di Jago Malteni

Coperta4Ecco intanto, per chi se l’è perse, il riassunto delle puntate precedenti (copertina di l’éparvier): Giovanni Biglia – Giobi per gli amici – studia Scienze Politiche all’Università di Bologna. Calabrese, appassionato di street art e spesso dedito alla viandanza urbana, è da tempo sulle tracce di improbabili connessioni tra i graffiti che tappezzano i muri del centro. Una notte, risvegliatosi di soprassalto in un parco della città, nel trascinarsi verso casa s’imbatte in qualcosa che impegna da un po’, pur senza esito, le sue ricerche: un coniglio nero dipinto alla base di un muro, uguale ad altri due che, per sua ferma convinzione, starebbero là a tracciare un percorso segreto. Fa per avvicinarsi ma il nero-coniglio prende vita e comincia a scappare. E Giobi gli sfila appresso, salvo poi rendersi conto, la mattina dopo, che si trattava di allucinazione. Frugandosi nelle tasche ritrova però uno strano biglietto, con sopra un indirizzo: Via dell’Inferno, 10. Ci va e, con sua grande sorpresa, scopre un altro nero-coniglio (stavolta reale!) all’interno del palazzo. Nota anche dei loschi movimenti attorno a una porta blindata nel dismesso cortile interno. S’incuriosisce, ma per non destare sospetti se ne allontana in punta di piedi. Racconta tutto a Luca, un suo compagno che, per aiutarlo a vederci più chiaro in quella strana faccenda, gli indica una porta USB incastonata in un muro nei pressi del Guasto, con su delle robe che, a detta dell’amico, farebbero esattamente al caso suo…

Capitolo 2b

Dopo dieci minuti o forse manco, Giobi è già seduto alla scrivania di camera sua. Senza traccheggiare un nanosecondo di più infila la chiavetta nell’ingresso del portatile e, inforcate le lenti poggiate lì di fianco, piglia a spidocchiarne i contenuti.

L’archivio è sterminato, c’è roba da perderci le ore. E Giobi infatti, senza darsene conto, ce le perde. Caterve di foto, filmati amatoriali e musica indipendente. Fa partire un pezzo a caso, e già che gli va a genio, abbassa un po’ il volume e lo lascia di sottofondo. Si rolla una sigaretta di tabacco e cerca invano un accendino. Impreca in mezzo ai denti. Chissà che fine avrà fatto il suo. Lo credeva inarraffabile, eppure qualcuno è riuscito a sfilarglielo…

Continua a curiosare dentro la miniera digitale. Scova tra gli altri l’e-book di due racconti di Borges, L’Aleph e La biblioteca di Babele. Li aveva letti tempo fa e gli erano assai piaciuti. Poi, scartabellando tra le centinaia di foto, ne trova una in bianco e nero che lo impressiona più delle altre. Si fissa a guardarla: ritrae un carro armato dell’esercito (o comunque un mezzo cingolato, blindatissimo) che circola su quella che si direbbe via Zamboni. Porta una data come titolo: 13 marzo 1977. Anno di piombo, mese di fuoco. Solo due giorni prima era stato ammazzato Francesco Lorusso in uno scontro con gli sbirri, all’incrocio tra via Irnerio e via Mascarella…

La ricerca nel database prosegue un po’ alla cieca, in modalità random, finché Giobi non incappa in una cartella dal nome strano, composto di lettere e cifre in apparente disordine, che contiene a sua volta due sottocartelle. In una delle due, la prima che apre, sono raccolti dei file con le schede di alcune tra le più diffuse e potenti droghe allucinogene, con sommarie descrizioni degli effetti psicoattivi da esse provocati. Si parla di “percezioni intensificate”, di “contatto profondo con la realtà delle cose” e di “via di mezzo tra disposizione intima e mondo esterno”, addirittura di “sovrapposizione tra diversi piani di realtà”. Si dice che alcune di queste droghe, specie quelle ricavate da funghi o da erbe curative, sono ancora oggi d’uso comune tra sciamani e curanderos andini, i quali, per mezzo dell’assunzione di tali sostanze, riescono a “vedere lo spirito degli animali e delle piante e a comunicare con essi, affinché aprano loro le porte della virtù e rivelino il cammino da seguire”. Si parla al proposito di droghe “enteogene”, un “neologismo coniato nel 1979 da un gruppo di etnobotanici e studiosi di mitologia, composto dai termini greci en, cioè dentro, e theos, ovvero dio, con l’aggiunta di una voce del verbo genesthai, che indica l’atto del dare origine. Enteogeno, insomma, si dice di una sostanza che, assunta, fa nascere un dio dentro”.

