wetwaredi Alessandra Daniele

Il premier ridacchia.
La risatina chioccia continua a ripetersi in loop.
Il tecnico lo osserva.
– Quando s’è bloccato?
– Poco fa, in elicottero – risponde il pilota – siamo dovuti atterrare a metà strada. Quanto ci vorrà a sistemarlo? Siamo già in ritardo.
– Vi conviene annullare il volo.
– Con quale scusa?
– Un problema tecnico.
Il pilota sgrana gli occhi.
– Vuole che dica la verità?
– Un problema tecnico all’elicottero.
Dà un’occhiata sbieca al pilota.
Poi afferra il cranio ghignante del premier.
– Cambia la testa come si faceva con quello vecchio?
– Con questo modello non si può, non è smontabile – esrae un bisturi, incide un tassello di cuoio capelluto sulla nuca del premier e lo asporta, scoperchiando un piccolo schermo. Lo pulisce dal sangue denso e scuro – Tutto il rivestimento esterno è wetware organico, coltivato da cellule di maiale.
– Perché maiale?
– Il DNA è simile a quello umano, ma più facile da manipolare.
Il tecnico comincia a digitare sul piccolo touchscreen.
La testa del premier continua a ridacchiare.
– Devo forzare il riavvio.
Il pilota sbuffa.
– Adesso quelli della Lega pianteranno un casino per l’uso dell’elicottero di Stato. Se sapessero come usiamo davvero i soldi pubblici…
– Lo sanno – dice il tecnico, senza staccare gli occhi dallo schermo – sono stati al governo vent’anni. Anche il loro attuale leader è un nostro modello.
– Ah, ecco perché può stare in Tv ventiquattr’ore al giorno. Non dorme mai.
Il tecnico annuisce.
– Può continuare a parlare in Tv anche mentre è collegato al caricabatteria, purché resti seduto, e inquadrato a mezzo busto.
La testa del premier emette un blip.
– Cazzo, m’è partito un tweet.
– Che diceva?
– Niente, una delle solite frasi standard precompilate.
Il tecnico continua a digitare. Il ghigno s’interrompe.
La faccia del premier si contorce in una smorfia innaturale.
– Questo tessuto organico è troppo molle – commenta il pilota – continua a deformarsi.
La faccia si rilassa di colpo. Le guance grassocce crollano pendule.
– Si sta riavviando.
Il touchscreen s’oscura. Al centro compare il simbolo d’una batteria.
Il tecnico alza gli occhi al cielo.
– Cosa c’è? – Chiede il pilota.
– È scarico.
– Di nuovo? L’abbiamo caricato prima di partire.
– La batteria è bollita.
– Cambiamola.
– Non si può. Le ho già detto che quest’ultimo modello non è smontabile.
– Cosa facciamo allora?
– Bisogna riportarlo alla fabbrica, e cambiarlo con un altro uguale.
– Dove?
– In Ucraina.

[Chi fosse interessato a un mio ottomarzolino parere a proposito di sessismo e serie Tv, lo trova qui]

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