di Walter Catalano

Jim Thompson (Anadarko, Oklahoma, 27 settembre 1906 – Hollywood, California, 7 aprile 1977) sosteneva di avere due unici riferimenti per la sua narrativa: il Capitale di Karl Marx e la tragedia greca. “A dimestore Dostoevsky” lo definisce acutamente Geoffrey O’Brien nel suo Hardboiled America: Lurid Paperbacks and the Masters of Noir, evidenziando il percorso discontinuo e lo stile dilacerato di uno scrittore capace di evocare gli abissi esistenziali della grande letteratura passando per le scorciatoie e le semplificazioni del pulp, con un occhio a Faulkner e a Céline e l’altro a Hammett, Chandler e Cain, senza escludere il ricorso alle forme frammentate e provocatorie delle Avanguardie storiche, espressionismo e surrealismo soprattutto. Di fatto nessuno scrittore americano della sua epoca si è mai spinto così lontano nel denunciare gli orrori della psiche umana deformata dalle strutture sociali, corrotta e violentata dall’orrore organizzato e speculare dello stato, della chiesa e della famiglia: “c’è una sola trama– ripeteva spesso Thompson, giustificando la ricorrenza ossessiva di storie e personaggi – le cose non sono quello che sembrano”. Se l’America della Guerra Fredda fonda il suo pensiero sulla rassicurazione di rigide dicotomie: comunismo/democrazia, totalitarismo/libertà, moralità/immoralità – un dualismo condiviso da scrittori modernisti ormai canonizzati come Hemingway o Dos Passos –  il nuovo modernismo plebeo degli scrittori pulp e di Thompson in particolare, non asseconda invece le logiche binarie imposte dallo stato e infrange le opposizioni descrivendo un mondo di ambiguità e di paradosso.

Non ci sono luci in quel mondo: i suoi protagonisti attanagliati nel miraggio del denaro e del piacere sono l’unica fauna possibile nella società cosiddetta civile: sbirri psicopatici, madri assassine, padri assenti o imbelli, mogli bisbetiche e fedifraghe, mariti alienati o impotenti, un ricettacolo di falliti e perdenti pronti a scatenare rabbia e frustrazione in episodiche esplosioni di violenza omicida, sempre rimosse, giustificate e nascoste sotto una patina limacciosa di correttezza formale o innocua goffaggine. Le storture sociali divengono fratture psichiche e queste a loro volta sradicano il linguaggio stesso che le definisce: la voce dei protagonisti – spesso in prima persona – si frantuma e si nutre di se stessa, erodendo la falsa realtà, scrupolosamente costruita, del suo stesso racconto. Non c’è verità oggettiva nelle storie raccontate, perché ogni testimonianza è sempre parziale, interessata, indulgente e autoindulgente; il testo non conduce mai a una vera risposta: non esiste risposta perché non esiste un punto stabile di osservazione; strato dopo strato, la personalità dell’io narrante si sfalda e alla fine non resta nulla: nei romanzi di Thompson non si arriva mai al cuore dell’incubo, perché l’incubo è senza cuore.

E’ significativo che fin da ragazzo e per tutta la sua vita, un particolare episodio della storia statunitense, vera e propria scena fondante originaria, ossessionasse Thompson ricorrendo come un amaro apologo in molti suoi scritti narrativi e saggistici e perfino – come ricorda Robert Polito nella sua accuratissima Jim Thompson: Una biografia selvaggia – nelle sue conversazioni quotidiane con i figli: il caso di John Billington, il viaggiatore della Mayflower che fu il primo uomo processato e condannato per omicidio sul suolo di quel paese che sarebbe diventato gli Stati Uniti. La nascita dell’America e l’assassinio, nell’immaginario mitografico personale dello scrittore, coincidevano e si sovrapponevano.

Thompson inizia la sua carriera come scrittore regionalista e, fedele alle sue origini, continua ad ambientare gran parte delle sue storie in un’area vasta ma culturalmente e paesaggisticamente molto caratterizzata – quel West rurale e provinciale dove era nato e cresciuto – compresa fra Nebraska, Oklahoma e Texas Occidentale. L’archetipo dei suoi sceriffi devianti, figure autoritarie accattivanti ma corrotte e bacate,  ci riporta ad un grave e mai risolto complesso di Edipo: come ben riassume James Sallis in Vite difficili, “Suo padre era uno sceriffo, un avvocato de facto e un trivellatore di pozzi petroliferi che a un certo punto aveva avuto un colpo di fortuna. In seguito aveva perso tutto, uomo inquieto e insoddisfatto qual era, e fin dall’infanzia Thompson ebbe modo di conoscere sia la ricchezza sia la povertà, spostandosi dalle cosiddette boom towns a posti isolati, fuori dal mondo, dalle case di parenti a domicili temporanei e stanze sovraffollate”. Autorità e affarismo capitalistico, corruzione e fascinazione, erudizione da autodidatta e ruvidezza campagnola, aspetti contraddittori dei suoi protagonisti più complessi, i sulfurei Lou Ford e Nick Corey, rimandano direttamente alla tortuosa personalità dello sceriffo e in seguito faccendiere James Sherman Thompson Senior, in un ellittico tentativo di ristabilire il rapporto interrotto tra padre e figlio. Nell’affabulazione, attrazione e repulsione, assoluzione e condanna, si compenetrano in modo assai più conflittuale e distruttivo di quanto venga ammesso e riconosciuto pubblicamente dall’autore nelle poco attendibili “autobiografie” Bad Boy (1953) e Roughneck (1954). Sulle complicazioni della vita familiare dei Thompson, sono proprio i romanzi a rivelarsi più espliciti e meno rassicuranti.

