di Alex Calvi

AlexCalvi[Alla fine di agosto il Gruppo Mauri Spagnol, nella collana Io Scrittore, pubblicherà il romanzo di Alex Calvi Il tessitore di sogni, vincitore del torneo letterario 2014. Un romanzo sorprendente, originalissimo, dagli sviluppi inattesi e imprevedibili. Fino a una conclusione secondo me geniale, che sconfina nella metafisica. Impossibile classificare in un genere preciso un’opera così. Ne anticipiamo il primo capitolo. Se vi fate l’idea di un thriller dai risvolti parapsicologici, ebbene, sbagliate. Già nel secondo capitolo la storia cambia registro, e sarà l’inizio di rivolgimenti a catena.] (V.E.)

Una telefonata dall’aldilà

Sam Banks, uno dei miei più cari amici d’infanzia, si suicidò il 7 marzo alle 11.32 am. Evidentemente voleva andare sul sicuro, perché scelse di spararsi in testa con una Beretta calibro 9.

Circa tre ore dopo, alzò la cornetta e mi telefonò.

Purtroppo, però, in quel momento non ero in casa e lui mi lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica.

Lavoro per una società molto grande con diverse filiali in giro per il paese. Non vi dirò come si chiama perché so che molti non la vedono di buon occhio. E, in effetti, anche io ne ho sempre avuto un’impressione non del tutto positiva. Il racconto di come sia finito a lavorarci meriterebbe un intero libro, ma, come disse qualcuno prima di me: «Questa è un’al­tra storia».

In ogni modo tutti devono mangiare e io non faccio ecce­zione. Così feci di necessità virtù e, una volta assunto, cercai di fare del mio meglio. All’inizio ero solo un classico colletto bianco, poi, qualcuno ai piani alti si accorse che avevo il dono dell’oratoria.

In men che non si dica cominciai a essere spedito in giro per tutto il paese come motivatore. In pratica, ovunque ci fosse anche solo l’ombra di un problema, spedivano me, facevo il mio bel discorsetto e, quasi per magia, le cose cominciavano ad andare come un treno.

Quel giorno, ero nel mezzo di una noiosa riunione con il consiglio di amministrazione di una delle nostre filiali. Lavoro di routine: l’azienda non era contenta dei dividendi e io dovevo dargli una bella strigliata. Stavo appunto arrivando a quello che consideravo il mio pezzo forte, quando un cellulare prese a suonare.

Mi guardai attorno per vedere chi fosse il cafone che ave­va lasciato acceso il telefono, pronto a scoccargli uno sguardo che gli avrebbe fatto desiderare di non essere mai nato. Tutti, però, fissavano me. E il suono, effettivamente, sembrava molto vicino.

Ero certo di non poter essere io, prima di una riunione ri­passo sempre una lista mentale di azioni che devo compiere. Chi mi vede, lì, impalato di fronte allo specchio con lo sguar­do perso, probabilmente pensa che sia mezzo rincoglionito. Io preferisco paragonarmi a un pilota d’aerei che fa l’ultimo check prima del decollo.

Il primo punto è sempre lo stesso: spegnere il cellulare.

Non me ne ero mai dimenticato prima in vita mia ed ero convinto di averlo fatto anche quella volta. Lo tenevo nella ta­sca interna della giacca, così lo tirai fuori velocemente.

Tirai un piccolo sospiro di sollievo. Avevo ragione, era spen­to. Avevo evitato una pessima figura.

Il cellulare, però, continuava a suonare e nessuno si muoveva.

Cominciavo a trovare la situazione surreale.

Mi domandai se non fossi, per caso, al centro di qualche scherzo organizzato per mettere in ridicolo l’inviato della sede centrale. Provai in tutte le tasche e, alla fine, nei pantaloni tro­vai un altro telefonino.

In un primo istante mi convinsi che l’idea dello scherzo do­veva essere quella giusta. Il cellulare non poteva essere mio, perché ne possedevo uno solo. Qualcuno doveva avermelo fat­to scivolare in tasca in un momento di disattenzione.

Quando lo girai, però, notai una cosa strana. Sullo schermo, come chiamante, appariva il nome di mia madre.

Come scherzo stava diventando decisamente elaborato se qualcuno era andato addirittura a cercare come si chiamava mia mamma. Tra l’altro non doveva essersi documentato poi così bene. Mia madre a malapena sa come fare il mio numero di casa. Qualsiasi cosa più complicata di un interruttore della luce, per lei è opera del demonio e si rifiuta di usarla. Non so più quante volte ho cercato di insegnarle a usare un cellulare, così che potesse portarsene sempre dietro uno per le emergen­ze, ma ogni volta finiva per tirarmelo dietro. È del tutto ostile alla tecnologia, e forse la cosa è reciproca.

