di Franco Pezzini

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(Qui e qui le prime due puntate. Mi si dice che Il mago di William Somerset Maugham, di cui si offre in questa sede un riassunto con commento, sia al momento fuori commercio: chi sia interessato può comunque leggerlo nel limpidissimo inglese dell’originale sul sito del Project Gutenberg. Mentre qui è al momento visibile la già citata, celebre e bellissima trasposizione di Rex Ingram.) 

Il signor Haddo e gentile signora

Se la prima e più ampia sezione di The Magician è dedicata alla conquista di Margaret da parte di Haddo, la seconda vede il consolidamento della situazione di controllo.

Cominciamo pure con un bel dramma sentimentale – e con l’amica Susie smarrita davanti al biglietto, spedito quel mattino stesso dalla Gare du Nord (all’epoca le poste hanno evidentemente una celerità diversa dall’attuale) in cui Margaret comunica di essere in viaggio per Londra. In quelle poche righe la ragazza spiega di aver sposato Haddo, di amarlo come non ha mai amato Arthur, e di essersi comportata così perché con l’ex-fidanzato le cose erano andate troppo avanti per poter rompere con spiegazioni e chiarimenti: “Please tell him”.

Quando l’ignaro Arthur arriva come da appuntamento, Susie è ancora così frastornata da prender tempo e inventare una scusa per l’assenza di Margaret. Si domanda se lo scritto sia vero, tanto evidente è la sua insensibilità, e conduce una piccola indagine: scoprendo indignata che Margaret non solo si è portata via tutto il guardaroba comprato in vista del matrimonio con Arthur, ma lo ha pagato (ovviamente) coi soldi di lui… Le frequenti assenze di Margaret, scopre ancora Susie, non erano per visitare l’acciaccata signora Bloomfield, e al consolato il matrimonio con Haddo risulta confermato. Susie pensa allora di rivolgersi a Porhoët, ma poi si rende conto di doversi assumere l’onere richiesto da Margaret – anche se le pesa spaventosamente di essere lei, tra tutte le persone possibili, a dover comunicare la notizia ad Arthur.

Ovviamente la scena è straziante, Arthur resta distrutto ma è pronto a rimproverare Susie quando esce in parole durissime verso l’(ex-)amica; non immagina ovviamente che il combustibile di quell’indignazione sia proprio la passione che Susie prova per lui, visto che l’ha sempre considerata solo in termini un po’ marginali come amica della fidanzata. Susie si meraviglia che Arthur ami ancora Margaret dopo un tradimento tanto meschino, e incalza sulle accuse venendo nuovamente ripresa – si scusa, in subbuglio, ma a quel punto arriva Porhoët. Che resta stupefatto: è stato invitato lì per le cinque da un telegramma di Haddo che annuncia “High jinks” (“Gran baldoria”).

Ricordando la repulsione fisica provata inizialmente da Margaret per il mago, Susie si domanda cosa possa essere accaduto nel cuore dell’amica: ma Arthur ammonisce a non essere ingiusti verso Haddo, come invece probabilmente sono stati in passato. Se le eccentricità di lui li irritavano, evidentemente la sua persona non si esaurisce in tali aspetti – né sul versante delle capacità né dello status, che in effetti garantisce a Margaret un buon matrimonio. Come rileva il narratore, lo straziato Arthur sta ovviamente cercando di giustificare Margaret anche per placare se stesso, visto che il tradimento sarebbe meno intollerabile a fronte di avvertibili qualità dell’avversario. Anche se poi lui stesso, pensando ad Haddo, ci crede poco; e lo stesso Porhoët commenta che a voler immaginare una vendetta orribile contro una donna, non penserebbe a nulla di più crudele che di lasciarle sposare il mago.

Diverso è l’atteggiamento di Susie, che rammenta l’episodio del cane e lo sguardo di odio che Haddo aveva saettato prima di affettare le proprie scuse – e individua in quel motivo di vendetta contro Arthur il motore dei fatti poi incalzati. Il che in fondo conferma il tema della responsabilità dei “buoni”: se Arthur non avesse riempito di botte Haddo per il calcio a un animale che in fondo l’aveva morso; se Margaret e Susie non l’avessero impietosamente lasciato fare, senza neppure provare a fermarlo; se i “buoni” non avessero considerato ovvio che fosse Haddo, già riempito di botte e umiliato, a chiedere scusa; se Arthur non si fosse limitato ad ascoltare quelle scuse, tranciando poi giudizi sulla vigliaccheria dell’uomo che non si è difeso – se insomma tutto questo non fosse avvenuto, Margaret sarebbe ancora lì. E laddove ora Arthur, sia pure per consolarsi, avanza qualche blanda autocritica (ma non, si badi, sul fatto di aver menato Haddo), Susie non ne è capace: non trova spazio per rimproveri a se stessa, Haddo è soltanto un mostro.

