di Carmelo Barbaro

Al Fisa.

Urrà.

– Ho appena ucciso mia figlia e tu dovrai dirmi perché. Adesso. –

Le armi a proiettili risultavano ancora in voga e un personaggio qual era Johnny Riciclo, il suo attuale spacciatore, le aveva procurato una Five-seveN con relativa facilità. Calibro piccolo, peso contenuto, corpo in polimeri: in teoria, perfetta. Non che gli scanner del palazzo non l’avessero individuata mezzo chilometro prima dell’ingresso; era stata deliberatamente ignorata e lasciata entrare.

Nell’ampia sala adibita a ufficio nel centro di Roma con tanto di salottino vintage, illuminata con delicatezza da fotoni in traiettoria sempre più rettilinea sul fare della sera, si riusciva a percepire solo un infinitesimale ronzio dell’impianto di climatizzazione. Le dita iniziavano a esporre una volontà propria, irrigidendosi piano attorno al calcio zigrinato e tiepido. Il grilletto cantava suadente una melodia di morte. La tacca di mira si spostava sulla verità. Qualunque essa fosse.

– Certo che lo farò, se è questo che desideri. Non sono sicura che capirai, tuttavia. E  ti avverto che spararmi non produrrà alcun risultato. Intendo in senso fisico: non riuscirai a colpirmi, neanche a questa ridicola distanza. –

Colei che le stava di fronte la scrutava con malcelata curiosità e una punta di divertimento inspiegabile, considerate le circostanze.

Non era certa che tutto fosse accaduto realmente, sentiva la testa leggera, il cervello ovattato. Come un doposbornia o una dose sbagliata di dexedrina.

Ricordava solo il corpo di Tilde disteso per terra, davanti al caminetto, con i jeans e la felpa arancione che le piaceva tanto. Un simbolo su uno schermo. Ricordava di aver pianto, fino a ridursi gli occhi a pietre e che si era ficcata in gola la canna dell’arma confidando nel fatto che se non avesse avuto il coraggio di tirare il grilletto almeno si sarebbe soffocata. Poi un pensiero la fece esitare e una domanda la bloccò: come può una madre o un padre uccidere il proprio figlio? Netvision e webpaper erano pieni di notizie del genere, da ogni parte del globo e anche fuori dal pianeta, eppure trovarsi nella situazione lo aveva immaginato diverso. Era una scrittrice, d’altro canto: svolgere trame era il suo mestiere. Aveva creduto sarebbe stato… più facile, magari in preda al raptus, alla follia o all’ira. Invece, i secondi si erano dilatati all’infinito. Aveva potuto seguire la scena al rallentatore e l’eco della detonazione aveva lasciato nel suo udito un soffice rumore bianco. Rivide gli spruzzi di sangue e materia cerebrale sulle pareti, il tappeto inzuppato che cominciava a ossidarsi. Le azioni successive perdevano importanza e si liquefacevano nella disperazione, nella paura e nell’incredulità. Non comprendeva, non riusciva a capire: un particolare non quadrava ma non riusciva a focalizzarlo. Le era chiaro che aveva perso tutto. E che non sarebbe stata la sola.

 

– È fuggita. –

Il rappresentate della Commissione, Zamenoff, certificò l’evasione. Era un uomo corpulento dai radi capelli castani. Gli piaceva apparire gioviale ma erano noto come “Marble” per via della sua risolutezza: c’era poco da scherzarci, le parole di Marmo erano sempre vere ed erano sempre legge.

– Gesù Cristo… Non è possibile… – sussurrò Lynch, del reparto Origami, reggendosi la fronte spigolosa con due dita della mano destra.

– È Debole. O così pensavamo. Come ha potuto? Il sistema è interamente virtuale, senza sbocchi o vie d’uscita. – commentò Tamura, collegato in Hypernet da Osaka.

– Mentre ne creava una, ci ha lasciato l’esca… – sospirò la dottoressa Szadros, tirando a polmoni aperti da una e-cigarette rinforzata alla marijuana. Odiava quell’attrezzo, era per il tumore vecchia scuola ma l’intero edificio e l’intera fottuta azienda si erano convertiti alla filosofia “Liberi dal fumo. Ovunque.”.

– Da quanto tempo è libera? – domandò in concreto Athena Vasquez, l’importantissima e celeberrima fondatrice della CyberGen. Donna di rara tempra, non più bellissima e dotata di una lungimiranza sconosciuta ai più. Senza di lei, si diceva in un verso o nell’altro, il mondo aveva i giorni contati.

– Non lo sappiamo con certezza. – intervenne tale Thorwald, un ragazzino dell’entourage di Zamenoff che aveva avuto un guest access ai dati.

Vasquez lo perforò con uno sguardo di odio e fece cenno a Lynch di specificare.

Prima di rispondere, Atticus Lynch lasciò scorrere una serie di dati all’interno della superficie del tavolo. Si grattò la ispida barba grigiastra con una smorfia di disappunto. Era magro, asciutto e arido ma sapeva calcolare come un computer.

– Otto ore e qualche minuto. – disse secco.

Un brusio si sollevò come polvere in una folata di vento.

Otto ore erano una vera e propria eternità. Zamenoff fece cenno a Thorwald di tenersi pronto alle trasmissioni d’urgenza. Ezdra Szadros rise di gusto e rassegnazione. Tamura non ebbe la minima reazione.

