di Franco Ricciardiello

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L’Accademia di Svezia decide il Nobel per la Letteratura: premiato uno statunitense, a ventitré anni dall’ultimo. Subito si scatena la bagarre: perché premiare un musicista che fa canzoni — anche se tutti ammettono che i suoi testi presi a sé non sono diversi dalla poesia? Fermamente contrari sembrano soprattutto gli scrittori, come Irvine Welsh e Alessandro Baricco, compresi quelli che ammettono di ascoltare Dylan da sempre. Jonathan Franzen si è indignato contro il segretario dell’Accademia Reale, il quale nel 2008 disse apertamente che l’America non ha nessuna ragione di ritenersi al centro del mondo letterario internazionale, perché è culturalmente provinciale rispetto all’Europa.

Anche qui in Italia chi ha contestato la scelta di Dylan non è stato capace di opporre altro che nomi di scrittori statunitensi: Philip Roth, Don DeLillo (il quale ha invece approvato la scelta), Thomas Pynchon e persino Cormac McCarthy.

Perché? Mi pare che ci siano solo due spiegazioni.

La prima, che definisco “ottimista” in riferimento al dibattito culturale: dal momento che il premio è toccato a uno scrittore statunitense, chi è contrario contro-propone, correttamente, l’alternativa di scrittori statunitensi. Però, grattando appena sotto la superficie, si scopre che gli stessi già prima della proclamazione del premio propendevano per un americano — Roth, Pynchon, DeLillo, persino Franzen e via dicendo. Le cose quindi non sono proprio così, la spiegazione forse è un’altra, cioè…

La seconda, diciamo “pessimista”, tenendo sempre presente il riferimento: ciascuno di noi vorrebbe che il premio fosse assegnato allo scrittore che preferisce, uno di quelli che legge e apprezza, forse perché nessuno ammette di avere cattivo gusto — e siccome la sproporzione fra traduzioni dagli Stati Uniti e traduzioni da altri paesi del mondo in Italia è enorme, diciamo che “statisticamente” tutti propendono per una rosa di nomi dall’America.

Avrei considerato più legittimo che scrittori italiani contestassero la coraggiosa scelta dell’Accademia proponendo in alternativa un nome italiano, ma è vero che negli ultimi tempi non esiste da noi un autore di risonanza davvero internazionale — tolto forse qualcuno conosciuto in Francia come Camilleri, Baricco o De Luca. Ma nel caso di un Nobel a un italiano, i primi a stupirsi sarebbero probabilmente negli Stati Uniti, dal momento che l’immensa maggioranza dei lettori americani non ha accesso a letteratura italiana tradotta; lo stesso effetto creato negli USA dal Nobel a Modiano, snobbato oltreoceano come l’immensa maggioranza degli autori non anglofoni.

Credo sia impossibile l’assegnazione di un premio Nobel per la letteratura senza polemiche, così come il Nobel per la Pace: tutti si sentono in dovere di giudicare chi merita e chi no — mentre ovviamente nessuno si intende un cazzo di fisica o chimica.

Quando a vincere fu Patrick Modiano, i media italiani caddero dal pero: chi era costui? Eppure aveva diversi titoli già pubblicati presso Einaudi e altri editori minori, che nessuno aveva letto. E prima ancora Mò Yán? Tutti disapprovarono, avrebbero dovuto piuttosto premiare Murakami Haruki — chissà perché poi, forse perché entrambi hanno occhi a mandorla.

Il premio Oscar viene assegnato, negli Stati Uniti, a categorie della cinematografia americana, che qui in Italia il pubblico si ostina a considerare la cinematografia, segno di sudditanza culturale. Invece per fortuna il Nobel non viene assegnato negli USA, e gli scrittori americani hanno la medesima statura di fronte alla giuria di quelli di qualsiasi altro paese. E attenzione, il mio non è affatto livore antiamericano: considero Thomas Pynchon il miglior scrittore vivente, Don DeLillo solo un gradino più in basso, Philip Roth sulla medesima scala, e preciso di avere letto tutto di Murakami; anch’io apprezzo gli americani, al pari e anche più degli altri, e ammetto che avrei applaudito anche se il premio fosse andato a uno dei nomi citati prima — questo non esclude però che consideri il Nobel a Dylan non solo ampiamente meritato, ma anche pienamente legittimo.

Ultima considerazione, è molto nello stile Dylan il fatto che l’unico a non commentare il premio sia stato proprio lui; e non stupisce, dal momento che da una serie di incredibile di anni è impegnato in una continua tournée su e giù per il mondo, al punto da far dubitare che a 75 anni suonati stia cercando una qualche sorta di suicidio esistenzialista on stage.

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