di Franco Ricciardiello

ArgentinaElezioniAtterro all’aeroporto di Buenos Aires domenica 22 novembre, a primavera avanzata, il giorno del ballottaggio tra i due candidati alla presidenza della Repubblica. L’immensa capitale è deserta come in una cronaca del dopobomba, a eccezione delle vie turistiche. Nel tardo pomeriggio, in centro città cominciano a addensarsi gruppi organizzati: i giovani della Cámpora, il partito peronista filo- Kirchner, con bandiere, tamburi e megafoni, si radunano agli angoli delle strade per dirigersi trionfalmente verso plaza de Mayo; in città si vede praticamente solo pubblicità elettorale di Daniel Scioli, il candidato peronista ufficiale designato erede di Cristina Fernández, che dopo due mandati non può ricandidarsi alla presidenza. Pochissimi i manifesti dello sfidante Mauricio Macri, che guida una coalizione di centrodestra chiamata Cambiemos.

Prima del tramonto plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada dove risiede il presidente della Repubblica, si riempie di attivisti peronisti in camicia bianca e azzurra, i colori nazionali; sugli striscioni si leggono richiami a Juan Domingo Perón, responsabile fino dagli anni Quaranta dell’anomalia politica argentina, e a sua moglie Eva Duarte, la famosa Evita ancora oggi adorata dagli ex descamisados. Risulta facile il parallelo tra Cristina Fernández e Eva Duarte, che negli anni Cinquanta rappresentava l’immagine pubblica del marito Perón. Fernández è arrivata alla presidenza dopo la morte del marito Néstor Kirchner (i media italiani infatti si ostinano a chiamarla Cristina Kirchner), eletto dopo l’immane disastro neoliberista di Carlos Menem, che aveva svenduto agli amici e ai soci in affari un paese dalle risorse naturali quasi illimitate. Morto Kirchner, il peronismo sociale ha trovato una nuova icona nella moglie Fernández, che tutti in Argentina chiamano per nome. Cristina come Evita.

Nel tardo pomeriggio arrivano in plaza de Mayo le televisioni, gli attivisti si ammucchiano in attesa della proclamazione della vittoria. Al primo turno Scioli non ha ottenuto la maggioranza semplice, quasi a sorpresa, ma conserva un buon distacco su Macri.

Cala il buio, in primavera a Buenos Aires fa notte verso le 20. La televisione nella taverna dove mi fermo a cena mostra i primi risultati molto parziali: Scioli è indietro, Macri lo supera di due punti. Quando torno in albergo, il candidato del “cambiamento” è ancora in testa. Il mattino successivo vengo a sapere l’inevitabile: malgrado la campagna pubblicitaria pervasiva, malgrado il risanamento dell’economia dopo la catastrofe liberista e i discreti risultati sociali (la disoccupazione è scesa al 5,50%), la formidabile macchina da guerra peronista è stata annientata dal cinquantenne Mauricio Macri, ricco imprenditore favorevole al liberismo economico, argentino di prima generazione (è figlio di un immigrato calabrese, Macrì, l’accento sull’ultima vocale si è perduto nell’anagrafe), ex sindaco di Buenos Aires.

Forse è meglio così? Meglio cambiare, mi dice il ragazzo alla reception dell’albergo. La capitale è ancora silenziosa martedì mattina, quando volo in aereo a Córdoba, seconda città dell’Argentina: qui Macri ha preso il 70% dei suffragi, tutti rimproverano ai peronisti di non avere fatto nulla per questa metropoli nei dodici anni di presidenza della dinastia Kirchner. Incontro invece altri preoccupati dalla situazione: a sud di Salta, un’autostoppista che ha vissuto alcuni anni in Italia a cavallo del  millennio confessa di avere paura di un ritorno al liberismo, dopo la politica sociale degli ultimi anni.

Mentre mi trovo lontano a nord, nella capitale si consuma uno strappo. La magistratura accusa Cristina Fernández di opporre resistenza al passaggio di poteri, decreta il termine mandato alla mezzanotte del 9 dicembre, mentre il nuovo presidente giurerà solo intorno a mezzogiorno del 10; nel frattempo la funzione di capo dello stato sarà assunta a interim dal numero uno del Parlamento.

La notte di lunedì 7 dicembre torno in aereo dal nord a Buenos Aires, la capitale è tornata la solita immensa entità caotica, sovrappopolata, vivace sotto gli alberi fioriti per la primavera che nel frattempo è esplosa: i lapachos di un violetto accesso nei larghi viali, i ceibos rosso fuoco nei parchi.

