di Michelangelo Franchini

La mafia, si sa, è un ente secolarmente presente ovunque, e tuttavia torna a essere fenomeno solo quando è spettacolarizzata. Adesso è spettacolarizzata: la testata di Spada è diventata immediatamente fenomeno, notizia, aneddoto, meme. Come ogni fenomeno si è cercato di serializzarla, replicandola: si è cercata altra violenza simile nelle cronache precedenti, nei verbali di polizia, nelle parole dei cittadini (invano si è cercato di farlo con Totò Riina, fenomeno di tutt’altro genere, esaurito da tempo). I giornalisti hanno incalzato: come intimidisce la criminalità? Come agisce, cosa fanno fisicamente i tirapiedi quando vengono a chiedere il pizzo? In che modo si muovono, che creature sono?

Alla costruzione della narrazione criminale si persegue con una certa morbosità. Come ogni narrazione mediatica avrà vita breve: si esaurirà e smetterà di essere interessante, salvo venir tirata fuori da qualche politico durante il prossimo comizio, nella speranza di rievocare quella curiosità che ora ci ossessiona. Perché? Perché vogliamo saperne di più.

Negli ultimi anni si è fatto spettacolo di associazioni criminali più e meno attuali, e lo si è fatto per i motivi più diversi. Nel caso di Romanzo criminale era il carisma dei personaggi a interessare, nel caso di Suburra la particolarità della vicenda, nel caso di Gomorra una deliberata intenzione divulgativa. Come Roberto Saviano ha intuito, è lo spettacolo a interessarci.

Non ci approcciamo ai servizi di La Sette sui malavitosi di Ostia con la volontà di fare di noi stessi dei cittadini informati, bensì con la voglia inconscia di ritrovare i personaggi di Suburra. Perché? Perché Suburra è spettacolo, è una vicenda particolare, lontana dalle nostre vite come può esserlo un film di fantascienza. Lontana e tuttavia vicina: si ambienta accanto a noi. Accanto a noi e tuttavia comunque a distanza di sicurezza: a Ostia, lontano, o comunque in periferia. Non certo qui da noi. Qui da noi, in questo quartiere, certe cose non accadono. Certe cose, quelle che vedi nella serie, non avvengono qui. Non potrebbero mai avvenire qui dove sono io, adesso, in questo quartiere rispettabile. Figuriamoci.

Il fatto è che siamo avulsi a ogni normalità. Pur essendone immersi, la rifuggiamo. Cerchiamo i filmati di Roberto Spada dopo che abbiamo saputo che Roberto Spada è un criminale perché vogliamo vedere che faccia ha: il criminale, non Roberto Spada. A nessuno importa di Roberto Spada, a nessuno importa di una giornalista sequestrata e minacciata chissà quanti anni fa.

Invece guarda qui: questo tipo ha dato una testata a un giornalista perché faceva domande scomode. Questo qui è un personaggio pericoloso, guarda che faccia da criminale. Questo è come il personaggio della serie.

La mafia è un fenomeno anche romano, e non solo. Probabilmente è ovunque, ma non ci siamo abituati. Pensiamo che la fisionomia di un mafioso non possa prescindere da certi e ben definiti tratti lombrosiani tra cui uno spiccato accento meridionale. La mafia per noi è, ed è sempre stata, un fatto meridionale. I criminali della banda della magliana? No, quelli non erano mafiosi. Erano pischelli. Pischelli che hanno sfidato i veri mafiosi, quelli meridionali, quelli lontani. Pischelli che hanno sconfitto la mafia meridionale. Pischelli con un’etica criminale. Quasi degli eroi, in pratica. Non certo mafiosi, no.

Siamo curiosi di vedere che facce hanno persone che chiedono il pizzo, che picchiano e che non hanno paura di uccidere e morire. Siamo più che curiosi di sapere chi sono. Perché loro sono il male, l’anti-stato, il cancro di questa bella città, non sono persone come noi. Devono avere facce diverse, vite diverse, case diverse. Sono come alieni infiltrati nel nostro sistema perfetto. Appena Roberto Spada si rivela, ecco che lo riconosciamo: guardalo, con quella faccia, è palesemente un criminale, un poco di buono. Si vede chiaramente, glielo si legge in faccia. Guarda com’è violento, come scatta. Una persona normale non farebbe niente del genere. Noi non faremmo niente del genere, noi siamo bravi cittadini. Sono loro i colpevoli di tutto.

Il motivo per cui sentiamo il bisogno di documentarci sulle vicende giudiziarie ostiensi è che abbiamo bisogno di costruire l’alterità per definire noi stessi, e definire noi stessi per escludere l’alterità, allontanarla, farne spettacolo, oggetto di studio. Allontanarla e sentirci al sicuro, convincerci che noi, i giusti, non siamo e non possiamo essere in nessun grado colpevoli: sono loro, gli altri, gli alieni che rovinano il nostro sistema perfetto, loro dell’altra fazione, nettamente divisa, e per fortuna lontana.

A un tangentista, a un omertoso, non riserviamo che l’accusa di complicità, annacquata da un empatico senso di autoconservazione: che altro deve fare? Evadere il fisco è reato ma non è peccato, quella donna deve proteggere i suoi bambini non può esporsi. Quando lo stato non c’è, la mafia balla, e lo stato non c’è mai, è un ente invisibile che possiamo personificare occasionalmente lanciando invettive contro i nomi. E tuttavia l’esercizio dell’invettiva, che pure esaurisce i postumi della sbronza elettorale, è tautologico e tutt’al più rilassante. Ciò di cui abbiamo bisogno è guardare in faccia i colpevoli, personificare il nostro malessere. Un tangentista è un uomo d’affari oppresso dal fisco, un omertoso un uomo cauto. Perfino un assassino cessa di essere un assassino dopo aver compiuto il delitto. Ma un mafioso no, non cessa mai di essere ciò che è: il nostro doppelganger, un uomo della strada, che vive e prospera nell’anti-stato. La sua esistenza, speculare alla nostra di bravi cittadini, è un fatto che ci indigna, ci frustra, ci intriga.

E così l’industria dello spettacolo ci mostra il reietto per eccellenza, per darci modo di disprezzarlo in pubblico e ammirarne segretamente la ribellione, e si immolano due o tre malavitosi sull’altare sacrificale della gogna mediatico-giudiziaria, mentre il popolo grida e il silenzio cala sul sistema. Fino alla prossima testata.


Operazione Astra: termine di Roland Barthes, designa l’atto di denunciare una parte per salvare il tutto