Be’, se si trattava di uno scherzo, mi sarei dimostrato all’al­tezza. Mi scusai con il consiglio di amministrazione e uscii dalla sala. Volevo rispondere e far vedere i sorci verdi a chiunque stesse cercando di fregarmi.

«P… Phil… sigh… son… sono mamma…»

La voce era rotta dall’emozione e smozzicava le parole. Cio­nonostante la riconobbi all’istante.

«Mamma?»

Non ci potevo credere. Quella era davvero mia madre!

«S… sì, Phil… c’è… sigh… c’è una cosa che devo dirti… sigh…»

«Mamma, non capisco niente, come hai fatto a… no, lascia perdere… calmati un attimo e dimmi che succede…»

I singhiozzi continuarono. Iniziai a preoccuparmi: conosce­vo mia madre e sapevo che poteva andare avanti a piangere per ore. Finalmente, dopo un po’, sembrò calmarsi.

«Devo dirti una cosa importante, Phil.»

«Questo l’ho capito, mamma, altrimenti non avresti telefo­nato in lacrime. Che succede?»

«Ti ricordi di Sam? Sam Banks, quel ragazzino che abitava in fondo…»

«Sì, mamma, mi ricordo benissimo di Sam. Era il mio mi­gliore amico quando eravamo bambini, come potrei averlo di­menticato?»

«Oh… bene… ecco, riguarda lui…»

«Mamma, potresti arrivare al sodo? Ho interrotto una riu­nione importante per risponderti, non ho tutto il giorno.»

«Ah! Ehm… be’ … ecco, sì… be’… è morto.»

«Morto? Come, morto?»

«Me l’hai detto tu di essere diretta, eh! Adesso non prender­tela con me!»

«Ma no, mamma…»

Come era capace lei di rigirare la frittata in una discussio­ne…

«… è solo che è una notizia inaspettata. Come è successo?»

«Si è sparato. Ecco, l’ho detto. Si è suicidato. È per questo che sono così sconvolta. Pensare che quel ragazzo, della tua stessa età, si sia suicidato. Oddio, no no, non riesco neanche a pensarci. Potevi esserci tu al posto suo…»

«Adesso non esageriamo, mamma. Io non ho mai pensato di suicidarmi.»

«Be’… ok, però… insomma, son cose che a una madre dan­no da pensare…»

Sapevo che se le avessi dato corda sarebbe potuta andare avanti all’infinito. Cercai di tagliare corto.

Mi feci dare gli estremi di quando e dove si sarebbe svolto il funerale e riattaccai.

Tornai dentro e cercai di riprendere il filo del discorso. La mia mente, però, andava per conto suo. Anche se avevo cercato di essere pragmatico al telefono, quella notizia mi aveva colpi­to. La morte di Sam mi aveva aperto una ferita nel cuore. Tutte le marachelle, gli scherzi, i giochi, che avevamo fatto insieme da bambini, mi passavano davanti agli occhi.

Sam rappresentava un pezzo della mia vita. Quel periodo dell’infanzia in cui si era felici anche solo per il sole che si vede fuori dalla finestra la mattina. Quando ci si sentiva invincibili, capaci di cambiare il mondo con un solo schiocco di dita. Pri­ma che la vita, quella vera, facesse irruzione con tutta la sua terrificante realtà.

Ora Sam era morto e a me sembrava di aver improvvisamen­te perso un pezzo della mia anima.

Non so bene cosa dissi durante il resto della riunione. Mi accorgevo di essere spesso distratto e che il mio sguardo torna­va sempre a fissarsi sulla piccola cicatrice che avevo nel palmo della mano destra, ma senza vederla veramente. Semplicemen­te la mia testa non era lì.

Rimasi in quella condizione di smarrimento per tutto il viag­gio di ritorno.

Continuavo a pensare a Sam e al fatto che ci eravamo persi di vista, al tempo passato insieme e a quello che avremmo po­tuto fare se le nostre strade non si fossero separate. Per fortuna venni portato in aeroporto da una macchina con autista e non dovetti guidare io, altrimenti avrei quasi sicuramente fatto un incidente.

Ci sarebbe mancato solo quello. A mia madre sarebbe venu­ta una sincope!

Entrai in casa mia con una sensazione di vago sollievo.

