di Gian Filippo Pizzo

La fantascienza: che cos’è, com’è sorta, dove tende di Lino Aldani, del 1962 (Casa Editrice La Tribuna), è il primo libro sulla science fiction pubblicato in Italia, preceduto solamente da alcuni saggi di Sergio Solmi apparsi su rivista accademica sin dal 1953. Rispetto ai colti e corposi articoli di Solmi, il volumetto di Aldani si caratterizza per l’approccio storico, l’attenzione alla allora circoscritta produzione nazionale, la valutazione psicologica e il tentativo di produrre una prima bibliografia italiana del genere. L’inizio, validissimo seppur limitato, di un dibattito che sarebbe proseguito nel tempo fino ai nostri giorni. In quell’anno Lino Aldani aveva al suo attivo numerosi racconti, ma da quel momento avrebbe intensificato la sua produzione non solo come scrittore ma come critico, direttore editoriale, anche editore in proprio della rivista Futuro che si caratterizzava – come del resto la sua produzione narrativa – per un approccio più umanistico alla fantascienza, distaccandosi dal modello più scientista di matrice soprattutto americana in favore di riferimenti culturali italiani ma anche europei e latini.
Nato a San Cipriano Po in provincia di Pavia, aveva seguito il padre chef quando aveva appena quaranta giorni a Roma, dove aveva fatto diversi mestieri (operaio, barista, bancario, professore di filosofia) prima di stabilizzarsi come insegnante di matematica alla scuola media. Nel 1968 era tornato nel suo paese natale (dove si era già rifugiato, renitente alla leva, durante la guerra), lasciando poi l’insegnamento nel 1975, e aveva intensificato l’attività letteraria, trovando però anche il tempo di fare il sindaco per diversi anni. Nel periodo romano aveva iniziato a pubblicare racconti, una trentina apparsi per lo più sulla rivista di astronautica Oltre il cielo con lo pseudonimo di N. L. Janda, e aveva fondato, assieme a Massimo Lojacono e Giulio Raiola, la citata Futuro uscita per soli otto numeri tra il 1963 e il 1964 (una antologia celebrativa intitolata proprio Futuro sarebbe stata curata da Inisero Cremaschi nel 1979 per l’Editrice Nord). Dopo qualche anno di relativo silenzio, interrotto solo da sporadiche pubblicazioni di racconti, era tornato sulla scena a metà degli anni Settanta, pubblicando l’intenso racconto “Visita al padre” su Robot e successivamente il romanzo Quando le radici, poi rilanciando nel 1988 la sua rivista questa volta come Futuro Europa per l’editrice Perseo (poi Elara)  , condiretta con Ugo Malaguti,  e diventando presidente della World SF Italia. Intanto era diventato l’autore italiano di fantascienza più conosciuto all’estero, con traduzioni delle sue opere in sedici lingue.
Sebbene abbia scritto alcuni romanzi, tutti ottimi, è nella narrativa breve che si ritrova la sua cifra, che mette sempre al centro di tutto l’uomo, sia dal punto di vista psicologico con i rapporti tra l’essere emano e quello che lo circonda, che da quello sociale in cui l’uomo si scontra con la società. Esempio del primo caso è “Buonanotte Sofia”, noto anche come “Onirofilm”, del 1963, in cui si immagina una nuova forma di cinema che fornisce anche sensazioni sensoriali e l’alienazione in cui cade il protagonista morbosamente attratto dall’attrice Sofia Barlow, nuda e (virtualmente) disponibile. Alienazione che ritroviamo in “Harem nella valigia”, ancora del 1963, dove il protagonista scopre l’esistenza di sofisticate bambole gonfiabili (ci sono anche bambole uomini, per le donne), e in “Doppio psicosomatico” (1960), in cui una vedova tenta di rimpiazzare il marito con un robot. Disturbi psicologici originati, tutto sommato, dalla società che ormai considera i cittadini solo dei consumatori cui proporre sempre novità, a qualunque costo, il che ci riporta ai racconti di più immediato impatto sociale, come “Trentasette centigradi” (1963) che ci mostra un Welfare State talmente invasivo – ma pagato salato – da costringere i cittadini a camminare sempre con il termometro (il protagonista, ritiratosi dal regime assistenziale per potersi comperare un’auto, morirà per una banale infezione) oppure “Scacco doppio” (1972) nel quale un marito gioca  a scacchi contro il computer mentre aspetta che la moglie ritorni dall’”esame di sopravvivenza”, un esame periodico cui i cittadini sono sottoposti per dimostrare di essere ancora utili alla società, pena l’eliminazione: la sconfitta nella partita è parallela al mancato ritorno della moglie. Accanto a questi ci sono racconti non basati su un’idea dirompente ma più d’atmosfera, si veda “Visita al padre” (1976) che come altri fu accusato di “pavesismo” perché inserito in una cornice troppo realistica con la sua ambientazione rurale  e l’approfondimento della psicologia dei personaggi a scapito dall’azione. In realtà, sostiene Aldani, l’alienazione dell’individuo non nasce soltanto da situazioni limite come quelle che abbiamo descritto ma anche da uno “straniamento