differenza?

A parere mio sì e non poca. Come nel caso di Antonio Merola uno scrittore si avvicina al saggio per una questione esistenziale ma non spicciola, direi quasi per sospensione ontologica al da farsi suo quotidiano. Il ruolo di uno scrittore non è quello di fare saggi o scrivere biografie o studiare il percorso di un classico e metterlo nero su bianco. Il ruolo di uno scrittore è di fare letteratura e quindi di scrivere racconti, stendere romanzi; si tratta di agire come modus operandi sul piano della fiction e non su quello documentaristico; sarebbe a dire come se un regista narrativo si mettesse a dirigere un documentario. A volte questo avviene e succede nel caso che lo scrittore trovi una via di fuga verso il reale, quando esso di discosta dalla fantasia e con un intento democratico si approccia, quasi a voler ricomporre un puzzle, alla saggistica. Ma la saggistica di uno scrittore è arte e non è un prodotto per accademie o un pamplhet buttato giù per una conferenza o un seminario. In poche parole il saggio di un letterato – in senso di scrittore- nasce come un tentativo demistificatorio nei confronti del proprio vissuto ma tale intenzione si spegne al suo albeggiare e l’opera scritta è un saggio di fatto ma anche un’opera d’arte: una prosa che presagisce qualcos’altro.

Questo è avvenuto anche nel caso di Antonio Merola, giovane scrittore romano, autore di racconti, di poesie, operatore culturale ma direi protagonista della vita culturale giovanile della città eterna, e il mistero, l’enigma di sorta, presto è squarciato: Antonio pare identificarsi così bene in Fitzgerald che diventa quasi, indossandone i panni, forse inconsciamente, il romanziere scoperto da Pavese e dalla Pivano.

Nel saggio in cui analizza tutto il percorso dell’autore statunitense, scovando sin dalle viscere gli aspetti più minuti, contestualizzando la figura del grande Scott nell’America del proibizionismo, in quell’epoca che Fitzgerald amò definire dell’età del jazz, il giovane scrittore romano avanza delle ipotesi, ri-legge a suo modo lo Scott conosciuto da tutti e in particolare la sua opera in merito al rapporto con l’amata Zelda e poi il demone dell’alcolismo e in fine, ma non per importanza, il rapporto tormentato con l’Italia e l’amicizia inconsapevole degli italiani nei confronti di Scott. Di una amicizia nata per caso durante la stagione bellica quando Fernanda Pivano e Cesare Pavese decidono di tradurre le opere di questo americano sconosciuto e, come lo definisce in genere Merola, “romantico” in quanto lontano, se pur apparentemente, da ogni corrente letteraria del suo tempo. Si tratta di una scoperta coraggiosa visto i tempi, siamo in pieno fascismo e anche per l’editoria vige la ferrea legge autarchica e male erano visti gli autori esteri; per non dire che fosse per loro precluso ogni valico di accesso. Scott per via di Cesare e Nanda entra, clandestino tra di noi, varca le Alpi, oltrepassa l’oceano e giunge con le prime storie dell’America dei benestanti, dei festini hollywoodiani, del mondo fatto di abiti da sera e cene di gala. Già cosa strana per un autore d’oltreoceano cui era solito parlare di vagabondaggi ai margini delle strade o metropolitani e di sobborghi e malavita. La prosa di Scott pare sorprendere, sembra che lo scrittore camuffi la sua vocazione di poeta e la poesia trapela in quelle pagine quanto intenso fu l’amore per Zelda e il delirio che accompagnò i due, causa della malattia psichiatrica di lei, per l’intera vita.

Ma mi sembra marginale parlare di Fitzgerald e per ovvie ragioni.

In primo luogo perché è bene che uno ne approfondisca la conoscenza leggendone il saggio e in secondo luogo perché ritengo che un saggio non sia recensibile. Mentre è oggetto di recensione, ma direi di analisi, il rapporto tra l’autore dell’opera saggistica, se questi è appunto uno scrittore, e la figura analizzata. E questo caso, come suggerivo poco sopra, la figura di Merola si sovrappone a quella di Scott diventandone, all’unisono, una sola persona. Ma da cosa nasce questa identificazione?

Le ragioni possono essere molteplici a cominciare dalla sfera privata dell’autore che, per ovvie motivazioni, non sarà oggetto del mio intervento. La seconda e più probabile ipotesi è appena stata detta: Merola è uno scrittore che cerca di trovare una messa tra parentesi, cerca di evadere dal suo operato e si mette all’opera, si cala nei panni dello studioso. In altre parole, senza nutrire o avanzare pretese da accademico (il ruolo di uno scrittore è dieci volte più importante di quello di un semplice studioso), intavola una sorta di eterotopia come direbbe Foucault, nella quale si avvia la dinamica della identificazione. Si tratta quindi di un processo fisiologico per uno scrittore riconoscersi in un altro, classico o moderno, amico o collega che sia, contemporaneo o moderno.

Un processo identificativo che fa del saggio edito da Giuliano Ladolfi Editore un libro unico nel panorama monografico e di documenti del nostro tempo. Ogni riga del saggio, ogni passo è il testamento di due vite che paiono intrecciarsi, vivere assieme un’eterna primavera, o forse un autunno primordiale. Antonio calandosi nei panni di Scott vede gli stessi colori, le medesime miserie e vittorie; l’arena della vita incendiarsi nel pomeriggio di un giorno x sotto il cielo dell’Italia e prima ancora di Roma. La Roma stessa di Merola può essere la metropoli americana, un labirinto di passioni e drammi, di messe tra parentesi per l’appunto, di digressioni anche piacevoli: la giovinezza, la sapienza, il cuore ma soprattutto la statura umana ed artistica che fa di Antonio un grande scrittore protetto, forse chissà da dove, dal grande Scott Fitzgerald.

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