di Alexik

Agnello sacrificaleGli attentati di Bruxelles hanno lasciato sul terreno i corpi di 31 persone inermi e più di 100 feriti negli ospedali. A reti unificate, in questi giorni, ne stiamo conoscendo i volti, le storie. Possiamo rimpiangerne i desideri spezzati, identificarci con loro.

Altri morti di questa sporca storia non hanno avuto tanti riflettori. Nella migliore delle ipotesi, hanno dovuto accontentarsi di essere rappresentati da un numero. Molto più spesso la loro fine è stata oscurata dal buio dei nostri teleschermi. Il cordoglio e lo sdegno sono ‘privilegi’ riservati solo ai nostri morti, e vanno sapientemente amplificati, per spingerci attorno a una bandiera e motivare nuove avventure militari.

Avventure come queste: “Near Mosul, six strikes struck two separate ISIL tactical units and destroyed an ISIL assembly area, an ISIL supply cache, and three ISIL vehicles and damaged an ISIL-used bridge section and suppressed an ISIL fighting position” (19 marzo 2016).

Dovrebbe rassicurarci questa nota del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che sintetizza la cronaca di uno dei tanti attacchi aerei sull’Iraq. Rincuorarci sulla geometrica potenza, sulla precisione chirurgica della risposta occidentale al terrorismo. Se non fosse che a Mosul, occupata dal Daesh, ci abitano un milione e mezzo di persone, e che il bombardamento in questione ha ucciso, oltre a 40 combattenti jihadisti, decine di civili. Alcune fonti parlano di 25 civili morti, altre ne calcolano più di cento per l’attacco al campus universitario. I nostri media non si sono scomodati a contarli.

In teoria i bombardamenti sulle città sarebbero vietati dalla Convenzione di Ginevra (Protocollo aggiuntivo del ’77), ma già da lungo tempo gli U.S.A. ci hanno dimostrato che con i trattati internazionali ci si può spazzare allegramente il culo. Nel 1986, con raid su Tripoli e Bengasi, e poi con la prima guerra del Golfo, è stata interrotta quella relativa tregua che dalla fine del conflitto in Vietnam inibiva ai nordamericani la pratica degli ‘airstrikes’ sui centri abitati. E’ da allora che Libia ed Iraq rientrano nella categoria dei ‘target’, con i bei risultati che vediamo.

Ed è da allora che chiunque, dal ‘nemico russo’ ad Israele, dagli alleati europei alle satrapie medio orientali, si sente legittimato a sganciare ordigni sui civili seguendo l’esempio della più grande democrazia occidentale .

Ultimi, in ordine di tempo, i nostri amici Sauditi, che continuano a scaricare sui villaggi dello Yemen le bombe che noi gli vendiamo. Più o meno in questo modo:

L’attacco, ripreso nel video nel villaggio di Dhayan, risale al 21 gennaio scorso. Vi è stata colpita anche un ambulanza proveniente dall’ospedale di Al Gomhoury, supportato da Medecins sans Frontieres. Si è trattato infatti di un ‘dual tap strike’, una modalità che prevede che ad un primo attacco ne segua un secondo per uccidere anche i soccorritori. In questo caso gli attacchi sono stati tre, e nel terzo è stato ucciso anche Hashim al-Homran, il ragazzo di 17 anni che ha girato le riprese.

Hawijah, 3 giugno 2015. Fonte: Iraqi Spring

Hawijah, 3 giugno 2015. Fonte: Iraqi Spring

Ma non divaghiamo. Torniamo all’Iraq e alla nostra guerra contro il terrorismo

Il 19 marzo è stata una pessima giornata anche ad Hawijah, una cittadina occupata dal Daesh nel governatorato di Kirkuk. Hawijah non è nuova ai bombardamenti. Il 3 giugno 2015 l’attacco aereo contro  una fabbrica in mano agli jihadisti ha provocato 70 morti e 150 feriti fra i civili che abitavano e lavoravano lì intorno. Tutta la zona è stata rasa al suolo. È stato uno degli ‘effetti collaterali’ più gravi dall’inizio dell’offensiva occidentale contro il Daesh.

Il 19 marzo scorso i caccia occidentali sono tornati ad Hawijah: 41 civili morti e 53 feriti nel bombardamento dell’ospedale e del mercato principale della città. Fonti della coalizione occidentale hanno descritto laconicamente l’accaduto: “Near Al Huwayja, one strike destroyed an ISIL anti-air artillery piece.”  Questa, invece, la ricostruzione video di Al-Jazeera (le immagini e il parlato si riferiscono anche al bombardamento di Mosul):

Bombardamento su Mosul, 11 gennaio 2016. Fonte: NRN News.

Mosul, 11 gennaio 2016. Fonte: NRN News.

I massacri del 19 marzo sono solo gli ultimi in ordine di tempo. Il 15 marzo il bombardamento della Gulf Commercial Bank di Mosul ha causato la morte di 13 civili e il ferimento di 25, fra cui le solite donne e i bambini. Le banche di Mosul sono fra i target prediletti dalla coalizione internazionale. Il Daesh vi conserva nei caveau i proventi del traffico di petrolio, e le usa per distribuire il soldo ai miliziani. L’11 gennaio due bombe da 900 kg sono state sganciate sulla Rasheed Bank, situata in un’area residenziale. Un obiettivo importante dato che, a detta della CNN, i comandanti statunitensi erano disposti a mettere in conto una cinquantina di vittime civili per la sua distruzione. Durante l’attacco dell’11 gennaio di civili ne sono morti ‘pochi’, solo due.