Avevo bisogno di routine, di una sana tranquillità dome­stica. Sentivo la necessità di essere circondato da cose che conoscevo, che avevo sotto gli occhi tutti i giorni. Era come il jet-lag. Ero fuori fase rispetto al mondo attorno a me e avevo bisogno di un attimo per tirare il fiato e rimettermi in sincrono.

Mi sedetti sulla mia poltrona preferita e probabilmente mi appisolai. Quando mi svegliai fuori si era fatto buio. Una lucet­ta rossa mi faceva l’occhiolino a fianco del telefono.

Mi alzai e schiacciai il tasto play della segreteria. Mancando da casa da quasi una settimana mi aspettavo che si fossero ac­cumulati un bel po’ di messaggi.

Molti erano pubblicità di compagnie telefoniche e di gente che aveva riattaccato quando aveva sentito: «Salve, non sono in casa…» Prestavo poca attenzione alla segreteria mentre mi ver­savo un goccio: armagnac invecchiato quindici anni in botti di rovere. Non ho molti vizi, ma i pochi che ho cerco di coltivarli come si deve. In ogni caso non mi aspettavo nessuna chiamata importante. Per le urgenze c’era il cellulare. Poi sentii la sua voce.

La voce di Sam.

Mi invitava ad andare a pesca con lui in onore dei bei vecchi tempi. Diceva che aveva voglia di rivedere il vecchio laghetto delle papere, quello dove andavamo d’estate a fare il bagno, anche se era proibito. Non sembrava cambiato neanche di una virgola, aveva la stessa voce squillante e allegra di tanti anni prima.

Fu un pugno alla bocca dello stomaco. Mi fece così male che il bicchiere mi cadde dalle mani e si infranse sul pavimento.

Un istante dopo mi ritrovai seduto a terra, la schiena contro il muro. Piangevo con la faccia tra le mani.

Se fossi stato a casa quel giorno. Se avessi detto che sì, ero ben lieto di accettare il suo invito, che ci saremmo potuti tro­vare per andare a pesca insieme, sarebbe cambiato qualcosa? Sarebbe morto lo stesso?

Invece ero dall’altra parte degli Stati Uniti a fare il culo a un gruppo di manager arrivisti di cui non mi fregava un acciden­ti. Idioti che non erano neanche capaci di essere abbastanza stronzi quanto il loro lavoro richiedeva.

Cancellai tutti i messaggi tranne quello.

Riascoltai la registrazione almeno una decina di volte.

Ogni volta ripetendomi fino allo sfinimento che se anche fossi stato a casa, probabilmente non sarebbe cambiato nulla.

Me lo dicevo e me lo ridicevo.

Forse avrei potuto convincere gli altri, in fondo era così che mi guadagnavo da vivere, ma non potevo riuscire a convincere me stesso.

Cominciai a bere e smisi solo quando non c’era più niente da versare. Mi addormentai sulla poltrona con ancora il bicchiere in mano.

Sognai, o meglio ricordai, una delle tante avventure che io, Sam e suo fratello Derek avevamo vissuto da bambini. A quei tempi eravamo inseparabili e dopo aver trovato, chissà come, una copia de I Tre Moschettieri di Dumas, lo eravamo diventati ancora di più.

Sam era D’Artagnan, era lui il leader carismatico del grup­po, era lui a guidarci nelle nostre avventure, lui a cacciarci nei guai, ma anche a tirarcene fuori.

Io ero Athos, perché mi piaceva come l’autore lo aveva de­scritto: fiero, leale, sempre pronto a fare la cosa giusta.

Derek era, infine, Aramis, quello che cercava sempre di farci ragionare e di non farci cacciare nei guai, anche se non sempre gli davamo ascolto. Ci mancava un Porthos, ma eravamo solo in tre e ci andava bene così.

Avevamo appena finito di leggere tutti e tre il libro di Dumas ed eravamo elettrizzati. Talmente esaltati che, forse, pensava­mo di esser gli unici tre amici in tutto il mondo ad averlo letto e che contenesse un messaggio destinato solo a noi. Non passò molto prima che ci mettessimo in testa che avremmo salvato il mondo e compiuto imprese eroiche.

Non avevamo grandi mezzi, però, così cominciammo con quello che avevamo sotto mano. Chiedevamo continuamente a tutti se avevano bisogno di aiuto per qualcosa. La gente, natu­ralmente, non ci prendeva troppo sul serio e credeva cercassi­mo solo qualche lavoretto, così, al massimo, ci offriva di farci ridipingere una staccionata per un paio di dollari.

L’occasione giusta capitò dopo circa una settimana.

Qualcuno aveva appeso degli avvisi ai pali della luce e alla fermata dell’autobus: era sparito Sparky, un labrador di sette anni.