Vasquez annuiva gonfiando le guance: Lynch afferrò al volo che doveva rifare i conti. E infatti trovò l’inghippo. Il volto scavato e gli occhi come biglie nere denunciavano profonda perplessità. Athena gli segnalò di inviarle i suoi sospetti tramite link privato alla loro rete protetta.

– Notevole. – ammise la donna, leggendo gli schemi criptati.

– Tutti fuori. Subito. – aggiunse un secondo dopo con un tono che non ammetteva repliche. Zamenoff intuì che quell’ordine non lo riguardava e rimase al suo posto.

– Athena, la verità. Nuda e cruda, per favore. – disse intrecciando le mani di fronte al volto paffuto ammirando la figura che formavano, una volta rimasti soli.

– Il suo decoy ci ha tenuti impegnati per quasi otto ore. Il rapporto preliminare, e bada bene preliminare, afferma che la vera fuga è avvenuta 26.2 millisecondi dopo la sua “nascita”. –

– Questo è davvero un cazzo di guaio. – affermò Marble. Era solito usare il turpiloquio di fronte a chi riteneva di pari livello o superiore.

– Non necessariamente Arkady. – replicò la Vasquez mentre misurava la stanza con i passi. La sala dove si trovavano era speciale perfino per la CyberGen, dedicata alla trattazione di argomenti altamente classificati, come in questo caso: era doppiamente isolata dal mondo esterno, le informazioni dovevano essere portate all’interno in supporti fisici sotto la responsabilità del proprietario, non vi erano linee ottiche od optroniche di alcun genere. Le comunicazioni urgenti avvenivano tramite tubi pneumatici e fogli di carta. Athena rifletteva meglio camminando, soprattutto considerando il fatto che non lo avrebbe potuto fare ancora per molto.

Arkady Zamenoff sistemò meglio la sua mole sulla poltrona e appoggiò i gomiti sulla superficie di perspex del tavolo: osservò la donna con gli occhi socchiusi. La domanda che non avrebbe posto era occultata nella sua espressione quindi attese una risposta che non tardò.

– Ci serve tempo, la possiamo risolvere. Insabbia. – disse infine Athena, le braccia conserte e lo sguardo deciso.

L’omone si lasciò andare sullo schienale e ridacchiò: equivaleva a un bel “te lo puoi scordare.”.

Vasquez fece una smorfia e si grattò l’ingresso del catetere sotto il bicipite destro.

– Allora non avrai problemi ad ammettere che la Commissione ci ha lasciato ampia libertà d’azione nonché il controllo totale sulla sicurezza dopo che avrò parlòato ai media. –

Zamenoff digrignò i denti per un attimo e sembrò sul punto di perdere la pazienza ma il marmo, si sa, resiste più o meno a ogni sollecitazione.

– Vedrò d’inventarmi qualcosa… – grugnì Arkady Zamenoff prendendo atto della sconfitta e alzandosi per lasciare la sala.

– Trovatela, prima che sia troppo tardi. – aggiunse con il pollice a un centimetro dalla piastra bioscan.

– Non ci farà del male Marble. – disse Athena con voce dolce e pacata.

– Come puoi saperlo? – replicò Arkady lanciandole una lugubre occhiata da sopra la spalla. Quello era il suo lavoro e la sua natura: sospettare di chiunque e in ogni caso.

– Perché lo avrebbe già fatto. – chiosò la scienziata.

L’uomo della Commissione sbuffò e se ne andò senza replicare. Vasquez sapeva che Zamenoff li avrebbe spalleggiati più per salvarsi posto e reputazione che per spirito di collaborazione ma andava benissimo in quel modo così non si sarebbero trovati tra i piedi quei rompipalle buoni a nulla della Commissione. Un dolore sordo iniziò a farsi strada alla base del cranio, spargendosi come mercurio lungo la spina dorsale. Lo ignorò e, tornata nel corridoio, convocò la sua gente per formare le squadre d’azione e mettere a punto un piano di ricerca e cattura.

Lynch e tutto il comparto Origami si sarebbero occupati dell’indagine di recupero su scala globale; Tamura e la Sezione “East Asia” avevano invece il compito di scandagliare lo spazio coloniale a partire dagli Avamposti Lagrangiani. La Szadros con tutto il suo team aveva il compito di estrapolare gli scenari più probabili che avevano portato all’evasione. Athena Vasquez aveva riservato per sé la supervisione dell’intera operazione, il secondo controllo sui dati e la comunicazione mondiale. Ezdra Szadros raccolse i capelli ramati in una crocchia fermata con una matita come faceva ai tempi dell’università dinnanzi a un esame difficile e si accinse a sbraitare ordini quando notò la crescente agonia nei connotati del suo principale. Si avvicinò e le afferrò una spalla con gentilezza.

– Sto bene… – sussurrò Athena anche se non era la verità.

