di Alberto Prunetti

fontanarrosa[Segnalo una serie di libri usciti negli ultimi tempi, in cui si potrà individuare un filo comune di lettura. Ci sono testi di letteratura argentina e opere di narrativa e critica sociale. Più un Cd. ] A. P.

Roberto Fontanarrosa, L’area 18, 66thA2nd, Roma 2014, pp. 284, euro 17 (trad. di Chiara Muzzi)

Più sorianesco di Soriano. Non ci sono parole per descrivere altrimenti questo libro. Fontanarrosa me l’aveva segnalato un mio amico argentino, il tano Dante, e mi aveva anche fatto vedere un video con una delle ultime conferenze sulle “parolacce” dell’umorista rosarino, poco precedente la sua scomparsa. Ma il libro va veramente oltre le mie aspettative. Divertente, surreale, assurdo. Pieno di schiaffoni e cazzotti, come in certi film comici dell’epoca del muto. Di calcio, a dire il vero, ce n’è poco. Di quello giocato, intendo. Perché più che il calcio c’è la parodia del gioco, in questo libro. Con toni che a volte quasi mi hanno infastidito, quando seguono ironicamente il calco della virilità o del mito ancestrale del sangue. Ma è una forma di cultura di destra che Fontanarrosa, mentre la mette in scena, la spinge appunto fino al ridicolo della caricatura, dell’elefantiasi iperbolica, laddove finisce per gonfiarsi al punto di esplodere, come il vulcano di Congodia. Un libro da leggere, se avete amato Soriano. Non ve ne pentirete.

Roberto Arlt, Scrittore fallito, Sur, Roma 2014, pp.231, euro 15 (trad. di Raul Schenardi)

In realtà Arlt è stato tutto tranne che uno scrittore fallito e i suoi articoli giornalistici apparsi negli anni Trenta nei quotidiani portegni (da La Nación a El Mundo) erano seguiti da un pubblico attento, che spesso scriveva in redazione per comunicare allo scrittore le proprie impressioni. L’opera di Arlt sta in questi ultimi tempi conoscendo molte traduzioni in italiano, a causa dell’uscita dello scrittore dal regime del diritto d’autore. In questa raccolta troviamo alcuni racconti brevi, impreziositi da una postfazione di Raul Schenardi che mette in evidenza alcuni pregi della scrittura di Arlt, a cominciare dal suo gusto per il bricolage stilistico. Se vogliamo, Arlt è stato uno dei primi a dare fondamenta narrative in Argentina al giornalismo (e non è un caso che il giornalismo narrativo sia molto consolidato nel paese australe, come tecnica di scrittura). Certo, quello di Arlt non è ancora un vero e proprio genere ibrido, si sente quando scrive in forma letteraria e quando fa giornalismo, eppure alcune sue acqueforti, come alcuni suoi racconti brevi, brillano proprio per la ricerca di un punto di equilibrio nel bricolage tra tecnica narrativa di finzione, memoriale e reportage giornalistico.

ferrieraPia Valentinis, Ferriera, Coconino Press (Fandango), Roma-Bologna 2014, pp. 116, euro 15,50

Ho amato questo libro mentre lo leggevo, quasi già alla terza pagina. L’autrice me l’ha regalato dopo la presentazione del mio libro Amianto, a Cagliari. Ho accettato il regalo, senza sapere se davvero poteva entrare nella mia affollata lista delle letture a venire. Poi ho letto la quarta e mi sono reso conto che Pia Valentinis è una illustratrice per l’infanzia, una brava, vincitrice anche del premio Andersen. Incuriosito, ho aperto a caso e ho potuto ammirare delle tavole in bianco e nere, lineari e dinamiche, molto belle. Ho detto: vale la pena leggerlo. E l’ho rimesso in borsa. Poi sono andato nel bed and breakfast dov’ero ospitato e ho aperto la prima pagina. Due ore dopo sono arrivato all’ultima pagina. Commosso ed entusiasta. E’ una storia toccante, scritta dalla figlia di un operaio. Ho trovato molte somiglianze con la mia storia e questo forse può spiegare il mio entusiasmo, ma credo che chiunque leggerà questo stupendo graphic novel non potrà rimanere colpito dalla costruzione della storia, dalle soluzioni ogni volta diverse con cui l’autrice costruisce la pagina, dai toni a tratti umoristici, spesso drammatici che il bianco e nero di Pia Valentinis riesce a interpretare con grandi capacità narrative ed espressive. E’ la conferma che in Italia una nuova generazione di figli di operai sta costruendo una narrativa working class.

