di Giorgio Morale

Chandra Livia Candiani, Fatti vivo, Einaudi, 2017, pp. 176, € 13,50

Il dolore degli altri / non mi sta in mano

Già il titolo è una sveglia: Fatti vivo. L’incontro delle due parole determina quella che Jurij Lotman chiama “esplosione di senso”, “provocata dall’intersecarsi di immagini della realtà che non potrebbero intersecarsi altrimenti”. Il titolo esercita la duplice funzione di presa di contatto con il lettore e di esortazione. Occorre “farsi vivi” e “farsi vivi” richiede una pratica quotidiana che bandisca inerzie e narcisismi. Con Fatti vivo (Einaudi 2017) Chandra Livia Candiani manifesta piena consapevolezza della propria poetica (“Il nudo / lo spoglio / ha splendore”) e rende esplicite urgenze implicite ne La bambina pugile (Einaudi 2014). Se nel primo libro appassionava la capacità di accoglienza della realtà, in questo nuovo si è scossi e coinvolti dalle implicazioni sociali ed etiche dell’accoglienza. È una accoglienza che non ha nulla di quietistico e che non arretra di fronte al dolore e al male del mondo: “Il dolore degli altri / non mi sta in mano / e nemmeno in gola / più che altro sta nel petto”. Perciò la poesia di Livia Candiani esprime un desiderio di “aspirare / il cielo” ma anche di “farsi terra e polvere”. Senza opporre barriere e difese: “Lasciati bruciare”.

Il libro segue “la sotterranea trama / che fa di una cronaca / storia” attraverso cui si diventa ciò che si è. Questo processo si realizza con un doppio movimento: dall’esterno all’interno e dall’interno all’esterno. Dalle cose all’io, dalla casa al mondo.

Il portone è “un cuore a orologeria

Nella prima sezione, Il sonno della casa, la bambina è dentro la casa ma è vista dall’esterno. Non è lei a parlare in prima persona, ma gli oggetti della casa, il soffitto, il portone, la maniglia, il muro, i vetri, il sofà a parlare di lei. È la antigrammaticalità della poesia, cioè la non corrispondenza tra il livello grammaticale e il livello del significato. Se a parlare è un frigorifero, una frase come “Accolgo quello / di cui non mi nutro” è corretta sul piano grammaticale, ma sul piano del significato è un assurdo. Queste antigrammaticalità sono inciampi preziosi. Esse rendono l’arte qualcosa di imprevedibile che suscita la nostra meraviglia. Al contempo ci dicono che su di esse bisogna soffermarsi, perché sono la spia attraverso cui cogliere la significanza della poesia.

Questi inciampi sono anche un bellissimo esempio del procedimento dello straniamento. Abitualmente “l’oggetto si trova davanti a noi” scrive Sklovskij, “noi lo sappiamo, ma non lo vediamo”. Lo straniamento consiste nella sottrazione dell’oggetto all’automatismo della percezione, nel non chiamare l’oggetto o l’evento col proprio nome, ma nel descriverlo come se lo si vedesse per la prima volta. Scopriamo così che il portone è “un cuore a orologeria”, il pavimento è “un bastimento carico”, il muro è “l’orizzonte verticale”, i libri sono “parole / che di notte sussurrano / da sole”, il sofà è una “astronave”. Così ciò che abitualmente passa inosservato, è reso percepibile con la sua trasformazione in qualcosa di insolito. È la maniglia a farci notare che “Dormono tutti ma lei (la bambina) / scavalca le ore come / camicie di forza e vaga / dritta e impetuosa”, mentre la lampada ha il compito di “Consolare di notte / il gelo della bambina”. E il sofà sa che la bambina ha “un dolore / pari a quello di un adulto / ma senza mondo”.

In queste immagini della bambina trasmesse dalla casa si concentrano meccanismi di metaforizzazione della realtà e personalizzazione dei suoi elementi, che diventano viventi e animati, e questo, oltre a essere un suggestivo espediente stilistico, corrisponde a un processo conoscitivo infantile che anziché allontanarci ci trasporta nell’intimità della bambina.

Dov’è mondo per elefante?

Il processo che si attua nel libro va dunque da una indifferenziazione tra interno ed esterno all’acquisizione della consapevolezza della propria identità. Ciò avviene tramite la rottura della soggezione al padre nella sezione Buio padre (“Io resto, padre, non ti seguo / non eseguo il tuo volere, io resto, padre”) e la conquista di una relazione con il mondo nella sezione Dov’è mondo?Sono buttata in tutto ferito / in questo solo questo mondo” dice la voce poetica. Da qui derivano la capacità e la volontà di cogliere i conflitti tra la propria interiorità e il mondo, e di cogliere i conflitti presenti nel mondo. Poiché “Dov’è mondo per elefante / per leone e rinoceronte / dov’è mondo / per tigre e orso bruno / per lince / per storione e delfino / dov’è mondo per aquila e farfalle / per anatre migratrici / dov’è cielo”. Ma, anche, dal mondo vengono tratte “istruzioni per farsi vivi”, poiché come dice Hölderlin “Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”.

L’acquisizione di consapevolezza è contrassegnata sul piano linguistico dal progressivo cambiamento del pronome personale. Prima la bambina è una “lei”, per riferirsi a essa gli elementi della casa usano la terza persona. Con l’uscita dalla casa, con l’avventura nel fuori, a partire dalla sezione Dov’è mondo?, la bambina dice “io”: “ballo ballo nella luce tenue / naturale dove solo gli alberi / e ogni filo d’erba canta / che sono nata per diritto / sono nata per mondo”. In alcune poesie, soprattutto nelle due ultime sezioni Fatti vivo e Chi cade, e nella poesia che chiude la raccolta, la voce che ha la parola parla a se stessa dandosi del tu, come nell’emozione di una identità stabilita e di un dialogo tra sé e sé conquistato attraverso il mondo. E si fa maestra a se stessa: “Vai da sola. / Vai da sola nel mondo grande / abbi paura / portala con te / che ti tiene a terra / ti arma le spalle fa barriera”, “Chiedi l’arte di perdere”, “chiedi agli animali / come si azzarda un orientamento”, “Non smettere di guardare il cielo / ti assegna la precisa misura”, “Allora senti… / … lasciati bruciare…”.

Non c’è io / senza noi / non c’è me

Sentire i conflitti del mondo, e sentirli fortemente, è un passaggio fondamentale, poiché ogni conflitto nel mondo ci interpella, è anche un conflitto tra sé e il mondo. Il respiro, ciò che di più intimo abbiamo, “porta brandelli di mondo”. Viene in mente Rilke: “Non è permesso al creatore di estraniarsi da alcuna forma di esistenza”. L’opera d’arte è basata infatti su attenzione e rispetto per il mondo, per culminare nell’amore. Come dice Iris Murdoch, “Amore significa comprendere, ed è molto difficile, che qualcosa di altro da sé è reale. L’amore, e quindi l’arte e la morale, è la scoperta della realtà”. La grande arte spodesta l’io-monade della tradizione occidentale dal suo trono per fare posto al mondo e all’io stesso in quanto frammento di mondo. “Non c’è io / senza noi / non c’è me”. Non c’è io senza “chi cade”, non c’è io senza “Abu faccia sbriciolata”. Il libro si chiude con la capacità di vivere nello squilibrio tra sé e il mondo e interno al mondo, consapevoli che “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”.

Anche Fatti vivo, come La bambina pugile, è un libro da portare con sé, con l’auspicio che possa verificarsi per il lettore quello che nella prima sezione del libro dice Il portone: “quelli che entrano / non usciranno uguali”.

 

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