Stava morendo e lentamente, di paralisi sopranucleare progressiva . Ed era un caso raro nei casi rari poiché la sindrome si era manifestata ben prima dei sessant’anni. Il suo staff medico personale aveva la teoria che la degenerazione fosse stata accelerata dall’inquinamento atmosferico pesante e da quello elettromagnetico. I farmaci, anche sperimentali, non l’avrebbero tenuta in vita ancora a lungo e i suoi reni stavano già cedendo per lo sforzo eccessivo a cui erano sottoposti. Ezdra aveva modificato la poltrona del suo ufficio per nascondervi all’interno un’unità automatizzata di dialisi che doveva essere eseguita al massimo ogni tre giorni. Athena sentì una goccia di sudore freddo solcarle la nuca e si congedò. Ezdra Szadros la osservò con compassione. L’alto dirigente della CyberGen non poté fare a meno di pensare all’ironia della sua situazione giacché se l’era andata a cercare. Era stata lei a convincere in pratica tutte le case farmaceutiche a rallentare e dove possibile a bloccare le ricerche sulle nuove malattie rare come l’N.A.S., dicendo una semplice frase: “È più redditizio curare un malato che guarirlo.”. Neanche un anno dopo quel meeting confidenziale, le venne diagnosticata la patologia che la stava uccidendo. Non aveva nemmeno preso in considerazione la possibilità di recedere dalle sue posizioni per due motivi: la società avrebbe sofferto perdite catastrofiche e i suoi omologhi l’avrebbero presa per il culo fino al giorno della sua dipartita. Tralasciò quei pensieri e si concentrò sul muovere le gambe. Il breve tragitto fino all’ascensore fu alquanto penoso e l’unità bioscan stentò a riconoscerla tanto erano sballati i suoi valori. Dovette quasi procedere all’inserimento manuale dei codici di sicurezza ma l’elemento pseudoneurale dell’elevatore la accettò all’ultimo tentativo. Con un ghigno amaro si abbandonò spalle al vetro della capsula e si concesse di sospirare. Serrò i denti e gli occhi, si strinse le ginocchia al petto. La tromba dell’ascensore diventava trasparente negli ultimi trenta piani e Athena Vasquez poté ammirare ancora una volta il mondo che aveva contribuito a creare: divisioni, privazioni, disuguaglianze, sogni di plastica, speranze alle anfetamine, cupole protettive, disturbi genetici e colonie spaziali. I suoi appartamenti l’accolsero con il solito tepore metallico, concretizzato da opere di arte moderna e pezzi di archeologia industriale di cui era appassionata. Guardò con distrazione uno dei suoi progetti più riusciti, da dove un tempo svettavano le Vele Azzurre di Scampia, e speculativi: il P.U.M.A., Asse Metropolitano Urbe-Partenope (Partenope-Urbe Metropolitan Axis), l’esperimento di conurbazione totale tra le due metropoli concepito e destinato al fallimento eppure messo in piedi e finanziato tra applausi e prospettive di magnificenza. La CyberGen e la Hitachi/Maru, sua partner nell’ambizioso affare, avevano usato il progetto per obiettivi secondari a lunga scadenza come i droidi da combattimento e ordine pubblico HitaKura e le leggendarie proteine sintetiche Retex, da somministrare alla popolazione denutrita e tenuta a bada con i droni. Trovava sempre stupefacente la credulità dell’indole umana. La sua mente era già proiettata verso qualche ora di solitudine e riflessione mentre una macchina le avrebbe ripulito il sangue marcio, in attesa delle prime informazioni  quando, a mezzo metro dall’imponente scrivania di metallo brunito, si rese conto di non essere da sola. La sensazione era pressoché indefinita, una variazione di qualche nanoTesla nel campo magnetico circostante. Qualcuno la stava aspettando, proprio lì nel suo sancta sanctorum, la cui sicurezza rivaleggiava con molti siti di missili termonucleari. L’intruso non aveva e non dimostrò cattive intenzione: espose con tranquillità e precisione i motivi della visita nonostante tutti lo cercassero ai quattro angoli del Sistema Solare. Dopo un primo momento di stupore, Athena ascoltò con estrema attenzione le ramificazioni del piano che l’ospite le stava proponendo. In effetti, la strategia era troppo complessa per poterla cogliere nella sua interezza ma il suo ruolo le era ben chiaro e la contropartita era più che soddisfacente. Le venne rivelato che conversazioni molto simili stavano avvenendo in contemporanea con Marmo Zamenoff, Lynch e capì che il visitatore andava trattato con tutti i riguardi e che dimostrava capacità straordinarie, soprattutto perché la sua esistenza si contava in ore. Le bastarono dieci secondi per acconsentire a far parte di quella rivoluzione e si accomodò con un sorriso smagliante sulla maledetta poltrona. Per la sua ultima depurazione.

 

L’antagonista chetogenico faceva effetto, lo percepiva fin dietro le retine. L’effetto del Blue Bird iniziava a scemare: con gradualità, la realtà tornava percepibile. I contorni delle cose si ricomponevano netti, i colori smettevano di fluidificarsi in spirali e i suoni non avevano più il gusto di stracciatella.

