di Franco Ricciardiello

Escuela«Terrorismo de Estado» recita senza ambiguità il titolo del cartello che accoglie i visitatori subito oltre la cancellata d’ingresso di quello che oggi è diventato grazie al governo Kirchner l’Espacio Memoria di Buenos Aires, e che fino a pochi decenni fa era l’ESMA, Escuela superior de Mecánica de la Armada (il Politecnico della Marina militare). Per sette anni (1976-83) l’ESMA fu il principale centro di detenzione illegale dell’Argentina, autentica fabbrica di desparecidos per i quali uno spazio nella memoria dovrà sostituire la tomba che non avranno mai. Era la Guerra Sucia, la guerra sporca contro il comunismo, nella quale l’esercito di ogni paese del Cono australe si trasformò in forza di occupazione sul proprio territorio.

Dal centro di Buenos Aires ci vuole quasi un’ora di autobus, linea 130, per raggiungere il Museo della Memoria. L’automezzo segue l’infinita avenida del Libertador per 85 isolati in linea retta verso ovest. Tutti gli edifici del perimetro dell’ex ESMA sono oggi occupati da associazioni per i diritti umani, come per esempio le abuelas (le nonne di plaza de Mayo), centri di documentazione e uffici. Ma la quasi totalità dei visitatori che arrivano qui si dirigono verso l’ultima palazzina a sinistra, leggermente arretrata rispetto all’avenida e circondata da alberi: è l’ex circolo ufficiali dell’ESMA, dove furono detenuti, torturati e assassinati migliaia di argentini.

Di 5000 di questi non è mai stato ritrovato alcun resto.

Néstor Kirchner, il presidente peronista dell’Argentina, inaugurò nel 2004, soltanto sei anni prima di morire, la trasformazione di questo vasto spazio infame in struttura recuperata per sempre alla memoria nazionale. Anche le organizzazioni peroniste di base furono infatti perseguitate, disperse e sterminate dalla dittatura, esattamente come i militanti dei partiti di sinistra. Il governo militare, che si definì con magniloquenza “Processo di ristrutturazione nazionale”, imperversò dal colpo di stato del 1976 fino alla disastrosa guerra delle Malvine contro la Gran Bretagna, che esacerbò le masse già prostrate dalla crisi: questo tempo fu sufficiente per distruggere non soltanto il tessuto sociale e civile del paese, ma anche la sua economia.

Il generale Videla, capo della prima giunta militare, sostenne che la repressione non poteva lasciare dietro di sé i corpi degli oppositori, per evitare problemi di ordine sociale. È l’applicazione del principio Nacht und Nebel, inventato dai nazisti nelle zone occupate durante la guerra mondiale: i sospettati non devono essere sottoposti a regolare processo e pena capitale, ma  scomparire “nella notte e nella nebbia” in modo che rimanga l’incertezza sulla loro sorte. Un desaparecido non è né vivo né morto, è un’incognita, una “X” che mantiene amici e parenti nell’incertezza e nella speranza.

Di solito nel mezzo della notte una squadra di militari della Marina che portano falsi documenti fa irruzione in un’abitazione privata; la polizia è avvertita di non immischiarsi, è quello che si chiama “permesso di luce verde”: se i vicini di casa telefonano gli agenti non intervengono. La vittima viene trascinata a forza giù dal letto, talvolta picchiata (metà delle vittime dell’ESMA sono di sesso femminile), quindi finisce incappucciata dentro un’auto Ford Falcon di colore verde. Giunti all’ESMA, si passa da un controllo di polizia militare presidiato giorno e notte, quindi la Ford si arresta nel cortile di servizio sul retro del circolo ufficiali. Nel sotterraneo ha luogo la prima sessione di tortura, su un tavolaccio, poi il sequestrato viene portato verso le scale bendato, in modo da fargli battere sadicamente la fronte contro una trave orizzontale di cemento che lo lascia tramortito. Viene poi praticamente trascinato a forza fino al secondo piano, attraverso ambienti dove vivono gli ufficiali e gli insegnanti del politecnico.

Nessuno di costoro testimonierà mai negli innumerevoli processi a carico dei torturatori.

I prigionieri sono rinchiusi nel piano sottotetto (detto capucha) e nella mansarda superiore (capuchita), costantemente ammanettati mani e piedi e sdraiati dentro tendine canadesi ironicamente chiamate “cucce”; nel torrido ambiente senza ricambio d’aria sono presenti contemporaneamente decine di sequestrati sottoposti a torture quasi quotidiane. Queste sessioni sono effettuate su un piano chiamato “tavolo chirurgico” sistemato in una squallida sala contigua, in modo che gli altri sentano le urla. I macellai usano scosse elettriche, coltelli, bottiglie di vetro, spranghe, bastoni.

Il piano superiore, più piccolo, è in parte riservato ai sequestri illegali del SIN Servizio informazioni della Marina, all’esercito e all’aviazione, e anche qui è presente una sala di tortura. Alle prigioniere incinte è permesso rimanere in un ambiente separato, sull’altro lato della capucha dove ci sono anguste celle di tipo tradizionale, con muri e porta chiusa; partoriscono qui all’ESMA e poi subiscono la sorte degli altri, le sessioni di interrogatorio sotto tortura e l’eliminazione definitiva. I neonati vengono affidati a coppie senza figli legate in qualche modo ai militari: sono i nipoti delle abuelas de plaza de Mayo, le nonne che dagli anni Settanta continuano la ricerca dei bambini partoriti dalle figlie desaparecidas, a loro volta scomparsi nella notte e nella nebbia. Centinaia sono già stati riconsegnati alla memoria, ma ne mancano ancora moltissimi; lo scorso 19 novembre un altro è stato “recuperato” a 39 anni di età, Mario Bravo, unico caso finora in cui la madre sia sopravvissuta alla detenzione illegale nell’ESMA.

Pochi sono i superstiti che possono testimoniare nei molti processi ancora in corso contro i torturatori. È a loro che si deve il riconoscimento del luogo illegale di detenzione, la descrizione dei metodi e i nomi di molti desaparecidos. Terminato il periodo di interrogatorio sotto detenzione, che poteva durare anche mesi e persino anni, in qualche raro caso i sequestrati venivano rimessi in libertà; ma la regola era l’eliminazione fisica, in genere effettuata gettando i corpi sedati da un aereo in volo sul Río de la Plata.

Una delle prime dichiarazioni del neoeletto presidente della repubblica insediato a dicembre, Mauricio Macri, è stata la volontà di lasciare che i processi contro i responsabili del terrorismo di stato facciano il proprio corso su iniziativa della magistratura, senza ulteriore intervento dell’esecutivo, al contrario di quanto avveniva durante la presidenza dei predecessori Néstor Kirchner e Cristina Fernández. I pessimisti potrebbero obiettare che questo dimostra un calo di attenzione pubblica verso la repressione dei crimini della dittatura; gli ottimisti al contrario potrebbero sostenere che è giusto che la magistratura faccia il proprio lavoro senza pressioni esterne.

Comunque va riconosciuto ai tribunali, al governo, alla società civile, all’intera Argentina il dato di fatto che nessuno dei processi avviati dopo la caduta delle giunte militari si sia concluso con l’assoluzione degli imputati. Tutti i condannati stanno scontando le pene nelle carceri del paese.

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