Sostanze enteogene, dunque. Allucinogene, psicotrope o psicogene. Esogene e anche endogene, forse addirittura erogene, ma di certo non ansiogene… Criminogene? Sicuramente sballatogene, fumogene e, perché no, spinterogene, non certamente patogene, cancerogene o chissacosaltrogene.

Cazzate, gigantesche e stupidogene!

Eppure, per quanto Giobi sia tentato di cassarle come tali, c’è qualcosa in quella sottocartella che, giochi di parole a parte, ha vagamente a che fare con lo stato mentale in cui si trovava l’altra sera. Che fosse anche lui – come diceva pure Luca – sotto l’effetto di una di ‘ste droghe checcazzonesogene?

In un altro documento della stessa sottocartella è poi menzionato un recentissimo studio della Johns Hopkins University, secondo il quale “l’uso occasionale di funghi psichedelici porta a duraturi miglioramenti della personalità, con un considerevole ampliamento dell’apertura mentale anche in età adulta”. Ma che attendibilità scientifica può avere una ricerca simile? Ne digita le parole chiave su google: Wikipedia dice che la Johns Hopkins di Baltimora è una delle università più prestigiose degli Stati Uniti, tra le dieci più rinomate in tutto il mondo, e che la sua facoltà di medicina è ampiamente riconosciuta come la migliore a livello mondiale, specie in ambito di ricerca biomedica. Be’, mica ciceri! Dice pure che ha numerose sedi distaccate in giro per il mondo, tra cui alcune in Cina e una anche a Bologna, in via Belmeloro… Belmeloro? È veeero, cazzo! L’altra notte ci aveva persino lasciato una sputazza sui gradini d’ingresso, mentre ancora stava in affanno per sfuggire all’ira funesta di quella vecchiaccia malefica. Era stato poco prima che il nero-coniglio gli apparisse…

Strano, pensa: s’è ritrovato a circumnavigare per intero l’infosfera terrestre, dalle Ande alla Cina passando per Baltimora, solo per tornare al punto esatto in cui tutto ha avuto origine, nello spazio come nel tempo. Ennesimo scherzo del caso o altra ricorrenza significativa? Di sicuro un primo cerchio, e bello largo, che si chiude.

La seconda delle sottocartelle contiene solo due file: uno è una mappa di Bologna in formato .jpg, su cui sono tracciati dei percorsi che però non coincidono – cosa curiosa – con le vie della città; l’altro è un documento dal titolo: Bolognanderground.pdf. Lo apre e comincia a leggere…

Fin da epoca medievale, il sottosuolo bolognese è attraversato da una fitta rete di canali sotterranei, lungo i quali fluiscono, da parte a parte, le acque che nel corso dei secoli hanno soddisfatto le esigenze idriche e non solo della città felsinea. Costruito progressivamente dal XII al XVI secolo, il sistema fu concepito per migliorare l’efficacia dei collegamenti e dei trasporti mercantili tra il centro cittadino e le aree circostanti, nonché per fornire energia meccanica ai mulini e agli opifici. Gran parte delle acque che percorrono il sottosuolo di Bologna provengono dal Savena e dal Reno (i fiumi che scorrono rispettivamente a Est e a Ovest della città), i cui corsi sono in parte convogliati verso l’area urbana attraverso una complessa architettura di chiuse e canali artificiali (che in alcuni tratti, all’interno della cerchia muraria, si vedono affiorare in superficie). Oltre che dai suddetti canali, Bologna è altresì attraversata da un torrente naturale, l’unico a non essere appositamente deviato: l’Aposa. Esso sgorga dai colli che stanno a Sud della città e vi entra per il tramite di un serraglio, a tutt’oggi esistente, sito tra Porta Castiglione e Porta San Mamolo. Il corso d’acqua prosegue interrato e in linea retta per quasi un chilometro fino a via del Pallone. Quivi s’immette nel canale delle Moline, che confluisce a sua volta nel canale Navile, presso la chiusa del Battiferro in Via Bovi Campeggi, ove anche il Cavaticcio converge.