Thompson si iscrive nel 1929 all’Università del Nebraska ottenendo già qualche riconoscimento come collaboratore del periodico letterario della scuola, mentre si paga – da ragazzo sveglio – gli studi, lavorando come fattorino e portiere di notte all’Hotel Texas: al culmine del Proibizionismo, procura alcool, droghe e prostitute ai clienti, traendo da quelle esperienze di tacita e flagrante illegalità il microcosmo della sua futura, tragica, visione dell’universo e sviluppando una grave dipendenza alcolica che lo avvelenerà per il resto della sua vita. E’ costretto però a interrompere gli studi durante la Depressione e lavora per molti anni come operaio – trivellatore di pozzi e costruttore di oleodotti – negli impianti estrattivi di petrolio del Texas Occidentale, ambiente che conoscerà nei dettagli e che diventerà scenario ricorrente della sua narrativa. E’ proprio in questa dura realtà sociale che maturerà la sua coscienza politica formatasi presso l’IWW, Industrial Workers of the World, l’associazione sindacale rivoluzionaria che raccoglieva braccianti agricoli e operai itineranti, dove il giovane Slim – come lo chiamano i compagni – diviene un habitué delle “giungle”, le comunità di hobo altamente politicizzati che sorgevano ai margini delle tendopoli e degli accampamenti aziendali formati con l’improvvisa scoperta di nuovi giacimenti petroliferi. Per tutta la vita Jim restò nel cuore un Wobblie: ancora in un tardo progetto di sceneggiatura sui campi petroliferi degli anni ’20 – scritta poco prima della morte, per Robert Redford – l’incompiuta Bo, trasposizione del romanzo del 1967 South of Heaven, gli eroici Wobblies vengono presentati al suono della ballata di Earl Robinson I Dreamt I Saw Joe Hill Last Night, mentre una voce fuori campo commenta: “In quei giorni la terra era popolata da giganti…Giganti modesti che nessuno riconosceva e onorava… Che combattevano battaglie dall’esito incerto per un mondo che non avrebbero mai visto…”.

Nel 1936 inizia a collaborare al Works Progress Administration, un programma del New Deal inteso a creare opportunità lavorative per gli scrittori, e s’iscrive al Partito Comunista, frequenta la Progressive Book Shop dove stringe stretta amicizia con Bob Wood e la moglie Ina Wood (la Union Maid resa celebre dalla canzone di Woody Guthrie), con lo stesso Woody Guthrie e il molto più giovane Pete Seeger. E’ un membro a tutti gli effetti dei radicals e, quando necessario, usa lo pseudonimo di Robert Dillon, un cognome che significativamente ritornerà molte volte accompagnato da nomi diversi fra quelli dei futuri protagonisti dei suoi romanzi (Jim Dillon di Now and on Earth del 1942; Frank “Dolly” Dillon di A Hell of a Woman del 1954; Roy Dillon di The Grifters del 1963; ecc.). Nel 1938 diventerà direttore dell’intero Oklahoma Writers Project curando varie guide regionalistiche importanti, il saggio Folklore and Folkways, un dizionario di espressioni colloquiali regionali – con particolare attenzione allo slang di manovali petroliferi, minatori, cow-boy – e altre simili pubblicazioni specialistiche. Quando Thompson assunse temporaneamente la carica di segretario del Partito Comunista dell’Oklahoma, e le sue posizioni politiche radicali trapelarono troppo esplicitamente nella sua conduzione del volume Labor History of Oklahoma, rischiò l’arresto durante una repressione anticomunista scatenata da un predicatore locale: fu indagato dall’FBI, salvandosi fortunosamente nel processo d’appello che portò però nel 1940 al suo definitivo allontanamento dal WPA.

