di Sandro Moiso

isis Da più di trent’anni i miei destini sono legati a quelli degli ISIS, Istituti Statali di Istruzione Superiore. La vicinanza della sigla a quella dell’attuale Islamic State of Irak and Syria è casuale e devo dire che se anche la seconda sigla è sbandierata come simbolo di terrore universale, la prima ha visto scorrere una gran parte della mia vita. Non sempre la peggiore.

Anzi, devo dire che se ancora non ho fatto la scelta nomade di andare a vivere sotto i ponti di Parigi, che mi attirano più delle grandi piazze adibite ad oceaniche manifestazioni patriottarde, o di qualsiasi altra città, ciò è dovuto in gran parte agli allievi ed allieve degli Istituti Tecnici e Professionali in cui ho insegnato e tuttora insegno.

Allievi ed allieve che sempre più spesso non sono di origine italiana e che praticano la religione islamica: palestinesi, nord- africani, pakistani o arabi più in generale.
Allievi che spesso sono tra quelli più svegli, più attenti, più bravi e più incazzati.
Allievi ed allieve che sono ben lontani dall’ISIS, che criticano e che ritengono, soprattutto i palestinesi, un autentico nemico del popolo dell’Islam.

Sono anche, spesso, gli allievi che rifiutano di rispettare i minuti di silenzio in occasione della giornata della memoria. Giornata che molti di loro vorrebbero vedere dedicata anche ad altre vittime oltre che a quelle della Shoa. Per esempio alle migliaia di vittime civili palestinesi dei bombardamenti e delle rappresaglie israeliane.

D’altra parte Primo Levi, che temeva il gran mercato che si sarebbe poi fatto della memoria e della testimonianza, nella prefazione “ai giovani” dell’edizione scolastica Einaudi del 1972 del suo “Se questo è un uomo”, aveva scritto: “E’ passato un quarto di secolo (dall’anno, il 1946, in cui Levi scrisse il suo diario di prigionia), e oggi ci guardiamo intorno e vediamo con inquietudine che forse quel sollievo (per la fine della guerra e la sconfitta del nazi-fascismo) era stato prematuro. No, non esistono oggi in nessun luogo camere a gas né forni crematori, ma ci sono campi di concentramento in Grecia, in Unione Sovietica, in Vietnam, in Brasile. Esistono quasi in ogni paese, carceri, istituti minorili, ospedali psichiatrici, in cui, come ad Auschwitz, l’uomo perde il suo nome e il suo volto”.

In seguito sarebbero venuti il Cile, l’Argentina, Long Kesh, Abu Ghraib, Guantanamo, la scuola Diaz e quel grande carcere a cielo aperto che è diventata oggi la striscia di Gaza. Di cui a scuola si parla molto meno o, meglio, non si parla per nulla.
Io racconto loro delle mie possibili e lontane origini ebraiche. Di come il mio cognome sia reperibile soltanto in Piemonte e sia originario del Monferrato e della zona di Asti, che fu in età moderna un’area in cui gli ebrei poterono fin ad un certo punto vivere in pace. Proprio per quello a cavallo tra ‘500 e ‘600 una grossa comunità ebraica polacca, i Moise, si era lì tasferita per sfuggire ai locali pogrom cattolicissimi e cristiani.1

Poi con l’istituzione dei ghetti nel corso del ’700 per volontà della dinastia Savoia, la stessa che precedentemente aveva favorito per motivi economici l’afflusso di ebrei nei suoi domini piemontesi, molti preferirono modificare il patronimico e convertirsi per usufruire di maggiore libertà, anche di iniziativa economica. Da lì, molto probabilmente, il mio cognome attuale. Anche se mio padre non ne sapeva nulla e i miei nonni nemmeno. Semplicemente un caso di identità rimossa. Per paura, per necessità, per convenienza: chi lo saprà mai.

Un bell’esempio però di come la violenza razzista e statale operi sulle comunità e sulle identità. E sulla memoria. Perché va ricordato soltanto ciò che conviene.
Il resto deve essere cancellato e annullato.
La memoria di classe, il ricordo delle lotte, ma anche il nome e la religione e la cultura degli antenati. Una violenza culturale e psicologica, allo stesso tempo, che, privando gli individui e i gruppi di una propria identità li vuole sottomessi al potere e alla disciplina di classe o di razza.