Finalmente una missione che solo noi potevamo portare a termine.

Per prima cosa recuperammo i nostri walkie-talkie da casa, poi ci sparpagliammo per la cittadina e la campagna circostan­te. Sempre in contatto, per evitare di controllare un posto già ispezionato da un altro, setacciammo palmo a palmo tutta la zona per giorni.

Il terzo giorno Derek ci chiamò.

L’aveva trovato nascosto e spaventato sotto un cespuglio, in una zona del bosco dove nessuno andava mai.

Sulle prime non eravamo sicuri che fosse proprio il cane che cercavamo. Aveva tutto il pelo arruffato, era ricoperto di fango dalla testa ai piedi e smagrito. Soprattutto aveva una grossa ferita a una zampa posteriore che gli impediva di muoversi. Probabilmente aveva avuto un incontro poco felice con un ghiottone o qualche altro animale selvatico.

Il fatto era che non ce l’avremmo mai fatta a trasportarlo di peso, anche se ci fossimo messi tutti e tre insieme.

Fu Sam, come sempre, a prendere le redini della situazione.

Era come se avesse una dote naturale, un’autorevolezza che ti faceva capire che lui sapeva quello che faceva e che le sue deci­sioni erano le migliori.

Disse a Derek di andare a prendere la mia carriola e di attac­carla dietro una bici, poi di tornare lì il più in fretta possibile. Era una idea brillante. In quel modo caricammo il cane sulla carriola e lo portammo fuori dal bosco, poi, attaccato alla bici, tornammo in città dandoci regolarmente il cambio quando co­minciavamo a stancarci.

La padrona fu felicissima di riavere il suo Sparky e noi tre finimmo anche in un articolo sul giornale locale, con tanto di foto. Eravamo degli eroi.

Ed eravamo certi che quello fosse solo l’inizio.

Quella sera stessa, nella casetta sull’albero che ci eravamo costruiti con quattro assi malmesse e qualche telone di plastica e che era diventata il nostro quartier generale ormai da diversi anni, facemmo un patto. Uno per tutti e tutti per uno, era quel­lo il motto dei moschettieri. Eravamo sempre stati inseparabili anche senza giurarcelo, ma sentivamo il bisogno di qualcosa di solenne per suggellare l’inizio di quella nuova avventura.

Con un coltellino svizzero ci facemmo tutti e tre un taglietto sul palmo della mano destra, poi ce la stringemmo.

Eravamo certi che un patto di sangue come quello non sa­rebbe mai potuto essere spezzato.

Quando mi risvegliai era già mattina.

Pensai subito di essere in ritardo per il lavoro, poi arrivò il mal di testa. Un’intera squadra di operai che mi trivellava il cranio con dei martelli pneumatici. Decisamente non sarei ri­uscito a combinare niente quel giorno. Chiamai in ufficio e mi diedi malato. Non c’era bisogno di recitare perché la mia voce sembrasse quella di uno che stava per tirare le cuoia.

Andai in bagno e cercai di darmi una sistemata. Avevo an­cora addosso i vestiti della sera prima, ormai tutti spiegazzati, e i capelli arruffati come se fossi appena uscito da un incontro di lotta libera.

Provai a lavarmi i denti per togliermi quel sapore schifoso dalla lingua, ma appena misi lo spazzolino in bocca dovetti abbracciare il water. Mi consolai pensando che mi ero tolto un po’ di roba dallo stomaco e forse il mal di testa sarebbe migliorato.

Quando tornai in salotto, la spia della segreteria era ancora lì che mi faceva l’occhiolino.

Sapevo che se avessi schiacciato il tasto play sarei stato risuc­chiato di nuovo dal vortice che mi aveva afferrato la sera prima, ma non potei impedirmelo.

Poi notai qualcosa di strano. Forse in quel momento ero tal­mente fuori fase da vedere cose che non c’erano o, forse, la sera prima ero troppo sconvolto per farci caso. Il fatto era che, secondo la segreteria, il messaggio di Sam era stato lasciato alle 12.07 am.

Ricontrollai con l’orologio l’ora della segreteria: era giusta. A volte capitava che andasse via la luce e si resettasse, ma non in quella occasione. Non era né indietro né avanti.

Quello che non tornava era che sapevo che Sam era morto dall’altra parte del paese verso le 11.30. Con una differenza di fuso orario di ben tre ore voleva dire alle 8.30 ora locale! Come poteva aver chiamato alle 12.07?

No, c’era qualcosa che non andava.