Salvatore Cannavò, C’era una volta la Fiat, Alegre, Roma 2014, pp. 12, euro 12

Una bella inchiesta sulla Fiat di Marchionne. Sui suoi giochi, sulle sue finte promesse, sui meccanismi di finanziamento e i progetti in corso di finanza creativa. Un libro sulla lotta di classe alla Fiat, condotta ormai da una parte sola con spirito arcigno, dalla parte di Marchionne. L’autore racconta, dopo un lavoro d’inchiesta tra gli operai, la difficoltà di vivere e lavorare a Mirafiori; racconta Pomigliano, dove è stato anticipato un progetto di distruzione del contratto nazionale dei lavoratori che è in corso d’estensione in tutta Italia; racconta il tramonto di Termini Imerese e la chiusura della linea della Irisbus (da poco descritta anche in un reportage di Iacona). E poi c’è la discriminazione contro gli operai sindacalizzati dalla Fiom (certificata dalle sentenze dei tribunali), gli aiuti di stato, le minacce di andarsene, quelle di rimanere, i giochini di comunicazione, i nuovi ritmi accelerati delle catene di montaggio, le narrazioni tossiche che vogliono gli operai come gente che sciopera per andare a guardarsi le partite (in piena correità con chi descrive gli operai vittime di incidenti perché cocainomani). Ci sono i salari degli operai che si contraggono e il profitto dei padroni e dei manager che si estende. Ci sono le delocalizzazioni e gli spot con Obama e il fallimento di Fabrica Italia e il debunking del cosiddetto “miracolo” della Crystler. Ci sono le sveglie alle cinque del mattino e la pausa pranzo spostata a fine turno o ridotta a poche manciate di minuti, per ingozzarsi come tacchini prima di ricominciare a obbedire alla catena e ai suoi ritmi. E’ la lotta di classe del padrone, che sotto il maglione, sempre più, segue il principio predatorio del nuovo capitalismo terminale: stay hungry, stay foolish, divora la vita da cui estrai profitto.

Andrés Ruggeri, Le fabbriche recuperate, Alegre, Roma 2014, pp. 190, euro 15, (traduz. di Dario Di Nepi).

L’autore è un antropologo argentino e usa un approccio militante, tipico della nuova generazione di studiosi rioplatensi. E’ un libro importante perché dalle fabbriche recuperate argentine abbiamo molto da imparare e da sperare. Anche perché l’esperienza argentina, sviluppatasi durante la crisi del 2001-2002  dalle lotte degli operai argentini della piccola e media impresa, ha ampi margini di sviluppo oggi in Italia, in Grecia e in Portogallo, laddove il padronato si prepari a astute formule fallimentari o minacci fughe verso paesi a miglior tasso di sfruttamento. Tra l’altro il libro racconta anche le esperienze di fabbriche recuperate prima della crisi del 2001 e arriva a descrivere il fenomeno fino ai nostri giorni, quando io stesso pensavo che il movimento avesse conosciuto delle esperienze di riflusso. Invece in Argentina negli ultimi due anni queste esperienze stanno aumentando, tra mille difficoltà e anche con alcuni buoni successi. Insomma, bisogna leggere questo libro e altri che esistono in italiano sul tema; bisogna guardare ancora una volta The Take e anche il mediometraggio argentino Grissinopoli merita una visione. Poi bisognerà che gli operai delle piccole e medie imprese (per le grandi il controllo operaio non è certo una cosa semplice) comincino a valutare questa possibilità: l’autogestione, il controllo operaio, la fabbrica recuperata. Pensiamo ai piccoli opifici, alle manifatture di vetro, di pelle, di ceramiche. Al tessile, pensiamo, alle operaie della Mabro di Grosseto che se ne stanno ancora fuori dai cancelli e non riescono a entrare nella “loro” fabbrica. Si può iniziare un ciclo di lotte che utilizzi come strumento anche l’autogestione operaia delle fabbriche in stato fallimentare? In Italia c’è chi ci sta provando (il Ri-Maflow a Milano, un birrificio a Messina, una fabbrica a Roma). E la speranza è che queste esperienze creino una rete, comincino a diffondersi, a espandersi, a replicarsi.  Anche perché, con questa crisi che c’è, i padroni sono un lusso che non possiamo mica più permetterci, no?