Di nuovo socialmente ed economicamente declassato si sposta a San Diego in California, dove si adegua allo sforzo bellico del paese lavorando nei turni di notte come operaio in una fabbrica di aereoplani; di giorno scrive, completando il suo primo romanzo Inferno sulla terra (Now and on Earth, 1942). Questo libro e il secondo Heed the Thunder (1946), largamente autobiografici, si situeranno solidamente nella consolidata tradizione del romanzo proletario e sociale degli anni ’30. Dato lo scarso successo di entrambi, con il terzo, Nulla più di un omicidio (Nothing More Than Murder, 1949), per la prima volta Thompson si rivolge apertamente alla crime-fiction senza tuttavia suscitare particolari consensi né di critica, né di vendite. Saranno queste tre le sue uniche opere in edizione rilegata, tutto il resto dei suoi 29 romanzi, pubblicati fra il 1942 e il 1973, uscirà direttamente in paperback. La delusione per l’insuccesso artistico ed economico lo fa ripiombare nell’alcolismo: per sopravvivere e provvedere alla famiglia inizia a collaborare assiduamente alle riviste di True Crime, pulp specializzati nella cronaca romanzata di crimini realmente avvenuti, e  viene assunto come reporter per un tabloid, il Los Angeles Mirror. L’immensa documentazione, raccolta in prima persona, sulla cronaca nera della provincia americana, servirà a Thompson per compiere il passo successivo: la collaborazione con la Lion Books di Arnold Hano; una casa editrice di tascabili che, inducendolo a scrivere con ritmi forsennati – undici volumi usciti tra il settembre 1952 e il luglio 1954: un romanzo ogni due mesi, con il magro guadagno di 2000 dollari a libro – gli permette di comporre senza interruzioni la silloge quasi completa delle sue opere più riuscite e innovative.

E’ del 1952 il suo romanzo più famoso, considerato da alcuni il suo capolavoro, L’assassino che è in me (The Killer Inside Me). Il protagonista Lou Ford, vicesceriffo in una cittadina del Texas, appare un tipo bonario e ottuso, che parla sempre per frasi fatte come un sempliciotto; in realtà, in privato, è in grado di leggere in molteplici lingue e si diletta, per passare il tempo, nella risoluzione di complessi problemi matematici. Sadicamente si diverte ad affliggere il suo prossimo con le prolisse banalità della sua conversazione, sopportate a stento dai suoi interlocutori per semplice cortesia; in più la sua pretesa dabbenaggine svia l’attenzione di tutti da quella che lui definisce “la Malattia”. Ford, sedotto a quattordici anni dalla governante del padre, perde il rispetto di quest’ultimo e sfoga il complesso di colpa esigendo il prezzo di quel peccato da ogni donna che incontra: a quindici anni molesta una bambina di tre, ma al suo posto viene accusato e incarcerato il fratello adottivo; in seguito riesce a contenere la violenza fin quando incontra Joyce, una prostituta: a questo punto “la Malattia” esplode di nuovo e Lou deve uccidere non solo la ragazza “cattiva”, ma anche la fidanzata “rispettabile”, la maestrina Amy Stanton.

Nel 1952 appariva sovversiva l’equiparazione delle due figure femminili – con il tacito livore che Thompson riserva alle ragazze “perbene”, tutte comprese nel loro strenuo sforzo per accalappiare un marito – e ancor di più che un tutore della legge potesse essere un sadico criminale. I personaggi di Lou Ford e Amy Stanton torneranno in Fatti furbo, Bugs (Wild Town) del 1957 parzialmente modificati in una luce meno torbida e con un finale meno tragico, perché in fondo è solo in una sfumatura che, per Thompson, risiede l’opposizione tra bene e male. “Sicché – ma forse l’ho già detto ? – sabato sera, il 5 aprile del 1952, pochi minuti prima delle nove, uccisi Amy Stanton. O forse lo si può chiamare suicidio”. Il cinismo e la durezza nella descrizione dei particolari del delitto rasentano l’intollerabile: ”Mi sedetti e iniziai a leggere il giornale. Cercavo di tenere gli occhi sul foglio. Ma la luce non era granché, non bastava per leggere, e lei continuava a muoversi. Pareva che non riuscisse a star ferma. Una volta sentii qualcosa che mi toccava lo stivale, guardai ed era la sua mano. Si muoveva su e giù sopra la punta del mio stivale. Passò sulla caviglia e sulla gamba e in un certo senso avevo paura a spostarmi. Poi le sue dita arrivarono al bordo e si aggrapparono all’interno; quasi non riuscivo a muovermi. Mi alzai e cercai di sganciarmi con uno strattone, ma le dita resistevano. La trascinai per quasi un metro prima di scollarmela. Le dita continuavano a muoversi, scivolando e strisciando su e giù, e alla fine si strinsero sulla sua borsetta e lì restarono. La trascinarono sotto la gonna e non vidi più la borsa né le mani. Be’, meglio così. Sarebbe stato meglio, se l’avessero vista aggrappata alla borsetta. E accennai un sorriso, pensandoci. Era proprio da lei, capito, attaccarsi alla borsetta. Era sempre stata così tirchia, e…”.

(CONTINUA)