Doveva esserci una spiegazione. Eppure, più ci pensavo, più cercavo di razionalizzare la cosa, di ricondurla nei parametri della normalità, più mi sembrava strana. Sospetta.

Alla fine, per aver ragione del mio subconscio che continua­va a tormentarmi, fui costretto a fare una telefonata. Chiamai Derek, come parente prossimo lui forse poteva saperne di più su quanto successo.

Rispose al terzo squillo e, forse, sarebbe stato meglio se non l’avesse fatto.

Mi confermò tutto quanto. L’orario e la modalità della morte.

L’assenza di biglietti d’addio, ma la quasi certezza che si fos­se trattato davvero di suicidio.

Mi disse che aveva fatto lui il riconoscimento del corpo alla polizia e condì il tutto con una serie di particolari raccapric­cianti. Sapevo che esercitava da diversi anni come dottore e forse per lui era normale, avendo studiato medicina, ma, cavo­lo, poteva risparmiarsi di descrivermi nei dettagli il foro d’usci­ta del proiettile dalla tempia destra.

Con la testa che ancora martellava e lo stomaco non del tutto a posto, quella chiacchierata non fu proprio un toccasana.

Stavo per riattaccare, quando Derek mi trattenne. Mi disse che la polizia aveva quasi finito le indagini. Visto che si trattava di una morte violenta, aveva anche svolto un’autopsia sul cor­po. Il funerale, comunque, sarebbe stato di lì a una settimana, avevano già fissato la data.

Derek mi chiese se potevo dire qualche parola durante la cerimonia. Risposi che non c’era problema, assicurai la mia presenza e salutai.

Forse distrarmi per non pensare alla faccenda della telefo­nata era la cosa giusta da fare. Così mi misi sotto per scrivere l’elogio funebre per Sam.

Nei giorni seguenti cercai di andare avanti con la mia vita, di lasciare da parte la tragedia di Sam, come se non fosse successo nulla. Lavoro, casa, casa, lavoro. Vedevo la data del funerale avvicinarsi, eppure fingevo di non provare nulla, come se fosse un qualsiasi appuntamento, nulla più.

Forse credevo che quello fosse il modo migliore perché non venissi travolto dai sensi di colpa per non esserci stato quando lui, probabilmente, aveva bisogno del mio aiuto.

In realtà, sotto quella patina di normalità, la cosa mi aveva toccato molto più di quanto tentassi di non dare a vedere o di ammettere anche con me stesso. Ero distratto, come se non mettessi a fuoco nel modo giusto. Sul lavoro dovevano ripeter­mi le cose sempre due volte, dimenticavo fogli e incartamenti in giro.

Ogni tanto mi fermavo a pensare a cosa sarebbe successo quella domenica al funerale: mi sarei comportato come un automa? Come se quel cadavere nella bara non appartenesse al mio migliore amico di un tempo? Oppure avrei rotto ogni indugio e di fronte a tutti mi sarei messo a piangere come un bambino, come quando avevo sentito la sua voce registrata sul­la segreteria? Non lo sapevo e, soprattutto, non riuscivo a fare previsioni.

Quel sabato ero così concentrato sul giorno seguente, assor­bito da tutti quei pensieri, che non riuscivo a prestare atten­zione a nient’altro. Anche al lavoro se ne accorsero e quasi mi costrinsero a uscire prima.

Quando rincasai mi tolsi la giacca e mi allentai la cravatta, sbottonandomi il colletto della camicia come facevo sempre. Andai in cucina e accesi la luce, aprii il frigo per prendere una bottiglia d’acqua e presi un bicchiere dal lavello.

La consapevolezza mi colpì come un maglio. Così forte che per poco il bicchiere non mi cadde di mano.

Non ero solo.

In salotto vi era qualcuno, seduto sulla mia poltrona prefe­rita.

Aprii subito il cassetto delle posate e presi il coltello più grande che avessi per usarlo come arma. Poi tornai in salotto.

C’era un uomo seduto sulla mia poltrona, perfettamente im­mobile e del tutto in ombra. Avanzai di qualche passo verso di lui e con la mano libera cercai a tastoni l’interruttore della luce. Solo allora quell’individuo parlò.

«Aspetta, Philip. Per favore non accendere la luce… non ancora. Prima devo parlarti» disse la voce di Sam

 

C’era un uomo seduto sulla mia poltrona, perfettamente im­mobile e del tutto in ombra. Avanzai di qualche passo verso di lui e con la mano libera cercai a tastoni l’interruttore della luce. Solo allora quell’individuo parlò.

«Aspetta, Philip. Per favore non accendere la luce… non ancora. Prima devo parlarti» disse la voce di Sam.

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