front_rosencof_letteremaiarrivate[Estratto dal libro di Mauricio Rosencof, Le lettere mai arrivate, Nova Delphi, Roma, pp. 184, € 12 – Traduzione di Fabia Del Giudice, postfazione di Diego Símini]
In cucina, le lettere le legge papà. Le lettere si leggono in cucina. Le legge sempre il mio papà perché la mam­ma non sa leggere. La mamma ascolta le lettere che legge papà e a volte scuote la testa. “E di mamma non dice niente?” La mia mamma dice che anche lei ha una mamma. León dice di sì, che lui l’ha conosciuta, e per questo lei domanda: “E di mamma non dice niente?” Stiamo arrivando, Isaac. Grazie a Dio. Riderai, ma pen­so al film che ho visto a Varsavia e mi domando se an­che per noi ci sarà una tazza di tè caldo.

Dalle fessure del vagone abbiamo visto un nome: Tre­blinka. Il treno riduce la velocità. È un sollievo sapere che stiamo arrivando, che tra pochi istanti apriranno le porte ed entrerà una boccata d’aria. Qui si respira un’aria spes­sa come un brodo, acre, acre di escrementi e corpi sudici. Da molti giorni – quanti? – viviamo nella penombra. Ire­ne mi dice che ha fame. Chi non ce l’ha? Sara non è con noi, nemmeno la mamma. Credo che siano state desti­nate a un altro treno. Spero che non ci separino. Il treno si ferma. I vagoni rimangono chiusi. Dalle fessure vedo pile di vestiti ammucchiati. È strano. E sarebbe strano se ti dicessi che quello che più desidero in questo istante – non ridere – è pisciare comodamente, il bacino in avanti, le braccia a giara con le mani appoggiate in vita. Conosci un modo migliore di pisciare, Isaac?

D’un tratto si aprono le porte con fragore, si sente gri­dare “fuori, fuori!”, e alcuni uomini con dei vestiti a strisce e fasce al braccio con la stella di David salgono e ci spingono, sussurrando, a voce molto bassa, parole incomprensibili:

“Nessuna giovane donna scenda con bambini in braccio”.

“Le donne incinte cerchino di nascondersi”.

E continuando a gridare:

“Fuori, fuori! Le valigie restano nei vagoni, lasciate tut­to sul treno!” E spingono e spingono e sussurrano:

“Che nessuno si faccia vedere malato”.

E: “Muoversi, muoversi, più in fretta!” e nessuno capi­sce niente. Non ho mai sentito nulla di simile.

In ogni caso, sulle valigie sono verniciati i nostri nomi. Ce le consegneranno.

Adesso le grida sono assordanti. Gli uomini delle SS pullulano sul marciapiede, accompagnati da feroci cani alsaziani. Le famiglie sono state separate, i genitori, gri­dando, cercano i propri figli, la luce, dopo tanti giorni, ci acceca, le madri reclamano i loro figli.

“Jaime, Jaime!”

“Ruth! Dov’è Ruth! Dove ti portano, Ruth?”

“Abraham, Abraham, vieni qui! Non senti? Sei sordo?”

“Jaime! Ti sto chiamando!”

E la guardia urla e nessuno sa in che situazione ci tro­viamo, ecco, danno l’ordine di svestirsi.

Treblinka, Isaac, è una stazione ferroviaria. Ci sono di­verse costruzioni in legno, una che sembra una cucina, laboratori. Si vede anche un ampio spiazzo dove vengo­no raccolti vestiti, scarpe, indumenti intimi, lenzuola, pennelli da barba e molte altre cose. Ci sono centinaia di uomini che li classificano e li suddividono.

Di fronte al marciapiede, le baracche. Una strada fian­cheggiata da piante e persino da qualche fiore, come il sentiero di un giardino, muore all’altezza di quella che sembrerebbe una fabbrica.

E nel frattempo, Isaac, io sono nudo, me la faccio ad­dosso per il freddo e non ho ancora pisciato.

Il mondo è qualcosa che non so molto bene cosa sia. Fito dice che ha un cugino a Buenos Aires che si chia­ma Pascualito, e che Buenos Aires ha una luce che sem­bra rossa. A volte noi la vediamo. Vediamo in cielo, da quella parte, la luce rossa che è Buenos Aires. Non è come una lampadina. No. È come una nuvola. La ve­diamo di notte. Buenos Aires è una nuvola rossa dove vive Pascualito. Mio fratello dice che quello che dicia­mo non è vero. Che quella nuvola viene da un palco di carnevale che, suppergiù, è a tre isolati più in là. Mio fratello dice che una sera di queste ci porta, me e Fito, a piedi, “per farci vedere”.

Buenos Aires è un palco di carnevale.

La mia mamma ha un mucchio di foto, grande così, in una scatola da scarpe. Le scatole servono per conservare le cose. Nelle scatole c’è di tutto. E la mia mamma, nella scatola da scarpe conserva le sue sorelle, la mamele, che è la mamma di lei, della mia mamma; e la mia mamma mi chiama e indicando con il dito dice: “Questa è Irene e questa è Anna, che ha due bambini” – ma nella foto non si vedono – “e che sono come voi”; e “perché non vengono?”; e la mia mamma, “e come fanno a venire?” Perché stanno in Polonia, che ha un colore che non so come sia. E la mia mamma, indicando col dito, dice: “E lei come si chiama?”; e io dico: “Irene”, e “Anna”, e “Rosa”, e a volte non lo so, perché sono tante.

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