di Cristò

[Arrivato al quinto esito letterario, Cristò compone un romanzo dolcemente dolente dove la sua scrittura sa farsi letteratura senza farne sentire l’enfasi: Francesco è un quarantenne che non riesce, non può e non vuole venire a patti con una società del lavoro dove la perdita di tutele e dignità ma soprattutto del futuro gli negano anche il diritto alla felicità, un diritto sempre sbandierato da chi poi lo impedisce. In un continuo e riuscitissimo intreccio tra vita reale, solidità dei muri in cui le vicende sono ambientate e mondo virtuale della Rete e dei social, si compie la parabola del protagonista, inscritta in un magistrale e matematico schema narrativo. Poetico, intenso, spesso sorprendente e con un appagante finale, Restiamo così quando ve ne andate è una delle prove più convincenti e artisticamente compiute di questa stagione: ve ne proponiamo un estratto, ringraziando l’autore e l’editore, TerraRossa Edizioni.] (F.C.)

Domenica

Mi è arrivata una mail dal caporeparto. Di domenica. È un file Excel con gli orari di lavoro della prossima settimana. Ogni giorno è diviso in quadratini che rappresentano ognuno una mezz’ora di lavoro: il colore del quadratino indica simbolicamente le mansioni di quella mezz’ora. Il verde per il servizio al pubblico (nei miei orari non c’è quasi mai), il rosso per la cassa (raramente), il blu per l’ ufficio (mai visto nei miei), il giallo per tutto il resto (da un paio d’ anni è il colore predominante del mio planning settimanale). Un’occhiata veloce al planning. Lunedì 8-17 con pausa pranzo dalle 13 alle 14. Tutto giallo. In basso sul foglio un quadratino giallo isolato e la spiegazione dell’attività: sacchetti casse. Naturalmente so a cosa alluda il caporeparto. È la mia attività più frequente, pare sia la mia qualifica, la mia speciale abilità degli ultimi due anni. A essere sinceri non mi fanno fare altro; è una specie di mobbing.
Cerco “mobbing” su Google (sono nella stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche). Per gli ornitologi il mobbing indica il comportamento tipico di un gruppo di uccelli che fanno squadra per respingere un rapace loro predatore. Praticamente io sarei un’ aquila e quegli stronzi ai piani alti soltanto passerotti impauriti. Clicco su “mobbing sul lavoro”. Tra le varie definizioni c’è la dequalificazione delle mansioni a compiti banali. Altro che passerotti, quelli sono condor che mi hanno puntato in pieno deserto e aspettano solo che io stenda i piedi per planare sul mio cadavere e contendersene le interiora. A proposito, mi sta venendo di nuovo la gastrite. Cerco “gastrite nervosa”. I sintomi ce li ho tutti. Secondo un blog medico dovrei seguire una dieta leggera ed evitare il caffè. Approfondisco sull’affaticamento del fegato, ma dopo poco lascio perdere: dovrei mangiare cavoli e asparagi, non bere caffè, non fumare (si parla solo delle sigarette). Impossibile.
Intanto faccio partire un video su YouTube: un gufo mobbizzato da un gruppo di corvi a Singapore. Poi c’è un serpente degli alberi, un boomslang, mobbizzato da un gruppo di uccelli non meglio precisati nell’ Africa subsahariana. È un serpente velenoso. Il suo morso porta mal di testa, mancanza di sonno e disordini mentali. Forse assomiglio più a un boomslang che a un’aquila. Sarà per evitarsi il mal di testa che il caporeparto colora di giallo il mio planning settimanale e mi inchioda su una scrivania a dividere migliaia di monete in bustine da quaranta pezzi.
Facebook mi avvisa che qualcuno mi cerca. È Donatello.
Non lavori neanche oggi?
No, ma mi è arrivato il planning e mi è venuta la gastrite. Tu?
Lascia stare. Ieri c’era un sacco di gente. In cassa non ci siamo fermati un secondo.
Lavori oggi?
No, per fortuna! Me ne vado al mare. Vieni?
Nah… non ho voglia. Ci sarà troppo casino.
Allora leggi il libro che ti ho dato.
Non so. Vorrei quagliare qualcosa.
Hai almeno cominciato?
…no.
Uffa. Mi interessa il tuo parere.
Lo leggerò. Te lo prometto. Davvero.


Donatello non risponde. Lui è un altro potenziale boomslang ma più furbo di me. Non gliene frega niente del lavoro, vuole fare lo scrittore ed è anche riuscito a pubblicare un paio di libri. È l’unico con cui riesca a parlare davvero. Tra serpenti ci intendiamo.
Lui però non ha mai morso nessuno, non ha ancora procurato mal di testa ai capoccioni. Il suo planning è più variegato, nessun mobbing.
Io vado. A domani.
Ok! A domani.
Leggi, scappo.


Donatello ora è offline.
Non ho nessuna voglia di leggere.