Bombardamento su Mosul, 5 marzo 2016. Fonte: NRN News.

Mosul, 5 marzo 2016. Fonte: NRN News.

Anche le fabbriche di Mosul sono un obiettivo appetibile . Il 5 marzo scorso gli aerei della coalizione hanno bombardato un vecchio impianto industriale nella zona est della città, sospettato di essere utilizzato dal Daesh per la produzione di armi. Nel complesso avevano trovato rifugio dei profughi. Oltre a 10 miliziani, sono rimasti sotto le bombe anche Ali Fathi Zeidan Al- Manaawi e sua moglie, Hussein Ali Fathi Zeidan sua moglie e sei bambini,  Hassan Ali Fathi Zeidan, sua moglie e tre bambini, Ghazala Ali Fathi Zeidan, sua sorella di 10 anni, suo marito e i loro tre figli.

Spostiamoci ora a sud ovest, nella provincia irachena di Al-Anbar. Il 28 febbraio l’agenzia Al Araby ha pubblicato le testimonianze sui fatti di Alvahilat, un villaggio vicino ad Ar Rutbah.   Ad Alvahilat sotto le bombe sono rimasti 26 civili, tra cui nove bambini e sei donne, e 31 feriti. Fra le dichiarazioni raccolte, quella del colonnello Mohammad Obeid, dell’ Anbar Operations Command, che descriveva l’accaduto come uno “sfortunato incidente“: “Sì, abbiamo ricevuto informazioni sull’uccisione di civili da parte di  raid aerei condotti dalla coalizione internazionale nell’Anbar occidentale“.

Questo è il commento di Hatem al-Issawi, membro del consiglio tribale di Al-Anbar: “La gente macellata, i bambini recuperati a pezzi, e tutto col pretesto di combattere Daesh. E’ diventato irrazionale, demolire una casa al fine di prendere un topo, e uccidere la nostra gente per una manciata di uomini armati”.

Thaiyala, 1 gennaio 2016. Per terra: Ismail Taha Hussein Amiri e famiglia. Fonte: Al Anbar News.

Thaiyala, 1 gennaio 2016. Per terra: Ismail Taha Hussein Amiri e famiglia. Fonte: Al Anbar News.

Ed ha i suoi buoni motivi per essere incazzato, visto che ad Al Anbar gli “sfortunati incidenti” sono tutt’altro che rari. Il primo gennaio la provincia ha inaugurato l’anno nuovo con il massacro di Thaiyala. Dodici morti, nello specifico: Ismail Taha Hussein Amiri e nove membri della sua famiglia, Ashjan Taha Ismail Darraji e una donna di nome Yana. Il 7 marzo, stesso copione nella cittadina di Hit, con 12 civili ammazzati. Fra questi Hadi Hassan Jihad, Fadel Awad Alasaffi e sua moglie, Bashar Hadi Jihad e cinque membri della sua famiglia feriti.

La lista dei massacri è ancora lunga. Quelli elencati sono solo i principali fra gli ‘sfortunati incidenti’ della ‘lotta al terrorismo’ in Iraq dall’inizio del 2016. Le annate 2014 e 2015 si possono consultare sul sito di Airwars, dove un gruppo di giornalisti tenta di tenere il conto  delle vittime civili prodotte dalle varie aviazioni che infestano i cieli del Siraq.

Fino ad ora il bilancio di Airwars sulle ‘civilian casualties’ della coalizione occidentale dall’agosto 2014 in Siria ed Iraq è di almeno mille morti (limitandosi a quelli accertati sulla base di fonti attendibili), che si sommano ai 2.900 attribuiti ai raid russi sulla Siria.

Almeno mille morti di cui i paesi della coalizione negano ogni esistenza, forse per non ammettere che la loro strategia di contrasto agli jihadisti di oggi nutre le radici dell’odio degli jihadisti di domani. L’odio di quei sopravvissuti che ogni giorno estraggono i corpi dei loro cari dalle macerie delle loro case.

Un odio simile a quello cresciuto anni fa sotto i bombardamenti al fosforo bianco di Falluja, o fra le torture di Abu Ghraib, o negli altri centri di detenzione gestiti dagli americani (Al Baghdadi viene da lì), dove la sconfitta sunnita si è caricata di nuovo rancore. Su questo rancore ha fatto presa il califfato.

Ma se, per contrastare la jihad, semplicemente si smettesse di alimentarla? Astenendosi, per esempio, dall’utilizzarne i gruppi al fine di destabilizzare altre entità statuali ? Evitando di finanziarli e di riempirli di armi, come è successo innumerevoli volte, dall’Afghanistan del 1979 alla Siria di oggi ? Riportando efficacemente all’ordine chi li sostiene materialmente, come i nostri graziosi alleati turchi, sauditi e qatarioti ?

Sorge il dubbio che non sia una strategia funzionale ai reali interessi di chi bombarda. Del resto, la jihad è il nemico ideale. In poco tempo è riuscita a far attuare in Europa misure altrimenti inaccettabili, come la messa in stato d’assedio di interi quartieri o la schedatura del DNA, e la progettazione di infrastrutture repressive sovranazionali. Tutti strumenti che, in tempi di crisi economica permanente, potranno sempre tornare utili, un giorno o l’altro, contro chi non vuole pagare la crisi, o non vuole accettare la guerra.

Per ora la jihad è il lupo più utile per spaventare il gregge, stringerlo attorno al pastore che lo porterà al macello.

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