di Walter Catalano

André Héléna (Narbonne, 8 aprile 1919 – Leucate, 18 novembre 1972), è stato per decenni il più misconosciuto fra gli autori classici del noir francese. Confinato in vita al ruolo di pennivendolo di basso rango, questo grandissimo innovatore del polar – morto dimenticato e in miseria per alcolismo a soli 53 anni – non ha mai varcato le soglie gloriose della Série Noire di Marcel Duhamel, come buona parte dei suoi più fortunati colleghi. Solo nel 1986 – a ben 14 anni dalla scomparsa – le edizioni 10/18 hanno finalmente ripubblicato sei dei suoi romanzi migliori nella collana La Poisse, avviando la riscoperta e la rivalutazione di questo autore sfortunato: negli anni successivi non sono mancati i riconoscimenti, nel 2000 una mostra su di lui, intitolata significativamente Le prince noir, lo ha tardivamente consacrato nel pantheon dei grandi; Jacques Hiron e Jean-Michel Arroyo, nel 2003, gli hanno dedicato un’appassionata biografia (immaginaria) a fumetti, La Foire aux frisés; e la Revue Polar, glorioso trimestrale specialistico pubblicato fra il 1981 e il 2001, gli ha riservato un corposo dossier monografico in due volumi.

Il rapporto fatale fra Héléna e la narrativa nera era iniziato davvero molto presto: per la prima volta a Parigi, nel 1936, il ragazzo diciassettenne aveva fatto parte dell’équipe tecnica del film Arsène Lupin Détective di Henri Diamant-Berger con la vedette Jules Berry; in quello stesso anno erano iniziate anche le sue ambizioni letterarie, per il momento limitate alla poesia, con la prima raccolta pubblicata, Le bouclier d’or. Riformato nel 1939, dopo una sortita in Spagna contro i Franchisti durante la Guerra Civile, Héléna trascorre il periodo dell’occupazione tedesca a Leucate dove nel 1944 passa al maquis, esperienze – quella spagnola e quella partigiana – entrambe fondamentali, alle quali tornerà spesso negli scenari delle sue trame più riuscite. Subito dopo la guerra si arrangia con lavoretti temporanei, come il rappresentate di prodotti 3D (Dératisation, Désinsectisation et Désinfection), e tenta di lanciare la sua rivista poetica La poterne, ritrovandosi a scontare sei mesi di prigione per sottrazione dei fondi degli abbonamenti (illecito dovuto probabilmente solo a inesperienza e leggerezza), conoscerà così di persona il vero volto della legge: nei suoi romanzi futuri gli sbirri non saranno mai personaggi positivi.

Come dichiarerà in un’intervista del 1958 a Mystère Magazine, a proposito del suo esordio letterario nel 1948: «Il mio libro, anche se esaurito rapidamente non provocò alcuna reazione tra le alte sfere. Solo coloro che avevano fatto esperienza della Giustizia potevano credermi, perché sapevano che niente di quella storia impietosa era inventato. Era un racconto genuino, crudo e distinto come un grido di rabbia. Sarò sempre fiero di essere stato il primo, di tutta la stampa, a parlare liberamente e apertamente degli ‘interrogatori’ abusivi perpetrati da certi poliziotti: si chiamava:  Les flics ont toujours raison». Proprio il tema carcerario è la ragione e la forza de Gli sbirri hanno sempre ragione, la prima spassionata denuncia in Francia delle sopraffazioni perpetrate dai flic su rei e presunti rei e della barbarie del sistema giudiziario francese.

“Quei  poliziotti  erano tutti fieri all’idea che presto la loro foto sarebbe stata pubblicata, fissandoli per l’eternità in quella posa gloriosa: sei marcantoni attorno a un povero tizio spappolato dai ceffoni e pieno di sangue. Per qual che mi riguarda, dovevo avere uno strano grugno, con la barba, gli occhi gonfi, e i vestiti in disordine, uno di quei grugni che fanno dire al lettore ingenuo: ‘Ah! Ha proprio una faccia da assassino’. Una faccia da assassino? Ma la si costruisce, signori!”.

A differenza del conservatore Simenon che, soprattutto nel ciclo del commissario Maigret, non manca mai di idealizzare i poliziotti, il libertario Heléna non intende discostarsi dalla realtà: la tortura, fisica e psicologica, la prepotenza, l’arroganza, l’intimidazione, il totale disprezzo per il detenuto sono prassi abituale, perché, comunque sia, “gli sbirri hanno sempre ragione“. La storia di Théophraste Renard ci mostra come un piccolo delinquente che sogna solo un lavoro e una vita tranquilla, possa, per l’infrazione di un divieto di soggiorno, trasformarsi in un pregiudicato, già colpevole a priori e senza prove di un reato più grave, in quanto “capace del fatto“; dopo una breve detenzione, persa la donna, il lavoro, i suoi sogni, quello che era solo un innocuo spostato sarà stato trasformato dal sistema carcerario francese in un assassino. A metà strada fra la denuncia sociale e il noir esistenzialista, il primo libro di Héléna è già un testo importante e maturo.

