di Fabio Ciabatti

“Perché dovrei andare a votare?” si chiedeva Sartre molti anni fa. Perché sono stato convinto che è il solo atto politico della mia vita. In realtà, proseguiva, mettere il suffragio nell’urna è il contrario di un atto: significa confermare la mia passività, abdicare al mio potere, cioè alla possibilità che è in ciascuno di noi di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non ha bisogno di rappresentanti. Confermo cioè l’impotenza, la separazione, la sospettosità, il pessimismo che connota il pensiero di un individuo immerso nella serialità, nell’atomismo. Nella solitudine dell’urna non agisco in qualità di membro di uno o più gruppi, appartenenza che connota la mia concreta esistenza sociale, ma come cittadino, qualità che mi rende astrattamente uguale a tutti gli altri. Nella cabina elettorale mi limito a decidere di obbedire al potere di un partito che esiste indipendentemente dal mio voto. Siamo nel 1973 e Sartre può ancora contrapporre al potere legale che scaturisce dalle urne quello legittimo, ancora embrionale, sparso, oscuro anche a se stesso, rappresentato dal vasto e diffuso, sebbene ancora disorganizzato, movimento antigerarchico e libertario che è nato dal maggio ’681.
Nulla di simile esiste oggi, ma nell’ambito della rappresentanza politica (e a livello diverso anche in quella sindacale e sociale) continuano a operare quegli stessi meccanismi che tendono inerzialmente all’alienazione/separazione dei rappresentanti dai rappresentati; meccanismi che, in mancanza di un sufficiente livello di conflittualità sociale, portano i rappresentanti a costituirsi come corpo a sé stante, con interessi suoi specifici e potenzialmente in contrasto con quelli dei rappresentati. Non si tratta di un’astratta legge delle élite, ma di una dinamica storicamente determinata che dipende dalle specifiche condizioni della società capitalistica: atomismo sociale derivante dalla diffusione dei rapporti di mercato, separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione, separazione del lavoro manuale dal lavoro intellettuale, separazione della sfera economica da quella politica. Poiché parliamo di un fenomeno che affonda le sue radici nelle condizioni stesse di esistenza del modo di produzione capitalistico, non possiamo contrapporre astrattamente una rappresentanza sana a una degenerata: abbiamo a che fare con una contraddizione ineludibile all’interno dello stesso meccanismo della rappresentanza. La critica della cosiddetta Casta altro non è che la caricatura della critica della politica, frutto di una visione meramente moralistica di un fenomeno le cui cause vengono fatte risalire interamente alla corruzione, in quanto se ne ignorano le radici socio-economiche; radici che, dunque, non si sente alcun bisogno di estirpare.

Se sono vere le cose fin qui dette, non dovremmo forse abbandonare ogni ipotesi di rappresentanza politica? Non credo, perché il superamento dell’alienazione politica (comunismo a parte) si ottiene soltanto nei momenti di alta e dispiegata conflittualità sociale. In questi momenti è il calore del conflitto che forgia quello che Sartre definiva il gruppo in fusione. In esso i legami sono immediatamente orizzontali, cioè si instaurano tra i singoli che sono uniti direttamente nel conflitto e non hanno bisogno della mediazione verticale del rappresentante per riconoscere la loro unità; non hanno cioè bisogno di identificarsi tra di loro per il tramite della comune identificazione con un terzo che ha uno statuto superiore ai singoli.
Il gruppo in fusione, sostiene però Sartre, tende a essere di nuovo assorbito nella serialità quando vengono meno le circostanze immediate ed eccezionali che lo hanno generato. Il gruppo, dunque, sviluppa una divisione di compiti e di funzioni che si mantiene inizialmente allo stato fluido in quanto nasce dalle sue stesse caratteristiche materiali. Il gruppo organizzato è un’evoluzione spontanea, anche se non scontata, del gruppo in fusione quando quest’ultimo da mezzo diviene fine ragionando su se stesso, sulla sua efficacia e sul problema della sua permanenza. Si instaura così quella che Sartre, con un evidente rimando alle rivoluzioni francese e russa, definisce la “fraternità-terrore”: ognuno si assicura contro se stesso e contro gli altri accordando a ciascun membro del gruppo il diritto di punire il sempre possibile tradimento del singolo nel tentativo di mantenere un’unità oramai in disgregazione, sebbene ancora presente come ricordo del gruppo in fusione.
Ma proprio questa disgregazione facilita l’ulteriore passaggio al gruppo istituzionalizzato: l’organizzazione si trasforma in gerarchia, la divisione delle funzioni si irrigidisce, la sovranità esercitata con reciprocità da tutti i componenti del gruppo diventa autorità di un terzo regolatore che risulta oramai insuperabile quale intermediario tra la volontà dei singoli e quale concentrazione dell’esercizio della violenza interna al gruppo. Il progetto comune si annuncia come volontà individuale. Il vero scarto, dunque, non si dà tra spontaneità e organizzazione, ma tra questi due termini e l’istituzionalizzazione. Con essa il gruppo si trasforma in realtà separata.
Il gruppo istituzionalizzato si basa sulla passività seriale e dunque, in ultima istanza, sul mantenimento dello status quo, mentre il gruppo in fusione è partecipazione diretta in vista superamento del presente, capacità di raggiungere l’obiettivo immediato e di proiettarsi verso una meta più generale. Il conflitto portato avanti da uno o più gruppi in fusione/organizzati, superata una certa soglia, entra fatalmente in contrasto con l’autorità del gruppo istituzionalizzato: di qui la classica dinamica che vede i partiti o i sindacati, compresi quelli che si proclamano radicali o rivoluzionari, cercare di raffreddare il conflitto per farlo rientrare nell’alveo delle relazioni istituzionali.