Che l’immagine allegata al file non sia proprio la mappa della Bologna sotterranea qua descritta? La riapre, zumma e la osserva meglio. Impressione confermata, può continuare la lettura…

Il tracciato urbano dell’Aposa, come detto, coincide per intero con il suo alveo naturale, e il condotto sotterraneo che l’accompagna passa, da Sud a Nord, al di sotto dell’area più antica della città felsinea, giungendo sino a lambire le due torri. Da esso si dirama un fitto budello di altri percorsi, tuttora praticabili, scavati in passato tra le fondamenta delle dimore signorili per garantire una comoda via di fuga ai nobili che le abitavano. Ancora oggi, percorrendo questi cunicoli, è possibile accedere agli scantinati e anche, in qualche caso, alle stanze al pianterreno di alcuni palazzi del centro storico. Uno di essi, in particolare, conduce fino ai sotterranei della basilica di San Petronio, dove si dice siano tuttora nascosti gioielli e monili dal valore a dir poco inestimabile. Direttamente comunicante con questi ultimi è il seminterrato dell’antico Ospedale di Santa Maria della Morte (attuale sede del Museo del Risorgimento), curiosamente posto di fronte alla Chiesa di Santa Maria della Vita. Ricovero estremo per malati incurabili, da qui le salme dei defunti venivano trasportate in basilica direttamente attraverso il detto passaggio sotterraneo, allo scopo di evitare contagi tra la popolazione in occasione delle esequie. Ancora oggi in Via de’ Musei, lungo la murata del portico rialzato sotto cui rimane il portone d’ingresso del vecchio ospedale, ci sono delle grate da cui si può accedere al seminterrato dello stabile e, di lì, esplorare il resto dei sotterranei.

Passaggi segreti che conducono fin dentro agli appartamenti del centro storico, tesori sepolti e mai disseppelliti, una botola per accedervi tra la chiesa della Vita e l’ospedale della Morte! Questa città non smetterà mai di stupire.

Sempre più rapito, si rituffa fra le righe…

Diverse sono le leggende e le storie che circolano sul sottosuolo bolognese. Una delle più celebri narra di una nave nazista con un tesoro a bordo, discesa in un condotto sotterraneo (uno di quelli che durante la Seconda Guerra Mondiale i tedeschi usavano per rifornire le truppe insediate in città) e mai più vista risalire. Il tesoro, si dice, è ancora sepolto laggiù, da qualche parte, in attesa di essere riportato alla luce. Ma negli anni di guerra i sotterranei non furono appannaggio esclusivo dell’esercito nazista: anche i combattenti partigiani ne fecero largo utilizzo come luogo in cui fissare appuntamenti clandestini, scambiarsi informazioni segrete e organizzare così le azioni di Resistenza. Non di rado, in quegli stessi anni, i cunicoli fornirono rifugio e riparo per la popolazione durante le frequenti incursioni di Pippo, come era in voga chiamare gli aerei che solcavano minacciosi il cielo notturno. Nel ’77, poi, parallelamente all’ondata di ribellione che correva su per le strade, il sottosuolo di Bologna fu teatro di un curioso fatto di cronaca: una tentata rapina alla Cassa di Risparmio in Piazza Minghetti, condotta da una banda di malviventi che provò a intrufolarsi nel caveau della banca proprio scavando un tunnel sotterraneo.

Per decenni trascurato, solo in anni recenti l’Aposa è stato oggetto di riscoperta e, per un breve tratto, finanche attrezzato per visite guidate.

Che storia la tentata rapina nel ’77! Sembra la trama di un western, o di un film che già gli pare d’aver visto…

Il documento intanto è terminato ma Giobi, non pago, se lo rilegge daccapo. Ne è affascinato. È come se tra quelle righe, redatte in uno stile da enciclopedia d’altri tempi, si celasse dell’altro che al momento non riesce a cogliere.