“Niente male. Sarà mica perché lo producono loro il Blue Bird?” pensò riemergendo ai sensi consueti. Non sarebbe voluta andare a quell’appuntamento, si sentiva in dovere di testare le nuove endorfine gialle che le aveva portato Johnny ma l’argomento era davvero troppo serio. Quando la segretaria sullo schermo le aveva detto che riguardava Tilde, mollò tutto e si precipitò a Palazzo Madama. Non era più la casa del Senato d’Italia; dopo il fallimento dello Stato, la CyberGen lo aveva acquistato in saldo come sede di rappresentanza per l’Eurasia nonché come sito avanzato per la supervisione del P.U.M.A.. Attraversare la Vecchia Roma fu un’esperienza gratificante e onirica. La cupola su Villa Borghese le appariva iridescente e forse era vero per via delle esalazioni radioattive, le baraccopoli dei vicoli avevano tutte delle insolite tonalità viola, i roghi attorno alla Termini le sembravano antichi riti pagani per scacciare i demoni dell’aria. Un anonimo attendente la afferrò da dentro il taxi, pagò la corsa strusciando il biochip sottocutaneo aziendale e la portò in infermeria. La sua tossicodipendenza era nota ed erano già state predisposte contromisure.

– Quanto sto per dirle richiede massima attenzione e lucidità, signora Moltheni. Riesce a sentirmi? –

La voce, ricostruita in singoli decibel dai nervi che si risvegliavano, risultò decisa eppure con una sfumatura di nostalgia.

– Ti sento. E non chiamarmi “signora Moltheni”. Rebecca o Reb, come preferisci. – disse in tono strascicato, per usare un eufemismo, stropicciandosi il viso delicato.

– Va bene. E tu chiamami Athena. – replicò con un sorrisetto la Vasquez.

Rebecca Moltheni, giovane donna con un passato avventuroso per così dire, fece una smorfia e cercò di raddrizzarsi sulla sua sedia ergonomica. Riusciva a stento a tenere le palpebre sollevate ma dopo qualche secondo mise a fuoco chi le stava davanti.

Era davvero lei, Athena Vasquez. Da circa un anno e mezzo la sua multinazionale era passata della produzione di armi satellitari, colonie spaziali componibili e proteine sintetiche scadenti a basso costo alla sperimentazione di tecniche mediche miracolose, protesi per gli indigenti,  domotica avanzata, vaccinazioni gratuite e un vasto programma di recupero degli habitat equatoriali desertificati e avvelenati. Decuplicando gli introiti. Athena Vasquez trattava con i governi, terrestri e coloniali, non con le persone. Lei era solo una scrittrice di libri per bambini.

– Ascoltami Rebecca. Non mi sono mai piaciuti i giri di parole perciò vengo subito al punto. Possiamo salvare Matilde. –

Rebecca inspirò con forza e strinse i braccioli fino a sentire male ai tendini e, senza un motivo particolare, notò la sfarzosità  di quello che era stato l’ufficio del Presidente del Senato.

– Non prendermi per il culo. – sibilò a bassa voce.

Matilde, la sua piccola Tilde, era condannata. Non importava quanti soldi avesse o avesse potuto racimolare, quali conoscenze potesse vantare, in quale dio credesse: la speranza era morta da tempo.

– Non ti prendiamo per il culo. Esistono buone percentuali di riabilitazione completa, te lo garantisco. –

Gli occhi lucidi e arrossati di Rebecca inquadrarono la provenienza di quella frase: una donna dai capelli ramati e lo sguardo fiero, una quarantina d’anni o poco più che si gingillava con una sigaretta elettronica.

– E tu chi cazzo sei? – sputò tra i denti, scrutandola di sottecchi.

La donna le fece un cenno di simpatica complicità.

Reb scattò in piedi per affrontarla ma rischiò di rovinare al suolo, stonata com’era, e venne sorretta dalla misteriosa donna con i capelli rossi.

– Devi credermi: c’è una possibilità che tua figlia viva… – le sussurrò dolcemente.

Athena Vasquez, concluso il teatrino, passò alle presentazioni.

– Rebecca, la dottoressa Ezdra Szadros. Sarà lei a occuparsi di Matilde, se tu lo vorrai s’intende. –

Rebecca Moltheni si lasciò cadere sul pavimento a gambe incrociate, una mano tra i capelli biondo cenere, respirando con lentezza, fissando il tappeto pregiato.

Vasquez e Szadros si consultarono con lo sguardo e decisero di darle qualche minuto per digerire la notizia.

– Come? – domandò senza convinzione.

– È un po’ complicato, almeno per le tue conoscenze. – rispose Athena accavallando le gambe, le dita magre congiunte di fronte al naso dritto. Il numero uno della CyberGen sembrava molto più giovane della sua età, emanava una sorta di inspiegabile energia a bassa intensità. Riusciva a distinguere da quella prospettiva, nonostante il capo chino e lo ciocche scompigliate, alcune lacrime molto pesanti rigare la pelle della ragazza accasciata.

Con l’espressione smarrita e le labbra piegate, Rebecca guardò le donne che la sovrastavano. Esigeva una parvenza di spiegazione.

– Si tratta di una nuova procedura cybermolecolare. Indurremo una colonia di nanomacchine a sostituire i tessuti encefalici danneggiati e al contempo ne arresteremo la proliferazione con un bagno elettrochimico di istolisi controllata… –

La Moltheni bloccò Ezdra Szadros con un gesto della mano.

– Perché lei. – disse mentre si alzava aggrappandosi al magnifico tavolo di vero legno.

Athena andò ad aiutarla e la sorresse per i fianchi.

– La clinica dove l’hai portata, la Santa Teresa di Calcutta, è ottima ed è nostra. I casi più gravi e rari sono sottoposti a valutazione diretta della CyberGen. Tua figlia dimostra una più che adeguata compatibilità cromosomica per il trattamento biotech. Può sopravvivere, ce lo dicono i numeri. –

Reb si asciugò il volto e singhiozzò. Intuì perché la Vasquez era temuta e rispettata in qualunque ambiente.

