Sherlockdi Alessandra Daniele

La prima stagione di Sherlock è stata ottima. La seconda mediocre. La terza una presa per il culo.
Autocelebrazioni ridicole, idee idiote rubate alle fanfiction o riciclate da altre serie, personaggi così out of character da scambiarsi le personalità, trame inesistenti, incongruenti, assurde, morti che sì ripropongono come i peperoni.
Un supervillain abbastanza intelligente da ricordarsi a memoria tutte le informazioni che adopera per ricattare le sue vittime, ma anche abbastanza coglione da rivelare a Sherlock che la sua mente è il suo unico archivio, beccandosi ovviamente una pallottola in fronte per questo.
Quanto sarebbe durato Andreotti, se fosse andato in giro a dire di non avere un backup?
Quant’è durata la British Reinessance televisiva? Anche oltremanica la moneta cattiva ha inesorabilmente cominciato a scacciare quella buona.
Steven Moffat, lo showrunner a cui sono stati affidati sia Sherlock Holmes che Doctor Who, due delle principali icone british simbolo della superiorità dell’intelligenza sulla cazzonaggine, è stato capace soltanto di trasformarle entrambe in brutte copie dell’icona british che rappresenta il contrario: 007. Sia Sherlock che il Dottore adesso sono Bond, James Bond.
Quello di Pierce Brosnan.
Inutile illudersi però, nessuna stroncatura, nessuna protesta organizzata convincerà la BBC a esonerare Moffat fintanto che il mercato gli darà ragione in termini di audience, merchandising, e royalties internazionali.
Così come gli elettori vanno considerati politicamente corresponsabili della cialtroneria dei politici che eleggono, gli spettatori paganti, e gli acquirenti di gadget, volenti o nolenti, sono corresponsabili dello sgangherato declino qualitativo del prodotto mediatico che continuano a foraggiare nonostante tutto.
Una scelta discutibile, che in caso di emittente statale finanziata dal canone diventa però una scelta obbligata.
Se ai cittadini britannici tocca finanziare il cazzarismo moffattiano, va molto peggio agli italiani, complici forzati del grossolano revisionismo Rai de Gli Anni Spezzati.
Un’esperienza straniante in particolare per i cinquanta-sessantenni, costretti ad assistere all’orwelliano retcon di un’epoca storica che hanno vissuto personalmente.
È come se a noi fra qualche anno toccasse vedere e finanziare una fiction sull’era Berlusconi che lo ritrae come uno statista illuminato, onestissimo, e interpretato da Benedict Cumberbatch.
Che sia frutto d’incompetenza, malafede, o d’una miscela tossica d’entrambe le cose, il revisionismo della trilogia Rai è quanto di peggio sia stato prodotto sul tema dei cosiddetti Anni di Piombo, e questo è un record significativo, data la ricorrente ossessione mediatica per l’argomento.
Per quanto le speculazioni di Moffat sul falso suicidio di Sherlock siano state  irritanti, la speculazione della Rai sul falso suicidio di Pinelli è stata avvilente.

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