Questo è il mio nuovo stato su Facebook.
La verità è che leggo in continuazione sul monitor del portatile. Notizie, biografie, commenti, forum, domande, risposte. In più la televisione è costantemente accesa. Adesso c’è uno speciale sulla vita quotidiana del contingente italiano in Afghanistan. Fanno vedere un aereo, il Predator, equipaggiato con una telecamera a infrarossi per controllare se, per esempio, ci siano persone in una casa attraverso la rilevazione del calore dei corpi. Un ciccione in divisa con molte spillette sull’uniforme mimetica ne spiega orgogliosamente le proprietà. Fissa l’obiettivo del cameraman con gli occhi sbarrati. Sembra che mi stia scrutando attraverso lo schermo. Sarà dovuto alla solita amplificazione delle percezioni sensoriali e delle esperienze estatiche e ipnotiche, ma ho l’impressione che il vero messaggio sia qualcosa tipo: sappiamo tutto di tutti. Mi faccio un tiro di hashish alla sua salute e torno a guardare il monitor del portatile.
A cinque persone piace che io non abbia voglia di leggere. C’è anche un commento di una certa Alessandra (amica di amici di amici suppongo): Facci caso: leggi tutto il giorno. Ti costringono a leggere un sacco di porcherie.
Esatto, penso, e lo scrivo.
Esatto!
Il commento di Alessandra piace a due persone. Il mio piace a una persona.
Poi quando decidi di leggere quello che ti piace, gli occhi ti si chiudono alla seconda pagina perché sei troppo stanco.
Commenta lei.
Mi piace come mette la punteggiatura. Sempre il punto alla fine della frase, le virgole al loro posto.
Mi piace.
Click.
Io non mi ricordo chi sei. ☺ scrivo.
Aspetto una risposta. Aggiorno tre, quattro, cinque volte la pagina. Poi clicco sul suo nome e vado immediatamente alle foto. Lei al mare, perfetto. Le foto al mare le mettono o quelle super-fidanzate o quelle super-single. Lei in ogni caso non è male. Non entusiasmante ma assolutamente graziosa. Una spia rossa mi avvisa che a due persone piace il mio ultimo commento. La sensazione è di discutere da soli in una stanza arredata ma senza pareti, al centro di un parco pieno di gente che ogni tanto urla «mi piace» a una tua osservazione, o commenta a sua volta acclamata da ulteriori due o tre «mi piace» urlati dai passanti.
Neanche io. ☺ risponde Alessandra.
Mentre valuto il tono della risposta e soppeso le parole è tutto un tripudio di passanti a cui piace la nostra reciproca sincerità.
Allora piacere di conoscerti (di nuovo), Alessandra.
Il piacere è (di nuovo) tutto mio, Francesco.


La cosa si chiude qui. Sparisce la stanza ammobiliata senza pareti. I passanti vanno a dichiarare la propria approvazione da un’altra parte.
Ho fame. Una fame che sembra inappagabile, infinita, innaturale. Una fame che non può aspettare i tempi della cucina, che deve essere subito sedata.
La cucina non ha un nome, ma è l’unica stanza in cui sento la radio. Mi piace sentir parlare di un argomento qualsiasi, e preferisco non sentire la trasmissione dall’inizio ma da metà e cercare di capire di quale argomento si tratti. A volte indovino immediatamente, in altri casi ci vuole un po’. La radio è fatta per la voce. La musica l’ascolto raramente, mai in radio e soltanto nella stanza dei rimorsi. Alcune volte quello che suona sono io, ma sempre più di rado.
Mangio due sandwich con tonno, maionese e capperi. Poi apro il frigo, ho sete. In radio parlano del caffè, pregi e difetti, quantità consigliate, aneddoti. Dicono che il re Gustavo III di Svezia decise che la somministrazione continua e forzata del caffè fosse un ottimo metodo per infliggere una pena di morte. Naturalmente non morì nessuno, anzi, molti condannati sopravvissero al re.
Bevo acqua ghiacciata a lunghi sorsi. Adocchio un pezzo di formaggio. Lo mangio, bevo ancora. Le popolazioni che consumano caffè da sempre, per tradizione, sono mediamente più longeve delle altre. Dovrebbero consigliarlo agli abitanti dello Swaziland. Prendo due pacchi di crackers, una vaschetta di pancetta affumicata e un’altra bottiglia di acqua fresca, spengo la radio e torno nella stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche.
Alzo il volume della televisione su una puntata di American Dad! e mi metto a mangiare. Avrei preferito Futurama (la puntata del cane di Fry, quarta serie, settimo episodio) ma va benissimo anche così.
Anzi, diciamo che va di merda uguale. Sono un hippie fottuto che si comporta come un punkabbestia a quarantadue anni, nel suo giorno di pausa dal lavoro. Bestemmio me stesso e alzo ancora il volume. Bevo l’acqua, metto la pancetta tra due crackers e azzanno. Bevo altra acqua. La gastrite non c’è più. Azzanno, bevo. American Dad! è meglio dei Griffin. Non c’è alcun dubbio.

Mi sveglio all’ improvviso sul divano. Mi fa male il collo. Guardo l’orologio. Ho dormito tutto il pomeriggio, cazzo. Ho sudato tantissimo. Succede spesso quando dormo. Il televisore è acceso (pubblicità), il portatile anche (Google attende istruzioni). Cerco: “ipersudorazione nel sonno”. Mi bastano i primi risultati per capire che è meglio non approfondire. È il sintomo di tutta una serie di cose incurabili. Il tempo sfugge e le malattie terminali non sono previste nel mio programma. Riaccendo la canna lasciata a metà sul bordo del posacenere e vado in cucina sperando che ci sia almeno una tazzina pulita per un caffè.
Domani di nuovo al lavoro e ho buttato via la giornata dormendo. Sento come uno scrocchiare di dita nella stanza dei rimorsi, proprio accanto alla cucina.

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate, TerraRossa Edizioni, 2017, pp. 242, € 15,00

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