Di nascosto, in effetti, c’è qualcosa. E Giobi se n’accorge perché, nel tornare alla cartella precedente, vede che in basso, lungo la barra di stato, è segnalata la presenza di tre elementi, a fronte delle sole due sottocartelle visibili. Dev’esserci un altro file. Nascosto, per l’appunto. Un minuto a smanettare tra le impostazioni e lo fa comparire: ha un’estensione sconosciuta e si chiama followtheblackrabbit. Proprio così: follow-the-black-rabbit, segui il coniglio nero! Giobi è esterrefatto: questa sì che è roba che fa al caso suo! Luca aveva ragione, ha fatto bene a fidarsi di lui.

Senza stare a pensarci troppo, clicca due volte sull’icona ma lo schermo si fa nero per pochi – interminabili – secondi, dopodiché l’antivirus blocca il file: è infetto, e non c’è verso di aprirlo. È un “Trojan Horse”, dice l’avviso sulla schermata. Un cavallo di (porca) troia, una specie di cimice che tenta di infiltrarsi nel sistema. Giobi alza gli occhi dalla scrivania e si guarda intorno, come a sincerarsi che tra le quattro mura della stanza, dietro le tende o in uno scomparto dell’armadio, non ci sia nessuno di nascosto a spiarlo.

Followtheblackrabbit.

Pare uscito da Matrix, ‘sto file! Ci manca solo che qualcuno gli proponga di scegliere tra due pillole di colore diverso e poi magari di ritrovarsi nei panni dell’Eletto… sì, di ‘sta minchia! Gli scappa una risata, di naso, a labbra chiuse.

Poi, a mente tiepida, ci pensa su: come mai un’allusione a un coniglio nero in una cartella dove si parla di droghe e sotterranei? Non sarà che quei graffiti stanno lì proprio a indicare le vie d’accesso alla Bologna di sotto? I roditori, del resto, sono inclini a rintanarsi negli anfratti del terreno. E Alice, seguendo il Bianconiglio, non si è ritrovata forse anche lei in un allucinante mondo sotterraneo? Ma può anche darsi, parimenti, che quei neri-conigli, invece che passaggi per il sottosuolo, segnalino la presenza di basi di spaccio nei dintorni. Oppure, chissà, le due cose insieme. O anche, forse, nessuna. E tuttavia non pare una casualità, quella. Chi ha messo lì quel file avrà pur avuto i suoi motivi…

Che dire allora del coniglio che ha visto stamane al 10 di via dell’Inferno? Cosa si nasconde dietro la porta ferrata nel cortile interno del palazzo?

C’è solo un modo per scoprirlo: tornarci. È troppo rischioso, però: la porta è piantonata di continuo e nel cortile non ci sono vie di fuga. Potrebbe invece provare a fare il giro da sotto, perlustrare i sotterranei e stare a vedere che succede, fin dove s’arriva. Per scenderci, se il documento appena letto dice il vero, basterà trovare il varco giusto tra la chiesa della Vita e l’ospedale della Morte. In compagnia, magari, non da solo. Ma chi sarebbe disposto a seguirlo?

Riapre intanto la mappa e la studia con più attenzione: in effetti, a occhio e croce, il canale dell’Aposa sembrerebbe passare proprio sotto via dell’Inferno. Ed è, se non una conferma, certamente un elemento in più, un altro cerchio che si chiude.

Giobi, tuttavia, è confuso. E, dopotutto, ancora scettico. Troppi altri, di cerchi, se ne sono aperti: le droghe enteogene, la città sommersa, followtheblackrabbit… Ha bisogno di rimuginare, di rifletterci su, di ascoltare il ruminìo dei pensieri fintanto che non vadano a mettersi in ordine da soli.

Sente che c’è qualcosa in quella faccenda che lo riguarda da vicino, da molto vicino… Troppo, forse. Di certo abbastanza da non riuscire a mettere a fuoco. Qualcosa che arriva dritto a bussare alla sua porta, sulla soglia imprecisa della sua esperienza recente…

Oppure è tutto un megapippone?

Addosso, intanto, gli è rimasta la fregola di andarci sul serio, a esplorare ‘sti sotterranei. Troverà il modo, e magari anche qualcuno disposto ad accompagnarlo.

Ora basta ingrippi, però: è stanco, ha sonno. Chiude tutto, si ficca sotto le pezze, spegne la luce e in manco due minuti s’addormenta.

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