di Danilo Arona

Il passato è come una tigre – recitava un vecchio film che si intitolava La bambola di cera – e prima o poi ti salta addosso. È verissimo e può farti male e graffiarti, ma in certi casi la tigre in realtà è un tenero gattino. Soprattutto se riguarda i Privilege, un gruppo rock di cui sono transitato negli anni ’70 e la cui storia è divenuta negli anni una proiezione distorta a uso e consumo di un mio romanzo che s’intitola Rock.

È interessante a mio parere rievocare per sommi capi la storia dei veri Privilege per capire, qualora fosse necessario, il meccanismo creativo che sta alla base di una certa categoria di “fantastico possibile”, in questo caso derivante da una rielaborazione mnemonica di vicende oggettivamente accadute. Un esempio già transitato per La Luce Oscura sta qui: /www.carmillaonline.com/2016/04/22/la-luce-oscura-del-rock-qualcosa sinistro-accadde-12-dicembre-del-69/, ed è sufficientemente emblematico per quel che voglio enunciare, ovvero è tutto vero ciò che rievoco ma la mia mente lo trasforma in una sorta di magica manipolazione di eventi e atmosfere. In verità il passato di troppe decadi fa ben si presta a un processo del genere.

Abbandonando quindi i pistolotti teorici, cominciamo col dire che i Privilege reali nacquero nel magico anno, il 1968, e rubarono il nome a un film di Peter Watkins dell’anno prima, un’opera che mi aveva molto impressionato e molto ci azzeccava con la musica. Così lo racconta il sacro Morandini:

Un giovane divo della canzone pop, che manda in delirio il pubblico dei suoi coetanei fans con esibizioni canore impregnate di violenza masochistica, viene sfruttato da un governo di destra come parafulmine della protesta giovanile e poi trasformato in un pentito profeta religioso, adatto a spingere la gioventù verso un rientro nei ranghi di una normalità dove fede religiosa e obbedienza ai poteri costituiti sono tutt’uno. Sensibilizzato da una pittrice che l’ama, cerca di ribellarsi, ma è stritolato. Film di anticipazione politica di un regista (1935) della BBC che aveva acquisito fama internazionale con Culloden (La battaglia di Culloden- L’ultimo degli Stuart, 1964) e The War Game (Il gioco della guerra, 1966), premio Oscar per il documentario e mai messo in onda alla TV britannica, è un apologo didascalico e piuttosto isterico che come mostrano gli allucinanti riti di massa palesemente ispirati nello stile alle adunate naziste sostiene l’opinabile teoria di una contiguità e continuità tra fanatismo musicale e misticismo religioso.

Di sicuro il rivederlo oggi offre ampia sponda al giudizio di Morandini, ma per me il vederlo a 17 anni, in un mattiniero cineforum domenicale, si era rivelata un’esperienza assoluta, una sintesi quasi perfetta tra forma (le straordinarie sequenze di massa dove la musica dimostrava tutta la sua potenza manipolatrice) e sostanza (il niente affatto banale messaggio politico che ben si sposava con l’aria che tirava per merito dell’incalzante ’68). Insomma, mentre lo guardavo, già mi convincevo che il prossimo gruppo che mi avrebbe ospitato avrebbe dovuto avere quel nome per comprensibili motivi. E così avvenne.

Suonammo parecchio in giro dall’ottobre del 1968 sino a novembre dell’anno successivo finché il 14 dicembre non trovammo un TIR sul nostro cammino (per fortuna il TIR se ne andava di schiena, e per forza dovemmo interrompere di botto, è il caso di dirlo, l’attività.
Fu quella la prima fase. Il cantante e l’organista, forse scioccati dall’incidente (io, a parte i lineamenti modificati in stile mostro di Frankenstein, non ero per niente traumatizzato), se ne andarono in soccorso arrivarono altri due grandi amici, di cui uno, Rudi Bargioni, è da allora uno degli amici più fraterni, e il batterista Gian Maria Bolognini. Da lì a poco si unì per un po’ il cantante-dee jay di Radio Montecarlo Max Onorari con il quale lavorammo parecchio sul confine tra Italia e Svizzera, un po’ di qua e un po’ di là, e parte di quelle esperienze le trovate trasfigurate e reinventate ancora in Rock, soprattutto nella prima parte intitolata Gli Anni del Serpente.

