di Dziga Cacace

HRC401Aveva ancora una splendida faccia da schiaffi, con basette importanti e un vistoso neo sulla guancia sinistra mai toccato, neanche per le prime pagine delle riviste musicali… ma in fondo che gliene fregava a lui? Lemmy Kilminster se n’è andato pochi giorni fa e all’improvviso il mondo – addirittura con la copertina dedicata da Libération – s’è reso conto di cosa ha perduto. Era universalmente conosciuto solo come Lemmy, nato Ian Fraser la vigilia del natale 1945 da un reverendo farfallone che lo abbandonò ancora in fasce alla madre. Son cose che segnano e non a caso uno dei suoi primi gruppi, come chitarrista, si chiamava Rockin’ Vicars, band che durò poco ma che gli diede la soddisfazione di cenare con il maresciallo Tito durante una rocambolesca tournée in Jugoslavia. Poi si barcamenò facendo il roadie per Jimi Hendrix e per Keith Emerson nei Nice (cui regalò i pugnali nazisti con cui accoltellare l’Hammond, per dire). Con siffatto curriculum – dopo la parentesi nei psichedelici Sam Gopal – percosse il basso negli acidi e spaziali Hawkwind – cantando anche Silver Machine – e si dedicò infine alla sua paciosa creatura, i Motörhead: atteggiamento punk (“Ma avevamo i capelli lunghi!”), apparentamento col nascente heavy metal e rivendicazione rock ‘n roll, ma suonato duro, spedito e cattivo.
In cinquant’anni di carriera (e decine di album, tra cui l’ultimo buon Bad Magic), Lemmy ha mangiato anfetamine come bon bon, s’è tirato una collina di coca e il suo fegato ha filtrato tanto bourbon da riempirci una piscina olimpica. Ma non importa, tanto aveva dichiarato che lui avrebbe sempre avuto 24 anni. Per capire come li ha passati consiglio vivamente la lettura dell’autobiografia White Line Fever che qualche geniaccio ha scelto di tradurre come La sottile linea bianca: sottile, Lemmy!? Mah!
Tra invettive e atti d’amore nei confronti di giornalisti, groupies, promoter, musicisti, droghe e alcol, scoprirete la cinica filosofia del nostro eroe, lo zio biker un po’ picchiatello che tutti avremmo voluto avere, quello che non si arrendeva e continuava a combattere le sue battaglie, con grande ironia, nessuna autoindulgenza e qualche soddisfacente vittoria, tra figli sparsi per il mondo (lui ne conosceva uno, ma chissà…) e la passione (solo) estetica per i cimeli del Terzo Reich.
Lemmy ha attraversato (abbastanza) indenne mode, trend e nuove ondate: era un “classico” fin dagli esordio, fedele solo all’ideale rock di velocità e sballo, e ci ha lasciato senza che lo vedessimo sconfitto. Non ci resta che onorarlo con un brindisi.

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Dziga Cacace, su Twitter, è @DzigaCacace, comunque

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