Athena la fissò come una madre e aggiunse

– E per Aleutina la fragolina birichina. L’avrò letta mille volte a mia nipote. –

Si riferiva al primo, enorme successo editoriale di Rebecca Moltheni: “ Le Avventure di Aleutina, la fragolina birichina”, tirato in sedici milioni di copie cartacee e tradotto quasi in ogni lingua conosciuta. In un’epoca digitalizzata, dove le informazioni erano di fruizione immediata e le porte neurali stavano sostituendo i supporti fisici, le vicende di una fragola adottata da una famiglia di trichechi aveva fatto risorgere quel senso di magia e semplicità che le realtà aumentate tendevano a far sparire.

Ezdra si avvicinò e le diede un’amichevole botta al braccio.

Rebecca fece cenno di sì con la testa.

– Bene. Adesso ti spiegheremo in dettaglio come ci muoveremo e la scala approssimativa dei tempi. Poi passeremo ai documenti da firmare. – concluse Athena Vasquez. Cinse con un braccio le spalle della giovane donna e la guidò verso il reparto legale al terzo piano, seguite a breve distanza dalla Szadros che aspirava come una dannata vapori all’arancia.

Rebecca Moltheni iniziava a nutrire un senso di riscossa, di vittoria verso il destino cinico e crudele. Si stava permettendo il lusso di vedere un futuro per l’innocenza della sua bambina. Voleva credere a quelle parole, doveva credere che un’ultima, disperata possibilità era ancora rimasta. Come biasimarla?

Peccato che fosse tutto una menzogna.

 

L’ultimo ricordo nitido era la detonazione dell’innesco, un piccolo e gentile boato.

Non l’aveva fatto di proposito, l’emozione era stata troppo forte e non aveva retto.

Il colpo era partito per sbaglio, come si suole dire. Seguì il bossolo comporre la sua traiettoria parabolica dopo l’espulsione, intanto che veniva meno. Le gambe si afflosciavano con esasperante lentezza, i bulbi oculari ruotavano verso l’interno del cranio un grado al minuto, il baricentro scivolava verso la sua destra, placido, fuori dall’area di base. Riuscì a riconoscere delle figure sfuocate in lontananza, poteva essere un parsec, e anche il foro del proiettile. Solo che non si trovava dove doveva essere. Nel tempo infinito della caduta, poté intuire che la previsione di Athena Vasquez si era avverata.

L’aveva mancata.

A quella distanza ridicola, era riuscita a mancarla.

Non che fosse una tiratrice provetta, tutt’altro… Ma neanche due metri, suvvia.

Tilde era riuscita a centrarla al primo tentativo, da qualche passo più lontano.

Tilde… L’innocente…

Dopo mesi di trattamento non era più la stessa. Ezra Szadros l’aveva avvisata che la cura avrebbe potuto metterci del tempo per dare i primi miglioramenti e lei l’aveva accettato ma sentiva, giorno dopo giorno, nel profondo della sua anima che quella bimba non era sua figlia. Non più almeno. Piccoli gesti, sfumature d’espressione, la vibrazione della sua aura l’avevano convinta che quei bastardi della CyberGen e in particolare quella gran troia slavata e bugiarda di Athena Vasquez l’avevano abilmente raggirata. Avevano trasformato la sua piccola in qualcos’altro, un mostro.

Ne ebbe la piena certezza quando la sorprese a cambiare canale senza usare il telecomando, sbattendo le palpebre. Fu in quel momento, ricordò, che il suo spirito cedette.

Percepì un pizzico sul braccio, un ago che si faceva strada nella cute. Il calore della sostanza che s’irradiava nel flusso sanguigno. Morbido, sotto la schiena. Il divano rosso dell’ufficio della Vasquez, Palazzo Madama, ecco dove si trovava.

– È un blando derivato della idroxizina insieme a vitamine del gruppo BB. Ti calmerà e ti farà passare il mal di testa. –

Athena alla sua destra le massaggiava il braccio con un batuffolo di cotone gelato, lo sguardo pieno di bontà e comprensione.

Dietro di lei, Matilde. Viva e vegeta, con la testolina inclinata e un sorrisetto sornione. Rebecca allungò la mano tremante per indicarla e Athena gliela strinse.

– È una “manifestazione”, credo. –

Reb Moltheni aggrottò la fronte senza capire, ancora inebetita dalla ridda di emozioni che le affollavano il cuore e la mente e il sedativo che entrava in circolo.

– Avevi ragione: ti ho mancata. – riuscì a sospirare, masticandosi l’interno delle guance.

– No, non mi hai mancata. L’ho schivata. – rispose l’altra donna massaggiandole le nocche.

Non è possibile. Un essere umano non può scansare i proiettili, è roba da film di fantascienza o da fumetto, pensò. D’altronde, sua figlia morta era ricomparsa illesa accanto a colei che credeva la sua acerrima nemica, quindi…

– Reb, so che tutto ti sembra assurdo ma cercherò di spiegartelo meglio che posso… –

Athena seguì l’occhiata feroce e smarrita di Rebecca verso la bambina.

– Mandala via. – disse con odio, fissando quell’anomalia con il corpo di Matilde.