La sera di mercoledì 9 Cristina Fernández chiama a raccolta in plaza de Mayo i sostenitori affranti per l’ultimo addio. Per la prima volta nella storia dell’Argentina, a tre presidenti eletti democraticamente ne succede un quarto senza colpo di stato. Plaza de Mayo, cuore di Buenos Aires, si riempie di nuovo di manifestanti: tutte le organizzazioni di base, un mare di bandiere, la Cámpora, i circoli cittadini, quelli che si richiamato a Evita, gli altri partiti minori della coalizione sociale. Muoversi nella folla è quasi impossibile, la polizia è presente in forze. Torno in albergo per seguire la diretta televisiva. Cristina Fernández tiene alla piazza un discorso lungo e aggressivo, sottolineando i successi nella politica del marito Kirchner, rivendicando i risultati sociali delle propria presidenza. Sotto le parole accalorate, a volte commosse, si percepisce un fastidioso senso di possesso dello Stato, di sgomento per dover lasciare il potere malgrado i risultati lusinghieri.

Cosa sta succedendo in Argentina? Già per due volte il liberismo ha mandato il paese gambe all’aria, durante la dittatura militare e poi negli anni della presidenza Menem (che apparteneva comunque al partito giustizialista, quello di Perón), ancora esecrato a decenni di distanza.

La Storia non insegna nulla? No, perché l’intera Argentina è una gigantesca anomalia politica. Cent’anni fa aveva un potenziale economico enorme, risorse e territorio, e una popolazione in crescita alimentata da un flusso costante di immigrazione (un argentino su tre vanta discendenza italiana, e ci sono polacchi, tedeschi, inglesi, russi, siriani), ma non è mai riuscita a liberarsi dall’ingerenza dell’esercito e poi dall’eredità ambigua del peronismo.

L’anomalia argentina ha origine negli anni Quaranta, mentre infuriava la guerra mondiale, quando il ministro del lavoro, il colonnello golpista Juan Domingo Perón, inventò questo movimento politico con molti tratti di fascismo, fondato sul rapporto diretto con “il popolo” tramite una versione autoritaria di sindacalismo rivoluzionario. Nel anni seguenti, la massa del sottoproletariato si mobilitò sotto la guida di Eva Duarte, speaker radiofonica e moglie del presidente. L’Argentina divenne una proprietà personale, affascinata dal mito dell’uomo forte e della bella moglie. Quando Evità morì prematuramente, lui progettò un mausoleo colossale in stile neoclassico che per fortuna non fu mai realizzato.

Il peronismo aveva la propria bestia nera nel marxismo e nella cultura, al punto che uno scrittore del calibro di Borges fu praticamente ignorato dal potere, relegato al ruolo di direttore della Biblioteca nazionale, ardita costruzione in stile modernista che oggi ispira una vaga nostalgia per l’ottimismo del secondo dopoguerra. Non è un segreto che Perón accolse numerosi nazisti fuggiti in incognito dopo la caduta di Berlino; da qualche anno si ipotizza che Martin Bormann, uno dei collaboratori più stretti di Hitler scomparso durante l’evacuazione del bunker della Cancelleria nel maggio 1945, sia riuscito a riparare in Argentina dove le SS avevano predisposto una serie di rifugi per accogliere i gerarchi nazisti; avrebbe fino alla morte a San Ignacio nella provincia di Misiones, a poca distanza dalle rovine del grande esperimento utopico gesuita del XVIII secolo.

Quando le forze armate ripresero il potere con il colpo di stato del 1976 estromettendo la presidentessa Isabela Martínez (seconda moglie di Perón), anche le organizzazioni peroniste di base finirono sotto il tallone di ferro della repressione; alla caduta della dittatura nel 1983, dopo la sconfitta nella guerra per le isole Malvine e le grandi manifestazioni popolari, il primo presidente eletto Alfonsín era del partito radicale. I peronisti tornarono al potere con Carlos Menem, il responsabile della bancarotta del paese.

Fino dalla nascita convivono nel peronismo due anime: una corporativa e nazionalista, di origine fascista (Perón fu addetto militare in Italia dorante gli anni del ventennio), autoritaria e repressiva, e una seconda anima socialista e populista, basata non sulla lotta di classe bensì sulla collaborazione delle stesse, un mito che ancora oggi intorbida la vita politica nazionale: basti pensare che sia Menem che Kirchner erano peronisti, mentre in Europa sarebbero agli opposti nell’arco parlamentare. Anche Macri è stato peronista, e così pure il candidato giunto terzo alle elezioni.

Dopo la grande kermesse d’addio di Cristina Fernández, con qualche lacrima di coccodrillo della stampa nazionale, i media si gettano sul nuovo presidente, sulla festa di gala al Téatro Colón, sul giuramento dei ministri. Lei torna in aereo a Santa Fe, viaggiando in classe turistica, lui cerca di scongelare la propria figura pubblica lievemente ingessata.

C’è chi dice che i peronisti hanno perduto perché il candidato Daniel Scioli era poco comunicativo; ma in Argentina, ogni volta che un peronista perde c’è un altro peronista che vince.

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