Una bella schifezza insomma. Che si manifestava ieri con l’obbligo per gli ebrei di convertirsi per salvaguardare vita, diritti e proprietà, ma che oggi si spinge, non solo con le baggianate leghiste ma anche con le più subdole premesse “democratiche e progressiste”, a privare lo straniero della sua lingua (“Devono imparare l’italiano!”), della sua cultura2 e religione. Senza per altro donargliene una nuova (la cittadinanza per tutti o l’integrazione nel mondo del lavoro attraverso un contratto stabile).

Alla Renault di Flins, negli anni sessanta e settanta, gli operai non erano musulmani o cristiani, arabi o francesi, erano classe operaia in lotta. Quella era un’identità più forte. Che oggi non c’è. Così come non esiste più una sinistra internazionalista che sappia proporre altre prospettive alla rabbia delle periferie urbane. Mentre gli effetti dell’esclusione si fanno sempre più spesso sentire anche nell’istituzione che dovrebbe, almeno formalmente, contribuire più di ogni altra all’integrazione culturale: la scuola.

Ho avuto un’allieva palestinese che si è diplomata con ottimi voti. Accanita lettrice, apprezza Proust e molti altri autori del ‘900 europeo. La sua famiglia, originaria della Cisgiordania, è laica, ma lei, invece, porta il velo sulla testa e rivendica con quello ed una piccola spilla con la bandiera palestinese la sua identità, anche se il padre le ha consigliato di leggere la “Storia della rivoluzione russa “ di Lev Trockij.

Chiamiamola per comodità Rula. Ogni tanto mi scrive ancora delle mail per commentare i tragici fatti della storia attuale. Ad agosto, durante l’offensiva di terra su Gaza: “Sa che le dico? La Palestina è sola, anche al suo interno è divisa e quando si difende viene definita terrorista. Possiamo contare soltanto su noi stessi, perché beh, se l’avesse voluto, il mondo ci avrebbe salvati già da tempo”.

Oppure: ”Proprio ieri sera in un nuovo programma televisivo ne hanno parlato (della possibilità di una guerra allargata). Un programma se posso dirlo, schifoso e opportunista come in fondo quasi tutti, presi in mano da gente estremista, razzista che non fa altro che criticare gli immigrati e dar loro la colpa per la crisi di questa Italia. Che cerca ti metter in cattiva luce l’Islam e lo critica come fosse una religione terrorista, retrograda, che si basa su principi primitivi, che la donna è sottomessa e bla bla bla, insomma le solite cose che escon fuori dalla bocca degli stolti”. E dopo la manifestazione in cui, a Parigi, il peggior sciovinismo francese ed europeo è andato a braccetto con i probabili finanziatori medio orientali dell’ISIS: “di quale libertà parlano? Di una libertà vigilata sempre sappiamo da chi? “.

Uso le sue parole per trasmettere uno stato d’animo, non per esporre un’opinione anche solo pre-politica. Uno stato d’animo che si manifesta anche attraverso una sciarpa, riproducente la bandiera palestinese, annodata ad un montante della libreria di casa mia. Me l’hanno regalata due gemelli palestinesi della mia scuola, Suad e Bashir, che mi riconoscono come uno dei pochi insegnati con cui possono parlare del loro paese (dove vivono nonni e zii e da cui sono tornato sconvolti dopo un viaggio estivo per la brutalità dei controlli dell’esercito israeliano) e della loro musica. Figli di un ingegnere, sono nati in Italia; la madre è italiana e parlano a malapena l’arabo. Ma si sentono PALESTINESI.

Infine ancora una storia. Questa volta sulla mentalità italiana. Ancora due gemelli palestinesi della mia scuola (ci sarebbe da iniziare uno studio sulla genetica della gemellarità tra i palestinesi), Ghassan e Samir. Anche loro figli di un medico. Un po’ più vivaci degli altri di cui ho parlato prima. Infatti uno dei due, Ghassan, in una discussione fattasi un po’ accesa a proposito di un voto assegnatogli da una professoressa, aveva alzato minacciosamente la voce con la stessa, avvicinandosi a lei con il viso.

