di Simone Sarasso

SaraDDVI[È da pochi giorni in libreria il primo romanzo della saga in nove volumi di Simone Sarasso dedicata alla mafia nordamericana, una cavalcata narrativa che attraversa un secolo di storia e di storie. Qui di seguito proponiamo l’incipit di Da dove vengo io.]

SALVATORE

A Lercara la terra è gialla e odora di piscio.
Lercara Friddi, il cacatore del demonio.
Settanta chilometri a sud di Palermo, ma chi l’ha vista mai Palermo?
A Lercara ci stanno le zolfare e niente altro. Ci sta fatica, se ne vuoi fare.
Oppure la fame: quella ci sta sempre. È grassiamoredei.
“Gratis et amore dei” sospira don Peppino. Tiene la chierica sudata, chissà se Mariannina la perpetua s’è inginocchiata un’altra volta.
“Seee, vabbè, don Peppì. Con rispetto a voscienza…” e intanto Salvatore rincula piano piano.
La sacrestia gli sta stretta come la camicia dell’anno passato. Mamma dice che soldi da sprecare non ce ne stanno; c’è La Merica da pensare, lo sai o no?
E Salvatore lo sa, figurarsi se non lo sa, tutto il giorno pensa alla Merica.
Tuttiggiorni.
Ma poi verso sera la pancia è lunga lunga, e chissà se ci starà qualche cosa in tavola. E allora Salvatore un giro da Don Peppino se lo fa comunque. Nove su dieci quello tiene i pensieri, oppure lucida l’oro per la messa, o magari è dietro l’organo, a farsi accordare lo strumento da Mariannina, hai capito come?
Poi c’è la volta che è tutto sorrisi: “Salvatore, amunè, trasi…”.
E come se la passa a tua madre? Gesù che bella che è Rosalia. Se non fossi maritato a Santa Madre Chiesa… E tuo padre? Dimmi, dimmi ‘nu poco. Non l’ho visto in chiesa questa domenica.
“La domenica ci sta il doppio turno, don Peppì. Per chi vuole faticare, si capisce…” Salvatore lo dice a occhi bassi, con un poco di rabbia e una grattata d’orgoglio.
Salvatore è caruso da un anno buono.
Ci va pure lui, la domenica, a sputare giallo e rosso in miniera con papà Antonio.
Ma don Peppino non l’ha notata, l’assenza sua. Eggià, perché lui mica ce l’ha una bella moglie da tenere d’occhio.
Don Peppino se le battezzerebbe tutte, le femmine del paese.
Ma per Rosalia Capporelli in Lucania tiene una passione speciale.
È proprio su questo che Salvatore spera di fare leva per raggranellare un po’ di briciole.
Ma quello traccheggia, mannaggia a lui e a quelli della specie sua.
Minchia, guarda che trippa: la gente se ne muore di fame e iddu a momenti ci esplodono i bottoni della tonaca.
Salvatore butta l’occhio sui candelabri alle spalle del prete.
Certi riflessi che levati: come il mare all’alba cruda, dicono.
Ma poi chi l’ha visto mai, questo famoso mare…
Settanta chilometri paiono niente niente, ma la vita di Salvatore è tutta là, tra cielo azzurro e terra gialla.
La cava e la spola fino al paese, pezzi di morte color canarino grandi come neonati.
Zolfo.
Sentirla soltanto, quella parola maledetta, ci viene da tossire.
Ma niente in confronto al modo in cui tossisce suo padre: quello, Antonio, terrà i polmoni foderati di sole, vedi se sbaglio. Giallo oro, altroché.
“E di cosa hai bisogno? Dillo a don Peppino tuo…” il prete tiene pure una specie di bava biancastra, agli angoli della bocca. Come le bestie golose.
“Dammi uno di quei candelabri, e vedrai che non ti chiedo più nenti, chiavica di merda…” ecco che vorrebbe rispondere Salvatore. Ma figurarsi che razza di macello salta fuori.
Già se la sente addosso, la cinghia di papà.
Dunque china ancora un poco la testa – un altro po’ e te la ritrovi sul pavimento… – e dice: “Don Peppì, io non so proprio come domandare… mi vergogno, voi capite…”
Il prete indossa il suo sorriso di serpente, quello con cui confessa le peccatrici del paese: mano sotto la gonna e tutto quanto il resto.
Fruga nella dispensa e volta le spalle a Salvatore, così il caruso riesce a sbirciargli il grosso culo flaccido.
Il culo di qualcuno che non è abituato a stare in piedi. Che nemmeno lo sa che significa lavorare.
E guarda che cazzo di candelabri, signoreiddio
Uno ne basterebbe, uno soltanto.
Don Peppino ha in mano un tozzo secco: pan biscotto senza muffa, una specie di miracolo. Ma dev’essere duro come le pine verdi. Glielo agita davanti e pare Cristo alle nozze di Cana: “Turi, beddazzu, non me ne cuntari di fanfantaria ammìa…”
Salvatore ha tanta di quella fame che un altro po’ e si mette a saltare come un cane addestrato. Ma quando il prete riattacca, lo stomaco gli si chiude a macigno: “In due faticate, tu e patri. E pure Rosalia con certi lavori di ricamo che fa, deve pure arrotondare qualche cosa…”
