di Valerio Evangelisti

Amedeo Bertolo, Anarchici e orgogliosi di esserlo, Eleuthera, 2017, pp. 330, € 25.

Chi abbia avuto la fortuna di leggere gli opuscoli di Errico Malatesta (Al caffè, Fra contadini) e i suoi molti articoli, sarà rimasto colpito dall’elegante semplicità del suo linguaggio, dalla forza argomentativa, dal rigore morale che emergeva dai testi. Uguale nitore, di stile, di logica e di intenti si trova negli scritti di Amedeo Bertolo, che la casa editrice Eleuthera ha avuto la felice idea di riproporre in una densa antologia.

Bertolo (1942-2016), docente di economia agraria a Milano, è stato non solo il fondatore della stessa Eleuthera – e non sarebbe merito da poco – ma anche instancabile divulgatore degli ideali libertari, su varie testate e soprattutto su “Volontà” e su “A – Rivista anarchica”, forse la sua migliore creazione. Ma non fu solo uomo di pensiero. All’inizio degli anni Sessanta fece parte del commando che rapì a Milano il vice-console spagnolo, per ottenere la revoca della condanna a morte inflitta all’anarchico catalano Jordi Conill i Vall. Azione brillante e coronata da successo, come altre iniziative internazionali, perché la pena venne commutata in trent’anni di prigione. Bertolo fu anche a lato di Giuseppe Pinelli, prima che questi venisse defenestrato dal commissario Malore Attivo, nella creazione di Crocenera, struttura degli anarchici per soccorrere i compagni colpiti da repressione e fatti oggetto di grottesche montature cospirative.

Anarchici e orgogliosi di esserlo è una cavalcata attraverso gli anni entusiasmanti e durissimi in cui il movimento libertario (frazione del movimento antagonista delle classi subalterne, non dimentichiamolo mai), rialza la testa dopo i feroci colpi subiti durante il fascismo e l’oscuramento dei due decenni successivi. Si tratta di rivendicare la propria, incolmabile distanza dalla tragica deriva statalista del marxismo-leninismo, ma anche di affermare un’identità, una prassi, un modo inedito di stare nelle lotte. Senza fossilizzarsi in tematiche e polemiche che a cavallo tra ‘800 e ‘900 avevano un senso, negli anni ’70 del XX secolo molto meno.

Il metodo (non il solo) scelto da Bertone è quello dell’analisi della composizione di classe, cui l’anarchismo tradizionale non era avvezzo, e la dissezione spietata del “comunismo reale”, magari attingendo al pensiero di marxisti eterodossi come Bruno Rizzi. Con occasionali frecciate, ben indirizzate, a componenti del libertarismo fossilizzate nella romantica nostalgia del “fosco fin del secolo morente”, con tanto di dinamite in sottofondo. E dunque battaglia culturale, riscoperta del sindacalismo dal basso, forme antiautoritarie ma efficaci di organizzazione. In un quadro in cui nemici principali restano il capitalismo e lo Stato, che ne è non solo l’emanazione, ma anche lo strumento ordinatore.

L’eredità di Bertone è tangibile. Si deve anche a lui se l’anarchismo, in Italia ma non solo, ha conosciuto una nuova fioritura tuttora in divenire, con la divulgazione di autori di penetrante potenza analitica (mi limiterò a citare Colin Ward, ma sono tanti). E anche chi non si riconosca interamente nel movimento libertario, ha oggi a disposizione questa preziosa antologia, curata con autentico amore, per conoscerne i moderni momenti di svolta e maturazione.

 

 

Share