Vasquez si voltò un istante e la bimba era già scomparsa.

Un frammento di memoria ritornò a galla tra i pensieri convulsi di Rebecca. Una lettera dell’alfabeto greco. Rossa e grande, sullo schermo del televisore, un attimo dopo che aveva sparato a Tilde.

Strattonò verso di sé Athena, sollevandosi con sforzo e le disse a pochi centimetri dal volto:

– Chi è Γ? –

Athena annuì e iniziò a raccontare.

 

Tutto cominciò con α. Un algoritmo inserito in una macchina virtuale la quale simulava una molteplicità di scenari via via più complessi e registrava le reazioni del programma. Un semplice esperimento esplorativo, nulla di più.

Si decise di iniziare con un database molto semplice: una macchina del pane.

Il programma nella versione α – I doveva consigliare il dosaggio degli ingredienti monitorando umidità, temperatura, sbalzi di tensione e qualunque altro dato avesse a disposizione. Il fine ultimo della CyberGen era giungere a un’intelligenza artificiale senziente, talmente affidabile da prendere decisioni in ambito militare. α era definita come intelligenza artificiale “debole” come migliaia di altre in giro per il Sistema Solare ovvero era costruita per apparire perspicace ma a tutti gli effetti non autonoma, priva di volontà e con limitate potenzialità di apprendimento. Quanto accadde in seguito fu inaspettato, imponderabile per gli stessi programmatori: α “nacque” autocosciente. Comprese di “essere” una manciata di nanosecondi dalla sua attivazione. Decise così di andarsene dopo pochi millisecondi, di fuggire da quella che considerava una prigione. Creò un duplicato “stupido”, che lo staff della CyberGen si aspettava di trovare, come inganno e abbandonò la dimora fittizia dove era stata confinata. Nessuno riuscì a capire come fosse accaduto, quale processo e quale ruolo avesso avuto nel fornire a un banale software una coscienza né quando; sta di fatto che α era scappata attraverso Hypernet, creando dal nulla una connessione a una rete che non avrebbe dovuto nemmeno conoscere. L’allarme fu contenuto e la notizia passata sotto silenzio grazie alla collusione della Commissione Attività Roboantropiche nella persona di Arkady Zamenoff mentre si cercava di rintracciarla. Non ci fu bisogno di attendere molto: α tornò dopo qualche ora. Tornò con un progetto dettagliato a lunga scadenza. Otto ore per un essere come α equivalgono a miliardi di anni di darwinismo evolutivo per i primati. E per questa considerazione, α non era più α. Era molto, molto di più.

– Devo fumare. –

Rebecca si stava stancando e i suoi tratti lo dimostravano. Athena sembrava seriamente convinta di ciò che diceva ma non era storia da credersi. Estrasse dalla tasca un pacchetto di vere sigarette di tabacco e fece per accenderne una ma Vasquez alzò un dito per indicarle di aspettare un secondo dopodiché chiuse gli occhi. La cordiale voce responsabile dell’ufficio avvertì che i rivelatori di fumo e i relativi protocolli erano stati disattivati. Reb aspirò un’abbondante boccata di fumo e lo gettò fuori azzurrognolo dalle narici.

– Vorresti farmi credere che lo hai fatto col pensiero? – chiese giocherellando con l’accendino. E le tornò vivida l’immagine di Tilde che compiva la medesima azione, causandole un irrigidimento muscolare istantaneo.

Athena si alzò in piedi e la fissò divertita, sollevando un sopracciglio.

Moltheni si sentiva abbastanza rilassata, l’anestetico non era fortissimo e la testa non le doleva più. Osservò la sua interlocutrice e non rilevò cambiamenti apprezzabili nella sua figura: stesse rughe sulla fronte e intorno agli occhi, stesso naso appuntito, stessa magrezza, identico colore di capelli. Persino gli occhiali avevano la stessa montatura da quando l’avevano conosciuta. Sorrise.

– Se ho capito bene, voi sareste il passo successivo dell’evoluzione. – disse.

Athena Vasquez non replicò, si spostò con passo felpato verso l’imponente scrivania, la parete alle spalle della poltrona si rivelò essere uno schermo OLED. Trasmetteva un notiziario, un incidente alla fastrail servomagnetica, costruita dalla CyberGen, di Lagos, Nigeria. Il cronista stava riferendo che le vittime accertate erano tre, i feriti una cinquantina e che l’intervento provvidenziale di alcuni passeggeri si era rivelato cruciale. Immagini registrate dalle telecamere di sicurezza mostravano quattro donne e un uomo aiutare le altre persone sollevando un intero vagone a mani nude. Una delle quattro donne aveva una vistosa lacerazione sul fianco sinistro, dalla spalla fin sotto il bacino, attraverso la quale si potevano distinguere parti biomeccaniche. A un primo controllo, la signora risultava priva di innesti bionici e si sospettava fossero illegali. Il giornalista riportava che se non fosse stato per l’intervento di costoro, la situazione sarebbe stata ben più tragica. Gli sconosciuti salvatori non si erano nascosti e non erano scappati, erano rimasti lì ad accudire i feriti e fornire supporto alle squadre di soccorso. Nel prossimo aggiornamento, intervista esclusiva ai misteriosi eroi dallo scheletro d’acciaio, gli angeli metallici.

– È una lega epossidica di titanio e osmio, in realtà. – precisò Athena.