Senza entrare nel merito delle complesse questioni che questo approccio porterebbe con sé, si può assumere che la presenza di un’alta e dispiegata conflittualità sociale non può essere considerata come una condizione normale. Quella che possiamo considerare endemica nella società contemporanea è una microconflittualità che si manifesta in molteplici forme, non sempre chiaramente riportabili alla contraddizione capitale/lavoro. Se questo è vero, nel corso normale delle cose possiamo limitarci a sostenere e organizzare lotte di natura sostanzialmente vertenziale sperando in una loro più o meno spontanea convergenza, magari in attesa dell’evento, per dirla con Badiou, che unifichi le singolarità disperse? Oppure dobbiamo impegnarci, in queste fasi, nel cercare di strutturare una qualche forma di organizzazione in grado di coordinare la molteplicità dei conflitti sparsi? Credo che la seconda ipotesi sia quella più corretta e aggiungo che, date le condizioni ipotizzate, questo implicherebbe, superata una certa soglia quantitativa, una qualche forma di rappresentanza, con tutto il portato potenziale di meccanismi alienanti di cui si è parlato prima.
Ragionare di organizzazione con una qualche concretezza richiederebbe di prendere in considerazione, con sufficiente articolazione, la composizione sociale, di classe, di chi si vorrebbe organizzare. Non è questo il luogo. Ma da quanto abbiamo fin qui detto scaturisce comunque una significativa indicazione per chi voglia cimentarsi nel compito di costruire un’organizzazione che vada al di là delle singole lotte, coniugando una certa dose di realismo e la consapevolezza derivante dalla critica della politica: occorre costantemente impegnarsi al fine di restringere al massimo, date le condizioni di volta in volta esistenti, lo iato tra rappresentanti e rappresentati, tra lotta sindacale/sociale e lotta politica, senza pensare di poterlo annullare del tutto. Non si tratta di una ricetta magica, evidentemente, ma di una tensione soggettiva destinata fatalmente a scontrarsi con meccanismi oggettivi, inerziali, che vanno in senso opposto. Implicito in questo approccio c’è l’impegno a mettere sempre in discussione il proprio ruolo di mediatori. Ciò significa sforzarsi di mantenere una dialettica sempre aperta con le istanze di conflitto che si esprimono, una dialettica il cui obiettivo prioritario non deve essere la conservazione dell’organizzazione così come è in un dato momento (a mo’ di universale che sussume il particolare), ma che preveda come possibilità concreta la trasformazione e finanche la dissoluzione dell’organizzazione stessa, qualora le circostanze lo richiedano.

Tornando alle elezioni in senso stretto, vale la pena ricordare quanto sostiene Badiou2 a proposito della democrazia, intesa nel suo significato specifico di rappresentanza istituzionale: essa costituisce oggi la maschera, la finzione fondamentale del capitalismo. L’uguaglianza formale che essa assicura, nascondendo e, al tempo stesso, rendendo giustificabile la diseguaglianza sostanziale che è il portato ineluttabile del capitalismo, impedisce di pensare l’eguaglianza reale. Siamo dunque in grado di sfruttare le opportunità che ci offre la partecipazione al gioco elettorale senza rimanere succubi dalla sua finzione? A partire da queste considerazioni, credo si possa affermare che vale la pena di partecipare a questo gioco solo se ci impegniamo a porre in essere, da subito, comportamenti che, in prospettiva, siano in grado di rovesciarne le regole.
In mancanza del conflitto, però, nessun impegno soggettivo all’interno di un gruppo istituzionalizzato, per quanto sincero, può avere successo. Non è questione di tradimento. Né di smarrire la retta teoria (marxista, leninista, trotzkista o maoista che sia). Per questo non si può che concordare con Sartre quando dice che votare o non votare, di per sé, in fin dei conti è la stessa cosa. Anche astenersi significa confermare la maggioranza che uscirà dalle urne. “Qualunque cosa si faccia a questo proposito non si sarà fatto nulla se al tempo stesso non si lotta”.


  1. Cfr. Jean-Paul Sartre, “Elezioni, trappola per gonzi”, in Jean-Paul Sartre, L’universale singolare, Mimesis, 2009, pp.223-231. Per quanto segue e, in particolare, per i concetti di gruppo in fusione, gruppo organizzato e gruppo istituzionalizzato cfr. Jean-Paul Sartre, Critica della ragione dialettica. Teoria degli insiemi pratici, il Saggiatore, 1963 e Jean-Paul Sartre, L’intellegibilità della storia. Critica della ragione dialettica, Tomo II, Mariotti, 2006. Su questi temi si veda anche Luca Basso, Inventare il nuovo. Storia e politica in Jean-Paul Sartre, Ombre Corte, 2016. 

  2. Cfr. Alain Badiou, Alla ricerca del reale perduto, Mimesis, 2016. 

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