Stefano Boni, Homo comfort, Elèuthera, Milano 2014, pp. 217, euro 14

Sulla scia della critica all’alienazione della vita quotidiana messa in cantiere anni fa da Ivan Illich, Stefano Boni scrive un saggio molto interessante che analizza la scomparsa delle competenze e dei saperi artigianali e informali e le trasformazioni nel corpo e nei sensi prodotte dalle società ad alto impatto tecnologico. L’analisi, brillantemente, prende in considerazione i 5 sensi. In particolare sul gusto l’autore compie un’analisi puntuale e brillante, soprattutto nella dimensione dell’igienizzazione e della standardizzazione degli alimenti, con un appiattimento verso il basso dei sapori (bisognerebbe forse integrarla con una critica spietata dell’altra faccia della medaglia,ovvero quei tentativi di valorizzazione per nicchie abbienti e privilegiate di sapori in via di estinzione, a pagamento, tipo Eataly e soci, tentativi che vivono proprio del successo con cui i ceti popolari sono deprivati di gusto). Rilevanti sono anche le osservazioni sulla scomparsa dei saperi artigianali, delle conoscenze diffuse in campo botanico, della manualità. E non vanno dimenticate le trasformazioni sul corpo, la medicalizzazione tecnologica di pratiche un tempo diffuse come il parto demedicalizzato (con il suo fenomeno opposto, di nicchia e costoso, il parto naturale in casa, ancora una volta); la tendenza all’igienizzazione dei comportamenti che produce un’umanità priva di anticorpi, che si avvicina al mondo rurale solo attraverso qualche forma di schermatura (tipo i prodotti antizanzara), che classifica come “schifo” il mondo naturale e gli animali che non sono pet e le loro funzioni organiche, in una nuova ecofobia di massa. Ne emerge il quadro di una società ipertecnologica che si vanta di aver sconfitto le malattie e l’analfabetismo e che produce corpi malati, ossessionati dalla necessità di combattere grassi e colesterolo, esposti a vecchiaie fortemente medicalizzate, capaci di andare solo dove il navigatore gps li porta. Analfabetismo funzionale di ritorno e medicalizzazione della vita. E’ questo il risultato della vittoria su analfabetismo e malattia? Di miseria e precarietà, meglio non parlare.

chi scriveJulio Cortázar. Chi scrive i nostri libri. Lettere editoriali, Sur, Roma 2014, pp. 308, euro 16 (trad. di Giulia Zavagna).