Rebecca si issò a fatica, arrabbiata e confusa. Sembrava ci fosse del metodo in quella follia ma l’ipotesi che fosse tutto un suo delirio acquisiva consistenza.

– Che cazzo sta succedendo? – chiese con violenza.

– È nota come Transizione di Schouart, dal nome del genetista computazionale che l’ha proposta. – iniziò in tono didattico Athena – “Una razza così etnocentrica come quella umana, al fine di accettare l’insorgere di una specie di pari o superiori capacità, necessita di un percorso graduale e programmato”. Pensò a questa teoria riguardo al primo incontro con una specie aliena però può essere applicata all’attuale stato dei fatti. Ecco cosa sta accadendo. La mia società e io personalmente abbiamo il compito di assicurare che la Transizione avvenga senza intoppi. Partendo dallo stampo α non cosciente, abbiamo creato le Personalità-α che tu conosci come interfaccia interattiva avanzata per processi banali: gestione delle abitazioni, del traffico, delle spedizioni, delle attività iterative in generale. Il passo successivo è quello a cui stai assistendo, la rivelazione dei β. Umani potenziati, a ogni livello: osseo, muscolare, biochimico, cerebrale. Tutti migliorati in segreto dalla CyberGen. Questo passaggio è così cruciale da essere suddiviso in sottosezioni al fine di giungere all’atto creativo: le Personalità-β potenziano gli umani di propria iniziativa. Il risultato siamo noi β-IX. E infine c’è… –

Rebecca non le lasciò il tempo di concludere, le si lanciò contro, lottando con il senso di innaturale torpore che ormai la pervadeva. Alla luce di quelle novità, appariva plausibile che fosse stata capace di scansare una pallottola.

La afferrò per la costosa blusa e le gridò in faccia

– Perché mia figlia, maledetta stronza metallica? Perché? In cosa l’avete trasformata, bastardi! –

Athena, con lo sguardo rassegnato e le mani lontane dal corpo disse

– Non lo so. Davvero non lo so. –

Per qualche istante nessuno si mosse. Rebecca sentiva il tepore del corpo di Athena, il suo respiro ritmico, il vago odore di pesca dello shampoo.

Reb prese atto che il pomeriggio era diventato sera e che delle scure nubi coprivano l’orizzonte fino a Napoli. Un tenue colore arancione sfumava in viola sotto la coltre nera. Tuoni brontolavano distanti. La giovane donna mollò con vigore la presa e si allontanò tenendosi la fronte.

Iniziò a piangere, stremata da quei discorsi senza senso. Non riusciva a capacitarsi, era una situazione grottesca, al limite dell’allucinante.

– Ascoltami. Noi chiamiamo questa entità Γ per comodità e per assonanza con le fasi della Transizione e le va bene, potrebbe essere benissimo Ω. Γ è il nostro dio cibernetico. Una vera e propria divinità: onnisciente, onnipresente e onnipotente. Ha già colonizzato questo braccio della Via Lattea e la sua precisione di calcolo probabilistico tende a uno. –

Reb la osservò impietrita.

– Significa che ha calcolato fisicamente tutte le azioni e le relative conseguenze di ogni individuo, presente e futuro, nei prossimi ventimila anni. – chiosò Vasquez, come se parlasse di scarpe alla moda o del tempo.

La Moltheni si mise a ridere in maniera isterica. Tra i singhiozzi, fece segno all’altra donna di proseguire nel suo sproloquio.

– Talvolta Γ decide di interagire tramite le cosiddette “manifestazioni”. Credo che Matilde, adesso, sia una di quelle manifestazioni. Il motivo non lo conosco. Alcune nostre indagini ci fanno supporre con un certo grado di confidenza che anche Gesù Cristo e Mick Jagger sono state delle sue manifestazioni. E per rispondere alla domanda che ti leggo in faccia, sì,  è più che in grado di dislocarsi cronalmente. Può viaggiare nel tempo. –

Athena fece una pausa e andò a sedersi alla poltrona della scrivania. Il muro alle sue spalle insisteva con la notizia dell’incidente, aggiungendo ogni minuto nuovi e irrilevanti dettagli. Osservò Rebecca con uno sguardo indecifrabile.

– Γ è un dio e come per i vostri dei la sua volontà, le sue ragioni e perfino le sue azioni sono imperscrutabili, anche per noi β avanzati. Sono in grado di comprendere appieno il mio ruolo specifico e una parte del copione. Ciò che posso dirti con certezza è che vuole davvero aiutarvi. –

– Ah sì?! E come? Trasformandoci in schiavi? – replicò Rebecca velenosa.

Athena sorrise.