A questo potente esordio segue l’anno seguente, 1949, lo speculare Il buon Dio se ne frega (Le bon Dieu s’en fout), in cui un evaso dalla Cayenna torna nei luoghi della sua infanzia sfidando la legge, come se recuperare il proprio passato fosse l’unico modo per inventarsi un nuovo futuro. Documenti falsi, una donna, un surrogato di casa. Un’epica lotta contro il destino e l’ordine costituito: ma il buon Dio se ne frega e, nella lotta fra individuo e società, per quanto sia strenuo il combattente, la sconfitta è riservata sempre al più debole. Anche in questo caso l’epilogo della storia non potrà non essere tragico: un finale  commovente che lascia uno spiraglio di amara speranza. Si muore sì, ma forse non del tutto soli, c’è una donna che piange e perfino gli sbirri mostrano un certo rispetto: ”Chi è stato a vendermi ?” chiesi a fatica. “Monsieur Sape. Ma non bisogna avercela con lui”. Accennai un piccolo gesto con la mano. Mi stavo intorpidendo. No, non ce l’avevo con lui. Non ce l’avevo con nessuno. Avevo giocato e avevo perso. Correttezza. Fair play. Non provavo più amarezza né rancore. Mi trovavo al confine di un paese dove tutte queste cose non hanno più molta importanza… C’era Edith. Non ero solo. Mi stringeva la mano”.  

A questi due ottimi testi segue una decina di altri titoli fra il ‘49 e il ‘51; poi il numero sale esponenzialmente: 11 solo nel 1952; 18 nel 1953, quando si lancia nella scrittura contemporanea di due serie: Les compagnons du destin (dieci romanzi ”che formano un’antologia della miseria e della malavita dell’anteguerra”)  e L’Aristo (quest’ultima composta di ben 16 romanzi in uno stile più rilassato, argotico e divertito), e così via. Per sbarcare il lunario Héléna si trasforma in un vero forzato della letteratura, in trent’anni di carriera scrive oltre duecento romanzi, sia firmati a suo nome, sia sotto una miriade di fantasiosi pseudonimi: Noël Vexin, Andy Ellen, Andy Helen, Buddy Wesson, Maureen Sullivan, Kathy Woodfield, Herbert Smally, Jean Zerbibe, Sznolock Lazslo, Robert Tachet, Clark Corrados, Peter Colombo, Alex Cadourcy, Trehall, Joseph Benoist, Lemmy West, C. Cailleaux. Ovviamente, dato il ritmo forsennato della composizione, non tutte le sue opere sono allo stesso livello qualitativo che precipita facilmente dal capolavoro alla trama frettolosa e raffazzonata: oltre ai romanzi neri e alle serie (Série La môme Patricia, Série La môme Murielle, Les aventures de Fanfan la douleur, Série Maître Valentin Roussel, Série Em Carry, e altre), si dedica anche al romanzo erotico e pornografico con titoli come Collège Mixte del 1957, Édition très spéciale del 1958, La Ceinture de chasteté del 1961, Mariage à la provençale del 1969, e così via.

Fra i suoi romanzi più riusciti, quasi tutti per fortuna tradotti in italiano e pubblicati dalla benemerita (e purtroppo scomparsa) Aisara edizioni di Cagliari, ricordiamo soprattutto: Il gusto del sangue (Le Goût du sang) del 1953, epitome di quel sottogenere che decenni dopo sarebbe stato battezzato con qualche forzatura noir mediterraneo, in cui l’ambientazione – comune a gran parte dell’opera dello scrittore – al confine franco-catalano nel periodo della Repubblica di Vichy, anticipa l’atmosfera di certi film di Louis Malle come Lacombe Lucienne o Au revoir les enfants. Jacques Vallon un giovane frustrato e complessato scopre il “gusto del sangue”, diventando un sicario al servizio della Resistenza, un boia che stermina collaborazionisti e miliziani fascisti; ma il gioco gli piace un po’ troppo: “ ‘Stronzo!’ ripetè una voce roca. E la testa del miliziano esplose col fragore di un tuono. Jacques uscì dalla chiesa, la bocca secca, le gambe fiacche, colmo di una stanchezza appagata. Come si fosse appena scopato la più bella ragazza del mondo. La sensazione era identica”.  La violenza omicida va a colmare il suo disperato bisogno di rivalsa sessuale nei confronti di uomini che reputa più attraenti e più fortunati di lui con le donne. Finita la guerra non saprà rinunciare al suo ruolo di assassino seriale: ma a questo punto sarà ormai diventato solo un fuorilegge, pericoloso per i suoi stessi ex compagni: e il cacciatore diventerà la preda.

Analogo scenario quello del libro in assoluto più bello di Héléna, I clienti del Central Hotel (Les Clients du Central Hôtel) del 1959, che travalica i confini del noir per diventare affresco di costume, amara riflessione esistenziale, romanzo storico sull’Occupazione e la Resistenza, profonda indagine psicologica e sociale. Il Central Hotel di Perpignan negli ultimi giorni dell’Occupazione nazista della Francia è il provvisorio scenario degli incontri, sessuali soprattutto, di un pugno di personaggi alla deriva: partigiani e collaborazionisti, spie e poliziotti, tossicomani e spacciatori, donne facili ed ebrei in fuga; un’umanità disperata e disperante accomunata dalla paura e dal senso di precarietà e di vuoto che l’insensatezza della guerra porta con sé. Il sole caldo di un’estate del sud contrasta con l’umore greve e oscuro della vicenda, una sensualità malata che gronda sperma e sangue: il caos dei destini umani, l’amore e la guerra, nullità alle quali la natura assiste con indifferenza. Uno splendido finale in prima persona (ma il resto del romanzo è tutto in terza: l’innominato narratore è forse l’autore stesso) chiosa amaramente : “Altrove, per me, era ormai dappertutto. E in nessun posto…”.

(CONTINUA)

 

 

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