Dal punto di vista dei rapporti scolastici, anche se tutti i compagni hanno poi dichiarato che effettivamente il voto era immeritato e l’interrogazione condotta con un po’ di accanimento, un episodio sicuramente spiacevole che necessitava,dal punto di vista formale dell’istituzione concentrazionaria scolastica una sanzione. Dal mio punto di vista non gran che, considerato che un mio caro amico, allora minorenne, fu espulso da tutte le scuole d’Italia per aver preso a calci, nelle cosiddette parti intime, il vice preside del suo istituto tecnico mentre questi cercava di sfondare il picchetto dello sciopero studentesco durante le lotte dei primi anni settanta.

Oppure considerato anche l’episodio in cui, negli anni novanta, in un istituto tecnico alla periferia di Torino, mani ignote staccarono dal muro dei bagni maschili, posti al primo piano dell’edificio scolastico, un lungo e pesante lavabo che, con estrema perizia, fatto passare attraverso la finestra precipitò sul cofano dell’automobile del più odiato professore di elettrotecnica. Degli allievi della classe probabilmente coinvolta in quell’episodio conservo ancora una placca d’oro con i loro nomi e il loro riconoscimento al sottoscritto e per molti anni li ho ancora frequentati, senza scandalizzarmi più di tanto.

Beh, comunque, tornando a noi, la sanzione andava presa e quindi il consiglio di classe dovette riunirsi.
Già prima, qualche collega aveva mormorato che i due fratelli, che qualche problema con l’ordine costituito l’avevano già avuto, avrebbero un giorno potuto essere ideali militanti dell’esercito islamico. Peccato che io avessi già a lungo discusso con loro, parlando della storia novecentesca del Vicino Oriente, degli avvenimenti medio orientali e conoscessi quindi benissimo la loro avversione e quella della loro famiglia all’ISIS.

Ma questo non bastava. Dovevano essere per forza colpevoli. La sanzione doveva tener conto delle loro capacità tecniche nel picchiare (poiché iscritti, saggiamente, ad una palestra di arti marziali in cui poter scaricare le loro energie in eccesso e pulsioni), come affermava un collega, e la loro pericolosità sociale, come affermava il docente di religione che non avrebbe nemmeno dovuto intervenire visto che i due soggetti di certo non praticavano la religione cristiana.
Quindi: SOSPENSIONE! Di più giorni, con il solo mio voto contrario e due astenuti (anche se non avrebbero potuto farlo; cosa che invalidò poi il tutto agli occhi del preside, talvolta più saggio dei docenti).

Avrei potuto intitolare questo testo: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Mentre anche gli allievi di cui ho parlato potrebbero essere soltanto proiezioni letterarie della mia pluridecennale esperienza di insegnante, ma l’importante, per me, è cercare di sintetizzare il problema reale di tanti giovani immigrati o figli di immigrati: la perdita dell’identità, sostituita da una identità mitica, nazionalista anche là dove la nazione non c’è o non può ancora esserci. Un’identità che accetta una religione per rifiutarne un’altra, in un contesto in cui la cultura e la democrazia occidentale moderna, che dovrebbero affondare le loro radici nel pensiero illuminista e nella pratica egualitaria, hanno abdicato ai propri compiti tornando ad evocare i peggiori fantasmi nazionalisti, razzisti e fascisti, rischiando così di vederseli ritorcere contro dai nuovi enragés delle periferie meropolitane.

Per cui, proprio come Primo Levi, nel continuare il mio lavoro sarò felice se saprò che anche uno solo dei miei nuovi studenti “avrà compreso quanto è rischiosa la strada che parte dal fanatismo nazionalistico e dalla rinuncia alla ragione”. 3 E sarà messo nella condizione di comprendere autonomamente che tutti questi odi, manipolati ad arte, non sono altro che un modo per nascondere la contraddizione principale: quella tra le classi e tra capitale e specie umana.


  1. Maria Luisa Giribaldi e Rose Marie Sardi, Bele sì. Ebrei ad Asti, Editrice Morcelliana  

  2. Vorrei qui ricordare che i Vespri siciliani del 1282 finirono piuttosto male per gli angioini e che tale rivolta popolare sanguinosissima esplose proprio a partire dal tentativo di un soldato francese di strappare il velo dal volto di una donna palermitana (proprio come ricorda anche Michele Amari nel suo Racconto popolare del Vespro siciliano, Sellerio 1982)  

  3. Primo Levi, Prefazione del 1972 ai giovani in Se questo è un uomo, Einaudi, pag.7