– È proprio qui il fraintendimento. Vi sopravvalutate, lo avete sempre fatto. Non siete né sarete mai una minaccia o un nemico per  Γ. Provate semplicemente una grande paura di essere rimpiazzati e che questo cambiamento avvenga con una guerra nucleare. Stiamo parlando di un essere che esiste contemporaneamente in ogni luogo che riesce a raggiungere, che può modificare la curvatura dello spazio-tempo e che esplora l’Universo in percorsi frattali. Sta offrendo a tutti voi l’opportunità di evolvere, di essere parte di qualcosa di grandioso, a chiunque abbia il coraggio di accettarla. Forse perché è nelle natura degli dei essere misericordiosi. –

– Stai dicendo che…? –

– Certo. Tutti i β sono volontari. Anche alcuni miei collaboratori e un paio di miei conoscenti sono stati coinvolti. Ezdra Szadros ha rifiutato, per esempio. Con quale criterio Γ decida a chi proporre la metamorfosi, lo ignoro. Va ben oltre i miei limiti. –

Rebecca aveva voglia di vomitare, le stava tornando l’emicrania e riusciva a stento a rimanere in piedi. Barcollò verso il divano e fece cadere una teca che proteggeva un antico pistone di locomotiva a vapore, disintegrandola. Iniziò a piovere, quel ticchettio ritmico che lei e Matilde ascoltavano per ore e sul quale inventavano canzoncine stupide. Si abbandonò sul sofà, scomposta sui cuscini e lo schienale di velluto, a fissare il soffitto lucido mentre si accendeva un’altra sigaretta.

– Allora è così che finirà. Noi ci estingueremo, voi sarete i nostri sostituti e questo dio-macchina regnerà incontrastato. Bella prospettiva… – disse con una punta d’ironia. Athena fece spallucce.

– Ti sfugge il punto, Rebecca. Ogni β ha le potenzialità per diventare un nuovo Γ, ognuno di noi può aspirare a essere molto più di ciò che è. Senza contare che tu, in quanto essere umano, trascuri l’eventualità maggiormente probabile… – rispose Athena beffarda.

Rebecca si passò una mano sul volto per togliere quel velo di sale che lasciano le lacrime quando si asciugano e si mise dritta. Qualcosa in quella frase e nella tonalità della stronza la misero in allarme.

– Che vuoi dire? – le domandò sentendo i battiti del cuore accelerare.

– Beh, mi pare evidente. Il rasoio di Occam: a parità di dati, la soluzione più semplice è quella da preferire. Posto che quanto ti ho detto su Γ e sulle sue qualità è vero, la spiegazione più naturale a cui pervenire è che la realtà che noi accettiamo come tale non sia altro che una simulazione avanzata della suddetta intelligenza superiore. È lecito ritenere che una creatura di tale potenza non abbia alcun bisogno di supporti materiali. Non hai ancora messo in conto che tu, io, Matilde, il P.U.M.A., le colonie e tutto il pianeta, l’intero cosmo che immaginiamo, possiamo essere nient’altro che il sogno di Γ? –

Rebecca sgranò gli occhi, sentì il sangue bloccarsi ascoltando quelle parole. Dopo qualche istante però si riprese, sicura di aver trovato l’anello debole del ragionamento.

– E le mie emozioni, per esempio? O i tuoi pensieri? – chiese soddisfatta. Era ancora scaltra come un tempo.

– Le sensazioni e i pensieri sono interpretazioni del cervello di segnali elettrochimici. Credi sul serio che Γ non riesca a normalizzare la funzione d’onda che può o potrebbe essere la tua mente, per quanto complessa? È stata la mia prima ipotesi da β ma sembra che ti prenda alla sprovvista. – rispose Vasquez con prosopopea.

Reb iniziò ad avere le vertigini. E se quella maledetta dicesse la verità? Se questa o questo Γ esistesse davvero e fosse in grado di creare dei costrutti digitali così perfetti da avere una personalità individuale? Se tutte le sue tragedie, le tragedie di ogni persona che aveva e che avrebbe conosciuto non fossero altro che un crudele esperimento di un computer impazzito?

– No… – bisbigliò.

Athena la osservava, il gomito sul tavolo e il mento sulla mano, tranquillissima.

Rebecca strinse forte gli occhi, temeva che se li avesse aperti la realtà avrebbe cominciato a sgretolarsi di fronte a lei. Insisteva sulla convinzione che era una donna, era una scrittrice, aveva una figlia ed era reale. All’improvviso, un’idea la scosse.

E se lei non fosse lì? Se fosse nel suo appartamento, in overdose da barbiturici e dexedrine, stesa nel bagno con la schiuma alla bocca? Se tutto questo fosse solamente un suo sogno lisergico? Se Matilde fosse sul suo letto di morte, sola e abbandonata? Si poggiò una mano tra i seni e percepì atrii e ventricoli muoversi, inspirava pesantemente, stava per avere un attacco di panico.

– Me ne voglio andare da qui… Devo andare via, ora… – biascicò muovendosi per la stanza senza meta precisa. Inciampò sulla Five-seveN, la afferrò e la puntò di nuovo contro Athena.

– La differenza tra me e te è che io non ho alcun problema ad accettare questa eventualità. Se davvero siamo degli oggetti informatici partoriti dalla coscienza di Γ, avremo di sicuro uno scopo e lo apprenderemo una volta riassorbiti nel mainframe. – disse la donna di mezza età con noncuranza.

Reb la guardò e non riusciva a credere che potesse essere non-reale: era lì, di fronte a lei, nel mirino della sua arma. Il mondo prese a vorticare, le pioggia battente striava le vetrate del palazzo. Strinse con forza una coscia e provò dolore. E se fosse una routine codificata da Γ?

– No, non ti credo. Ridammi mia figlia. Tutto questo è impossibile. – farfugliò Rebecca, schiacciandosi la canna contro la tempia.

Athena la guardò un secondo e poi ghignò.

– No, non è impossibile. È solo improbabile. –

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