Infine, come tutte le storie pure belle, anche quella dei Privilege finì. Per la precisione, nel gennaio del ’73. Un po’ per stanca un po’ per una reale mancanza di prospettive. Avevamo inciso un disco, okay, ma la Cobra Record era una piccola etichetta “indie” la cui breve vicenda terrena così è riassunta nella scheda di Wikipedia:

La Cobra Record venne fondata dal barone Enrico Carrà nel 1970; la sede era a Parma. Oltre a Carrà, facevano parte dello staff dell’etichetta Giorgio Termignoni e Rita Gioia, responsabile dell’Ufficio Stampa e Pubblicità. La Cobra Record si affidava per la distribuzione alla Saint Martin Record. Per l’etichetta pubblicarono tra gli altri l’ex componente dell’ Equipe 84 Romano Morandi (con lo pseudonimo Romano VIII), i Tombstones, Vasso Ovale, l’attrice e cantante Giulia Shell, Don Miko e il gruppo di rock progressivo Rocky’s Filj (il cui 45 giri di debutto venne pubblicato con la denominazione Roky’s Fily). A metà del decennio la Cobra Record cessò l’attività.

Non prima di avere stampato dei bootleg, che oggi sarebbero rarissimi, di Jimi Hendrix – questo su Wikipedia non lo trovate – ma potete fidarvi perché li vidi con i miei occhi in un negozio di Alessandria.

Questa è la storia, nuda e cruda e un po’ didascalica, dei Privilege. E per forza sintetizzata. In realtà vi furono mille straordinari episodi vissuti “ai confini della realtà”. In parte me ne sono servito durante la stesura di Rock, altri si possono rievocare tra nostalgia e sorrisi sulle labbra. Uno fra i tanti riguarda un bizzarro e tenero locale che dovrebbe esistere ancora e, con le inevitabili modificazioni dovute al tempo, chiamarsi Sala Venezia, come leggiamo su Facebook, detta da tutti i milanesi “la balera di Porta Venezia”: « …si mangia, si beve e si balla pure spendendo poco: liscio, mazurke, ballo del mattone e balli di gruppo, tutto suonato sempre live dalle orchestrine che si alternano ogni settimana.». Allora, nell’autunno del ’70 ci capitammo e per un po’ di tempo ci fermammo.  Era una balera ricavata da un cinema che avrebbe mandato in solluchero l‘Ettore Scola di Ballando ballando. Il gruppo musicale di turno si posizionava nello spazio della galleria, privo di poltrone, e sovrastava dall’alto la platea trasformata in pista da ballo. Dalla galleria partivano a destra e a sinistra due palchi laterali zeppi di tavolini intimi per 2 o 4 persone. Di solito i posti più ambiti, pure loro incombenti sulle teste dei ballerini più sotto.

Nel ’70 l’alternanza delle “orchestrine” che si avvicendavano lassù era un grottesco paradosso. Quando esordimmo, dopo una serata di audizione condotta a sala rigorosamente vuota e con i soli gestori molto attenti a quel che usciva dagli amplificatori e dalle casse, ci venne detto: «L’ultimo complesso è stato con noi 25 anni. Dei grandi amici. Purtroppo due di loro sono morti il mese scorso.»

La situazione non era esattamente la nostra. I Privilege  un po’ se la tiravano da gruppo pop all’avanguardia con un 45 giri all’attivo in stile prog, il mitico California Joe. In quella balera avremmo dovuto suonare invece un po’ di tutto con una notevole limitazione per la nostra vera musica e un’inquietante apertura nei confronti dell’allora detto “liscio internazionale”. Ma tant’era perché l’audizione aveva funzionato alla grande e i gestori ci avevano offerto un “piccolo” periodo in prova di sei mesi. Non era il caso di fare gli schizzinosi: lì si suonava il giovedì sera, il sabato sera e la domenica pomeriggio e sera. Pagati a forfait piuttosto bene. Insomma, se non si vedevano prospettive di respiro nazionale, quanto meno si accantonava qualche liretta. Non male per chi come me frequentava l’università.
Già, ma ancora non vi ho ancora detto il nome della balera.

