di Danilo Arona

TelefonCome in un romanzo di Alan D. Altieri degli anni Ottanta. Come in una spy story del decennio precedente. Come molti thriller apocalittici degli ultimi anni che ipotizzano il collettivo crollo sistemico. E pure come i palinsesti televisivi più di tendenza. E’ impossibile non notare, all’insegna del Caos e del Caso, che la minaccia lanciata dall’ISIS a tutto l’Occidente si fonda (anche o soprattutto, ottima discussione…) sulla riattivazione archetipale di un immaginario preesistente alla nascita dell’autoproclamatosi Califfato. Purissimo horror, tanto nella forma che nella sostanza: le decapitazioni che diventano serial con personaggi e “divise” fisse e un Uomo Nero che non proviene (purtroppo) da Elm Street e che si è dato il compito di infestare gli incubi occidentali.

Al tutto va aggiunto un coming soon, linguisticamente efficace, dal titolo Flames of War, sottotitolo Fighting is just begun, con tanto di ralenti, slow motion ed effetti speciali visivi e sonori, in cui vediamo militanti fondamentalisti colpire mezzi e soldati americani. Assieme a questo filmato sono stati diffusi messaggi che incitano ad attaccare il cuore dell’America, nello specifico a New York e a Las Vegas. Mentre ci s’interroga quanto reali siano le minacce (ma l’esperienza passata insegna che lo sono…), la mente cinefila va a un film degli anni Settanta di Don Siegel che s’intitolava Telefon, nel quale cellule dormienti sotto ipnosi – nel caso filmico provenienti dall’Unione Sovietica – venivano attivate per compiere attentati mediante una telefonata in cui si ascoltavano i versi di una poesia di Robert Frost, ovvero Stopping by Woods on a Snowy Evening (I boschi sono belli, oscuri e profondi, ma ho promesse da mantenere e molte miglia da percorrere prima di dormire), che funzionavano da segnale decodificatore per “svegliare” l’attentatore. Il riferimento non è affatto casuale, perché come in Telefon, si trasmette come dato acquisito che ci siano migliaia di dormienti stranieri, tanto negli USA che in Europa, pronti a entrare in azione a un determinato segnale, nel caso dell’ISIS ovviamente trasmesso via Rete dai canali internazionali.

Tre settimane prima della diffusione di Flames of War si è visto un filmato analogo intitolato Ai lupi solitari in America, come costruire una bomba nella vostra cucina e provocare scene di orrore nei siti turistici e in altri obiettivi, in cui si consigliavano come obbiettivi siti turistici come Times Square o altre località nel Texas, o qualsiasi stazione della metropolitana. Il filmato è stato decisamente preso sul serio dal capo della polizia di New York, Bill Bratton, che ha subito alzato il livello di guardia in tutta la Grande Mela. I commentatori al proposito non hanno avuto dubbi. Messaggi del genere presuppongono l’esistenza, tanto in America che in Europa, di cellule dormienti. Esattamente come in Telefon, peraltro tratto da un romanzo del ’75 di Walter Wager. Gente che conduce una vita normale e anonima, e non necessariamente di nazionalità orientale dato che tremila occidentali militerebbero nelle fila dell’ISIS: non si spiegherebbe infatti la presenza di istruzioni su come costruire bombe casalinghe utilizzando materiali comuni a portata di mano nelle abitazioni come candele, zucchero, candeggina e fiammiferi. Bombe rudimentali in grado di causare molte vittime, ma che possono diventare altrettanto pericolose per chi le fabbrica. I kamikaze solitari dell’Islam non sono peraltro una novità, anche in Italia, come ricorda il caso, stranamente dimenticato, di Mohammed Game, un libico di 35 anni che si fece esplodere nel 2009 davanti alla caserma Santa Barbara a Milano.

Se le cose stanno effettivamente così, ovvero una quantità numericamente indefinita pronta a entrare in azioni dietro l’input di un segnale attivatore e dato per scontato che l’Europa e l’America per altri versi sono due colabrodi nei quali infiltrarsi è piuttosto facile, c’è soltanto da sperare che l’offensiva mediatica dell’ISIS sia solo pura propaganda e non la manovra iniziale atta all’apertura di fronti interni quanto mai difficili da gestire. Nel frattempo al semiologo non resta che constatare la modernità e l’efficacia comunicativa dei video dell’ISIS: dal serial allo spin-off (la decapitazione del povero trekker francese in Algeria), la puntata con “colpo di scena” (il messaggio del jihadista senza maschera), il fenomeno delle fan (le quindicenni europee fuggite di casa per diventare “spose bianche” dei combattenti del califfato) e un’imitazione iconica degli orrendi crimini funzionante più a livello subliminale che cosciente, ma sottilmente efficace (stanno aumentando nella cronaca nera in tutto il mondo i delitti tramite decapitazione – in Italia, in Inghilterra, in America, ma sarà certamente un caso…).

C’è chi ha fatto notare, con feroce ironia, che Bush nel 2003 battezzò la prima fase dell’attacco all’Iraq Decapitation Strike e che oggi l’America, 11 anni dopo, paga a sé stessa e al mondo i troppi errori strategici compiuti durante la lunga guerra terminata solo nel 2011. Non sono un esperto di geopolitica, ma esiste uno studio di The Lancet che attesta a 655.000 il numero dei morti civili provocati dall’invasione e dal perdurare della condizione bellica sino a tre anni fa. Difficile non pensare, su queste basi, che non possano nascere organizzazioni con evidenti e feroci desideri di rivalsa nei confronti del resto del mondo. Anzi: non difficile, illusorio.

Di certo i cineasti dell’ISIS conoscono le leggi del Perturbante dell’inconscio occidentale. E sanno usare con perizia tecnologie manipolanti atte a seminare microtraumi perduranti nel profondo. Flames of War, che dimostra persino un intento parodistico nei confronti di certi blockbuster americani, è al proposito esemplare. Il critico gli assegnerebbe non meno di tre stellette.

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