2di Jacopo Frey e Nicola Gobbi

Amianto di Alberto Prunetti è un libro che ha già avuto da parte dei lettori un’accoglienza meritata e sentita, e l’autore ha nel frattempo ripreso a girare per l’Italia con nuovi compagni di viaggio, come l’oste anarchico e altri proletari della Maremma. Perché, riprendere ora, a fumetti, una riflessione su questo libro?

Chi scrive è un docente precario dell’Emilia Romagna che attende da qualche mese i risultati del concorso per entrare in ruolo bandito dalla ministra Giannini: un’abile mossa propagandistica del governo che offre miglioramenti reali a pochi lavoratori, mantenendo immutata l’ansia dei tanti precari, resa più aspra dal miraggio lasciato intuire dal concorso.

Sull’onda di questa attesa e della precarietà costante, quando chiacchiero con qualche sconosciuto in autobus o con i vicini di casa a proposito del futuro, tendo a scivolare nella nostalgia di una fantomatica epoca di sicurezza economica e professionale: «Ah, se fossimo ancora negli anni Ottanta», che mi avrebbe visto sicuramente già in ruolo.

Allargando la portata analitica di queste mie elucubrazioni, tendo a spiegare l’impietoso scarto fra quest’epoca di incertezza professionale e quei lontani anni del “posto fisso”, con la spirale negativa avviata dal progressivo smantellamento dell’industria dal nostro paese. «Se ancora producessimo l’acciaio qui da noi come una volta» dico «tanti problemi non ci sarebbero e saremmo tutti, in un modo o nell’altro più sereni». E a corollario di questo ragionamento finisco per decantare anche la tranquillità del clientelismo della Prima Repubblica rispetto alla mannaia della meritocrazia.

È quasi retorico chiedersi quali fondamenti possano avere questi ragionamenti. Il problema è che qualcuno ci pensa sul serio a queste cose; alla fine per me sono una risposta ad un malumore del lunedì.

Ecco, Amianto è proprio lì a ricordarci il vero volto di quell’epoca d’oro che chiamiamo Les Trente Gloreuses: lo scambio, consumato alle spalle dei lavoratori o con la conscia accettazione del rischio sotto il ricatto dell’occupazione e del premio, fra benessere e salute.

Amianto però ci racconta anche, usando la lingua del lavoro e della tecnica, un altro dramma: quel sacrificio di due generazioni di lavoratori e lavoratrici covava il sogno del miglioramento per i propri figli. Studiare, finalmente, e costruire autonomamente il proprio futuro. Oltre alla salute, alla generazione dei padri e della madri è stato portato via anche la realizzazione di quel desiderio. Come quando si va a pescare, quindi, e ci si ritrova l’amo portato via da un pesce.

Ne vale la pena? Alla fine, come il pesce veloce che acchiappa la mosca e strattona, il filo -tenuto con fatica- viene strappato di mano. E un altro non c’è [J.F.]

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