Salvatore sente la vampa che schianta le budella.
“E allora, figlio mio…” quel pezzo di pane duro è un aspersorio, una benedizione sudata “…me lo vuoi dire picchì stiamo sempre all’asciutto? Dillo, a don Peppino, che certe faccende le capisce…”
Pausa a effetto.
Gliele insegnano a scuola, certe minchiunate.
“Papà beve, non è così?”
È a quel punto che gli occhi di Salvatore si riempiono di lacrime.
Una rabbia rossa e appiccicosa gli scalda la bocca, i denti si serrano come ranghi d’esercito.
Cristo santo, ma come ti permetti?
Ogni centesimo, ogni pidocchiosa lira guadagnata in cambio della vita – della vita! Hai capito? – tutto, tutto quanto salvo una fetta d’acciuga e qualche presa d’aglio cotto, se ne va nella latta.
La latta che quando è piena ce ne andiamo alla Merica.
La latta, che è religione e devozione.
La latta: ancora un sacrificio, Salvatore. Che sei giovane e tieni duro, non è vero Rosalia?
La latta, zuppa di pianto e monetine.
“A me me lo puoi dire, siamo tutti figli del Signore…” Peppino unto e molliccio.
“Di una cagna impestata dimmerda sei figlio, tu!” glielo urla con tutto il fiato che ha in corpo.
Poi gli sferra un pugno sulla mano e quel pane secco se ne schizza di qua e di là, capitombola sul pavimento, finisce in mille pezzi.
Affanculo.
Affanculo tutti quanti
.
Salvatore scappa di fuori e corre, nemmeno lui sa dove.
Ma i piedi vanno verso casa, perché non ci sta un altro posto dove andare.
Il mondo è ‘nu pizzinu muto.
Brucia di rosso e di sale, le unghie nere e i vestiti stracci, piedi scalzi ma la fame non c’è più.
“La Merica!” urla pazzo, e intanto gli passano in fronte agli occhi le immagini che ha visto.
Quelle che ha sentito.
Dicono che Ignazio Saietta, di Corleone, aveva ammazzato un uomo e se ne scappò alla Merica. Nuova York, nientemeno. E mo’ comanda le strade, col coltello e l’onore. Lupo lo chiamano, e pure i Mericani si pisciano sotto a sentirlo nominare.
Dicono che un irlandese è morto, in un’altra città di là dal mare. Dove fa caldo, e ci stanno pure i negri, ci stanno.
Dicono che tutti hanno dato la colpa agli italiani. E sono andati a prenderli in carcere dove il giudice li aveva assolti e li hanno ammazzati come cani. La pelle ci hanno levato, e li hanno appesi agli alberi, che tutti vedevano.
Persino il console nostro ci andò a protestare, e a momenti i negri se l’inculano.
E non è tanto per dire.
Dicono che alla Merica per gli Italiani ci stanno lavori che i Mericani non riescono. O sono pigri, non tengono voglia.
Dicono che alla Merica, se ti dai da fare, diventi ricco come un papa, altro che preti.
Se ne sentono tante, ma alla fine ecco come vanno le cose. Che la pancia è alta a forza di sgobbare.
E ti devi sentire pure la predica da quel chiattone con la tonaca.
Schifiuso.
Quando entra in casa, Salvatore tiene tutto il naso sbaffato di terra e muco.
Gli occhi rossi, come pietre da fuoco.
“Me lo dici che hai? Che hai da piangere, natavota?” sua madre molla il ricamo appena apre la porta.
“E dimmi tu che c’è da ridere, sentiamo…” gli è uscita così. Già se ne pente, ha paura dello sguardo di suo padre.
Se lo sente addosso ancora prima d’alzare il muso; Antonio se ne sta in disparte, nella stanza piccina col pavimento di terra. Alla fine meglio prenderle a testa bassa: sulla schiena, la cinghia è meglio che sulla faccia.
Avanti.
Sono pronto, papà.
Me lo merito, non sono abbastanza forte.
E invece nenti.
Allora si scanta, Salvatore, guarda suo padre come Lazzaro a Gesù.
Antonio mostra tutti i denti, pure se glie ne manca qualcheduno: “C’è da ridere eccome, sangue caldo. La latta è piena.”
E mentre parla gliela mostra: una lamiera arrugginita dell’olio motore, ma lustra e asciutta, zeppa di quattrini.
Banconote da tre, uno e cinque, strette con lo spago.
Giorni di fatica, sudore e un poco di morte, pure.
La vita spremuta, in quella stagnata benedetta.
“Ma che, veramente?” biascica Salvatore.
Mamma Rosalia ha gli occhi lucidi. Questa volta tocca a lei.
Papà Antonio Lucania è fiero come mai in vita sua: “Quanto è vero Iddio, Salvatò: ce ne andiamo alla Merica.”

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Simone Sarasso, DA DOVE VENGO IO, Cent’anni vol.1, Marsilio, 19,50 €, pp.612

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