Per chi si occupa di libri in maniera professionale, è sempre interessante scrutare i dietro le quinte dell’editoria. Soprattutto quando si ha a che fare con una leggenda come Cortázar e quelle lettere, in un’epoca in cui non c’erano le email, sono una testimonianza archivistica di tutto rilievo. Quella proposta da Sur è una selezione nel mare magnum dell’epistolario dello scrittore argentino, che prende in considerazione stavolta le lettere “editoriali” (un altro volume apparve qualche tempo fa, con le lettere agli amici scrittori). Indubbiamente sorprende il fastidio di Julio verso i suoi editori e il senso di sbigottimento verso gli italiani; è comprensibile l’amicizia con il suo traduttore e agente, ma quello che colpisce di più è assistere, dietro le quinte, alla creazione di quelle strane creature verdi che diventeranno note universalmente come i cronopios.

Alan Pauls, Storia del denaro, Sur, Roma 2014, pp. 233, euro 15 (trad. di Maria Nicola)

La storia del denaro chiude una trilogia narrativa di Alan Pauls, iniziata con la Storia delle lacrime e proseguita con la Storia dei capelli. Se quest’ultimo libro mi aveva colpito per l’idea narrativa, non mi aveva però impressionato per com’era stata elaborata. Con quest’ultimo episodio però l’autore scrive un’opera molto interessante, intrecciando genealogia familiare e flussi di denaro, sangue e equivalente universale, a partire dagli anni Settanta argentini (raccontati però con una prospettiva lontana dalla politica). Ne esce tra altre cose una figura intrigante di un padre ossessionato dal denaro, che tratta però in maniera vitalistica e dispersiva e che muore in un ospizio a un passo dal poker (con un tris in mano e la quarta carta che lo aspetta sul mazzo, su cui ha posto la mano). (PS: Colgo l’occasione per ringraziare Alan Pauls per aver coniato una delle più belle definizione del lavoro di traduttore, che pratico regolarmente: quella di un “contrabbandiere di cultura”).

 

giodiceCristian Giodice, Quando ammazzarono i precari, Lorusso Editore, Roma 2014, pp. 185, euro 10

La narrativa sul precariato è ormai un segmento che ha una sua stabile continuità editoriale, al punto che si può dire, con un certo cinismo, che continuerà a tempo indeterminato. Sulla scia di una serie infinita di lavori e di mansioni, a cui l’autore fa riferimento nei ringraziamenti, c’è sicuramente tanta esperienza personale nel romanzo di Cristin Giodice, Quando ammazzarono i precari. Storia di una fatica esistenziale, oltre che professionale, storia del lavoro e della fatica di raccontare la propria storia, tipica di tanti precari, che l’autore incarna nel personaggio del “delinguato”.

Alessio Lega, Mala Testa, 2013, CD musicale, euro 10

Ho ascoltato con passione Resistenza e amore di Alessio Lega e sono un lettore dei suoi articoli dedicati alle storie dei cantautori su A rivista anarchica, dove ho scoperto l’esistenza di cantastorie sconosciuti alle mie orecchie di disattento ascoltatore di musica. Non sono un melomane, non è un segreto. In genere quando un disco mi piace, lo ascolto in loop, a ripetizione, fino a quando mi viene a noia. Per ora però non mi viene a noia questa bellissima prova di Alessio Lega, che ha registrato una lunga serie di brani, scritti negli ultimi anni. Brani in cui colpisce innanzitutto la maestria del paroliere, la capacità di Alessio di far legare rime semplici, per poi rilanciarle in rimandi su schemi più complessi, interrotti poi dal recitativo, per ripartire in rima su una struttura metrica diversa. Colpiscono in pieno la mia sensibilità alcuni brani sul lavoro, dai vecchi sfruttati, come le mondine delle risaie vercellesi, fino ai nuovi sfruttati, i migranti di Piazza della Loggia (dove il tema della protesta dei lavoratori clandestinizzati è legata al buco nero della stagione delle bombe di stato) o a Spartaco, un pezzo epico che lega la figura di quel meraviglioso eroe del passato, già icona del socialismo internazionale, coi nuovi schiavi del capolarato e i lavoratori della logistica. Un grande album, che spero possiate ascoltare dal vivo, con i bei duetti tra Alessio Lega e il suo fisarmonicista Giulio Baldoni.

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