cognitivo”  quale può essere quello di un bambino che non distingue una lucertola da una lumaca, e dunque rivendica l’appartenenza al pensiero fantascientifico anche di questo tipo di racconti. D’altra parte è proprio per questo approccio che è stata coniata l’espressione “fantascienza umanistica”, estensibile a molta della produzione nazionale dei lustri scorsi e che possiamo rivendicare come una caratteristica tutta italiana. Notevole la capacità del Nostro di adottare registri differenti a seconda dalla storia che ha in mente, passando dalla satira alla drammatizzazione di una situazione portata alle estreme e spesso tragiche conseguenze, dal surreale alla schermaglia dialettica, modificando anche il linguaggio: se nel romanzo Quando le radici adotta lo stile diaristico, nel citato “Harem nella valigia” usa la seconda persona singolare per coinvolgere ancora di più il lettore. Il suo stile è puntuale, accurato e preciso, senza inutili divagazioni, con un uso parsimonioso dell’aggettivazione che gli deriva da Hemingway (da lui molto amato) ma non privo di impennate poetiche ed immagini evocative che possono far pensare al miglior Bradbury.
Ma veniamo ai romanzi. Quando le radici è stato pubblicato nel 1977 ma era stato iniziato dieci anni prima; è ambientato nel 1998 e racconta la storia del giovane Arno, romano, impiegato la mattina e gigolò (anzi: prostituto) la notte, che insoddisfatto della vita nella megalopoli decide di trasferirsi in campagna nell’immaginario paese piacentino di Pieve Lunga. Dopo un primo periodo di tranquillità, però, sarà stanco anche di questa vita e tenterà di tornare a Roma (vi aveva lasciato una ragazza che non riuscirà a ritrovare), finendo dopo alterne vicende per aggregarsi a una compagnia di zingari. Il fulcro del romanzo, che sebbene sia il primo è forse il più indicativo della poetica di Aldani,  è costituito da questa frase: Se un uomo legge un migliaio di libri è fottuto, irrimediabilmente. Cioè, è la cultura, la conoscenza di realtà diverse, la lettura di autori come Sartre o Garcia Lorca (amati sia da Arno che dall’Autore) a provocare l’alienazione che già abbiamo visto essere centrale nella tematica aldaniana. Eclissi 2000 del 1979 pare sia stato dovuto al tentativo di reazione all’accusa di “pavesismo” e quindi allo sforzo di utilizzare stilemi più tradizionali nel campo della science fiction, in particolare un tema già più volte utilizzato, quello di una gigantesca astronave, praticamente un intero mondo, in viaggio nello spazio per trovare un nuovo pianeta da colonizzare. Ma Aldani non poteva dimenticare le sue premesse e dunque la storia si incentra non sull’avventura ma sui rapporti tra gli abitanti della “Terra Madre” (questo il nome della cosmonave) e tra questi e i detentori del potere. In una conversazione con il sottoscritto l’Autore sosteneva di essersi lasciato troppo trascinare dall’aspetto commerciale e di non essere soddisfatto del risultato; in realtà la fantascienza riesce a dare il meglio proprio quando riesce a coniugare l’azione con la riflessione, come in questo caso. Il romanzo successivo, Nel segno della luna bianca (1985, ripubblicato come Febbre di luna), è decisamente atipico: scritto in collaborazione con Daniela Piegai è di impianto fantasy ed è caratterizzato da uno stile poetico, scorrevole e avvincente, senza dimenticare l’aspetto politico (potrebbe essere classificato come “fantasy di sinistra”) e un’attenzione agli aspetti sessuali che per qualcuno sfiora la pornografia. In La croce di ghiaccio (1989) tornano tematiche più abituali, con la storia di Padre Francisco Morales de Alcàntara inviato a evangelizzare il pianeta Geron, impresa che tenterà anche grazie agli scacchi (una della passioni di Aldani, che gli ha dedicato diversi racconti) ma senza riuscirci. Infine, Themoro Korik del 2007, l’ultimo romanzo, si svolge in parte in una Trieste sempre notturna e narra di un’avventura alla ricerca dell’origine del popolo Rom, cultura della quale Aldani era attento studioso. E qui ne approfitta anche per sfatare alcune false leggende che circondano l’etnologia zingara.
Lino Aldani, sebbene sconosciuto al grande pubblico, ha avuto l’apprezzamento di intellettuali quali Luce D’Eramo, che ne ha esaltato il linguaggio, e Oreste del Buono che ha scritto: «Lino Aldani è uno scrittore di science fiction internazionale. Eppure, e questa è la dimostrazione più limpida della sua classe e della sua razza, è lo scrittore più italiano che io conosca».

 

Bibliografia
Esaurite le precedenti edizioni, tutti i racconti e romanzi di Lino Aldani sono raccolti nell’edizione uniforme pubblicata dalla Elara Libri di Bologna (in vendita solo per corrispondenza): La croce di ghiaccio, Ontalgie, Aria di Roma andalusa, Febbre di Luna Themoro Korik. A questi titoli si può aggiungere la raccolta a quattro mani, firmata con Ugo Malaguti, Millennium.

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