sangue_e_plusvalore_fb [Pubblichiamo un estratto di Sangue e plusvalore (Imprimatur, 2015, pp. 208, € 15,00) il nuovo romanzo di orrore soprannaturale di Luca Cangianti ambientato nella Londra vittoriana e nella Parigi comunarda. Protagonista: Karl Marx]

Marx sollevò un sopracciglio: «Constantin vuol far credere di guadagnare nuove fette di un mercato in contrazione. Ma non è così! Almeno secondo le informazioni di Beck».
«Ma perché? Non riesco a capire».
«I motivi possono essere molti, ma di sicuro qualcosa non torna» fece Marx pensoso.
«Quattro incidenti mortali in un anno significa un quarto del numero complessivo a livello nazionale. Mi sembra un’enormità per un singolo stabilimento».
«Certo!» confermò il filosofo con ira. «E non è tutto: spesso la grande stampa non ha riportato le notizie. Il breve articolo che mi avete consegnato è una rarità, per di più proveniente da un giornale scozzese. La tabella che vi ho appena mostrato è compilata sulla base delle informazioni che ha raccolto Beck continuando a frequentare i compagni di suo fratello».
«Be’, forse la stampa è ancora concentrata sul matrimonio di Federico di Prussia con la principessa Vittoria».
«Al di là di qualche faziosità, il “Times” pubblica un deprimente e aggiornato bollettino di infortuni sul lavoro, includendo incidenti di entità ben inferiore a quelli cui ci troviamo di fronte. La stessa polizia britannica, devo ammettere, svolge diligentemente le indagini. Ma in questa specifica circostanza non è così. Mi risulta che i casi siano aperti e immediatamente archiviati come “incidenti fatali”. Non lo trovate strano?»
«Abbastanza».
«Ma la cosa più bizzarra non ve l’ho ancora detta» continuò Marx andando avanti e indietro per il soggiorno con le mani unite dietro la schiena. «L’altro ieri non riuscivo a trovare la giusta concentrazione per dedicarmi al mio… sì, al mio fottutissimo libro che mi sta dannando la vita, e ho pensato di andare a dare un’occhiata di persona a questi strani stabilimenti. Ho camminato per un’ora e mezza fino al Blackfriars bridge, ho attraversato il Tamigi e sono arrivato davanti alla Vulcan in Holland street. Mancavano una quindicina di minuti al suono della campana delle diciotto, era buio e l’illuminazione era scarsa. L’edificio sembrava un castello medioevale. La ciminiera, altissima come una torre maledetta, sbuffava vapore nero. Attutiti dalle mura di mattoni sporchi, udivo i tonfi delle presse e lo stridere dei congegni meccanici. Mi misi ad aspettare non lontano dal cancello, sotto un lampione. La campana suonò con un quarto d’ora di ritardo, ma per veder uscire gli operai dovetti attendere ancora una ventina di minuti. Pensai di morire dalla noia e temetti anche che la desolazione del luogo spingesse qualche disgraziato a puntarmi un coltello alla gola. Ma nell’ora scarsa di attesa non vidi anima viva, cosa che a Londra è davvero inconsueta. Infine, gli operai cominciarono a defluire lentamente, stremati. Assieme a loro c’erano anche alcuni giovani apprendisti e molti manovali dal colorito diafano. Mi accodai a un gruppetto di questi come provenissi da una strada laterale. Non essendomi preparato nessuna particolare strategia d’approccio, dissi che ero il corrispondente del “New-York Daily Tribune” (cosa vera tra l’altro, anche se quegli spilorci pagano una miseria!) e che stavo svolgendo un’indagine sugli infortuni nelle fabbriche di Londra. Quattro lavoratori si fermarono inebetiti proprio sotto un lampione ed ebbi quindi modo di chiedere che cosa ne pensassero degli incidenti dell’ultimo mese. “Quella macchina è come un mostro, signore, siamo disperati!” disse il più anziano con un filo di voce, mentre gli altri si allontanavano. Tuttavia, prima che questo tornasse fra i suoi compagni e uscisse dal cono di luce, notai una cosa che, vi confesso, mi provoca ancora i brividi. Forse sarà stato qualche riflesso del lampione, ma quell’uomo mi parve essere affetto da una malattia, o da una forma d’intossicazione, perché aveva l’iride fortemente scolorita, sicché i suoi occhi sembravano quasi interamente bianchi».
Marx continuava a parlare come un torrente in piena agganciando una deduzione all’altra: pronunciava la parola “dunque” come un colpo di timpano. Ma Daniel ormai non lo seguiva più. Era come una statua di pietra con i gomiti poggiati sul tavolo. Una folla di immagini confuse si accavallavano nella sua mente: quelle del suo delirio etilico nel quale aveva creduto di vedere Constantin con cavità bianche al posto degli occhi, quelle dei lavoratori appena descritti da Marx e quelle di Lucy al Red Lion. Così avvenente, ma così strana, con quello sguardo opaco. Scattò in piedi.
«Dottor Marx, dentro quella fabbrica sta succedendo qualcosa di strano, di malvagio. Dobbiamo avvisare la polizia, dobbiamo fare qualcosa! Subito!»
«Lo penso anch’io, ed è per questo che sono corso da voi. I capitalisti filantropi m’insospettiscono: sono sempre peggio degli altri. Se fanno qualcosa di buono è perché hanno un secondo fine o una magagna da nascondere. Ascoltate il mio piano».

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