Il fatto era che il locale non aveva un nome specifico. Perché semplicemente era la Sala ANCR. ANCR, acronimo per Associazione Nazionale Combattenti e Reduci. Qualche problema di immagine stava per piombarci sul groppone. Come potevamo presentarci a casa (Alessandria) a sbandierare ai quattro venti che suonavamo a Milano – che raccontata così in modo generico ci rendeva molto fighi – nella sala dei Combattenti e Reduci?

Sì, insomma, a suo modo era un problema. Poi qualcuno trovò la soluzione: «Basta dire che suoniamo all’ANCR. Non mentiamo se qualcuno viene a controllare le nostre affermazioni e lasci andare la parola così… come se fosse L’ancora in francese. L’Ancre, il locale meneghino più alla moda del momento. Ci sta!»

Come questa buffonata potesse stare in piedi e resistere indomita per circa tre mesi, sino a quando non firmammo un nuovo contratto per un posto molto più di tendenza e assai chic sul lago di Lugano defilandoci così dal periodo “di prova”, è un mistero che ancora oggi perdura. Le nostre risposte alla domanda dei nostri supporter localie: Dove suonate in questo periodo, ragazzi? erano sempre inossidabili e strascicate con accento francese: «A Milano, all’Ancre, posto fighissimo con manze di prima classe», sperando che a nessuno venisse in mente di venirci a sentire, perché in quel caso erano pronte delle contromisure del tipo: «L’Ancre è carissima, amici, e bisogna prenotare con mesi e mesi di anticipo.»

Comunque in quei tre mesi ci divertimmo alla grande perché lo spazio per il rock era alla fine generoso e perché, lo affermo con assoluta nostalgia, un posto così non l’avevamo mai visto. Ai tavoli dei palchetti laterali, vogliate credermi, vedemmo sempre – tanto al giovedì che nel week-end – le stesse persone compiere quel rituale di frequentazione per quattro volte la settimana (appunto, ci stava il matinée la domenica pomeriggio). Chi mi colpì di più, soprattutto perché si sedevano sempre al tavolo alla mia immediata sinistra, fu una coppia di madre e figlia, due femmine che dalle mie parti si sarebbero guadagnate l’appellativo di “quadri antichi”, pettinate e agghindate in modo quasi conforme che tra loro non parlavano mai e ogni tanto lanciavano lo sguardo in basso oltre la balaustra. Perché laggiù in platea circolavano i gadani, ballerini, che bazzicavano il posto anche per rimorchiare. Solo che per farlo dovevano alzare lo sguardo, accontentarsi di una visione men che parziale della vittima prescelta e dal basso rivolgere l’invito che poteva essere espresso soltanto a gesti un po’ scimmieschi. La giovane, un po’ me la ricordo, per quanto “antica” era proprio bella e dalla platea le giungevano parecchi inviti quando attaccavamo la quartina dei “lenti”. Lei però non rispondeva mai. Se ne occupava la madre che con sguardo severo giudicava il postulante, quasi sempre mandandolo a stendere. Solo una volta acconsentì. Il tipo pareva Clark Gable, impomatato con chili di Linetti, baffetti alla Modugno e completo a righe stile mammasantissima. E alla madre guardiana piacque. La figlia si alzò, percorse tutto il palco e per la durata di quattro canzoni piroettò con il vetusto uomo della notte. Quattro canzoni, ovvero Let it Be, Symphaty dei Rare Bird, Summertime e I Want Togheter, una hit del nostro solista Max. Alla fine la ragazza torno su, sguardo liquido e malinconico. La scintilla non era scattata. Quei meravigliosi, complicati anni ’70 stavano iniziando e ben presto avrebbero perduto la loro magia…

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