Il che innesca una domanda interessante: quanto a fondo Maugham conduce la critica ai propri personaggi “buoni”? Indubbiamente il futuro autore di commedie brillanti e ciniche attribuisce loro ambiguità e note stonate; ce ne mostra limiti e fragilità, che finiscono con l’offrire corda al controllo del vilain; e comunque presenta nella scena del cane uno snodo drammatico del loro rapporto con Haddo. Resta però il fatto che in nessun punto del romanzo, neppure alla fine, troviamo una vera autocritica dei personaggi su quella violenza odiosa. Maugham sta sottilmente lasciando alla capacità analitica del lettore la percezione di una corresponsabilità di tutti nel male, oppure vede nell’episodio una sorta di “incidente”, sia pure sciagurato ma giustificabile sulla base di regole sociali (tipo: mai dare un calcio al cane di una signora)? Pur propendendo per la prima interpretazione, dal testo non è facile capire l’esatta intenzione dell’autore: e quest’ambiguità sottesa rappresenta un’ulteriore provocazione nell’apologo della bella ragazza in balia di un mostro.

Susie, che in un primo momento si è tanto indignata con Margaret, deve però riconoscere che quella trasformazione così strana di una persona prima leale e trasparente possa spiegarsi con qualche forma di costrizione. Ma le cognizioni teoriche di Porhoët sugli incantesimi e quelle di Arthur in tema di ipnosi servono poco di fronte al dato fattuale e giuridico di un matrimonio di Margaret in apparente possesso delle proprie facoltà mentali.

In ogni caso, nulla trattiene più Arthur a Parigi. Distrutto, decide di partire subito e lascia a Susie un messaggio per Margaret: non le porta rancore, e sarà sempre pronto a fare ciò che lei desidera. Quanto a Susie, sarà sempre contento di rivederla.

A sua volta desolata, Susie stessa parte, va in Italia per l’inverno: e si trova a Roma quando casualmente riceve notizie sul passaggio in città di Haddo e della sua bellissima moglie, le loro spese non sempre puntualmente pagate, la loro eccentricità – ma i due, spariti un giorno all’improvviso, sarebbero ora a Montecarlo. A quel punto la curiosità ha la meglio sulla volontà di non incontrarli, e si dirige là: e alla fine li vede a un tavolo da gioco. O meglio, Margaret gioca e il mago le resta alle spalle a guidarne i movimenti: e in effetti qualcosa di vizioso trasuda nel viso della ragazza tanto pura d’un tempo, quasi ella veda letteralmente con gli occhi del partner. Margaret veste con ricercatezza e ricchezza eccessive, e qualcosa di enigmatico sedimenta nella sua bellezza. I due frequentano giri strani ed eccentrici, stranieri equivoci, gente di dubbia fama; e circolano voci non solo di orge nel salotto oscurato dell’albergo, tra nobili e viziosi del posto, ma di terribili cerimonie organizzate da Haddo a riproporre quelle viste in Oriente, di pratiche magiche e negromantiche e dei suoi blasfemi tentativi, attraverso l’alchimia, di creare creature viventi.

Sul ménage, non manca chi parla di brutalità e crudeltà di Haddo verso la moglie – che però in apparenza ride tranquilla anche alle sue scene più spiacevoli. Susie coglie pure una strana notizia, da uno scambio di battute tra allegroni: il matrimonio dei coniugi Haddo non sarebbe mai stato consumato.

Quando però i due, sempre più isolati dalle voci losche che li riguardano, spariscono all’improvviso anche da Montecarlo, Susie decide di tornare almeno un periodo in Inghilterra. In realtà desidera rivedere Arthur, benché non osi confessarlo neppure a se stessa, e conta di mantenere con lui almeno un rapporto da buona amica. Giunta a Londra lo contatta, e lui – evidentemente per rendere l’incontro meno intimo – la invita in un chiassoso ristorante: Susie lo trova invecchiato, col volto tirato dalle veglie su cui la sofferenza si è ormai irreversibilmente stampata: la tranquilla affidabilità di un tempo ha lasciato il posto a uno sforzo continuo per controllarsi – anche se è più gentile di un tempo, e il suo successo professionale è in continua crescita. Declina però l’invito a un incontro da Susie per parlare di argomenti più personali, e accetta soltanto di invitarla una sera all’Opera – dove la musica allevia il suo dolore.

Lo spettacolo è appena terminato quando i due si imbattono in un comune amico, il faceto oculista Arbuthnot, che chiede un favore: due commensali a una cena da lui organizzata al Savoy hanno dato buca, e chiede a Susie ed Arthur di sostituirli. Ovviamente Arthur sbianca e Susie resta costernata quando si accorgono che al foyer per la cena sono presenti anche i coniugi Haddo: anzi il mago, ulteriormente ingrossato e vestito con eccentricità, li accoglie con buonumore e apparente cortesia, e fa maliziosamente sedere Margaret accanto ad Arthur. Nessuno ha interesse a fare scenate, il faceto oculista non si accorge di nulla e la vivacità di Haddo, l’abitudine di Susie di controllare i propri sentimenti e il silenzio annichilito di Arthur fanno procedere la cena senza incidenti. Ma Susie ha modo di esaminare Margaret: vestita ormai come una cortigiana, ciangotta e ride con una leggerezza tra l’affettato e l’insensibile; e mentre la storiella raccontata a un tratto dal marito suona argutamente immorale, lei se ne esce a un tratto in una di pura volgarità. Arthur è in terribile disagio, e a fine cena incassa muto l’invito di Margaret all’albergo Carlton dove sono alloggiati. Poi l’invito arriva anche a Susie, che però le sibila indignata di guardare come abbia ridotto l’ex-fidanzato, e le augura di soffrire quanto ha sofferto lui. Margaret ribatte beffarda che dovrebbe esserle grata, che sa benissimo quanto Susie fosse innamorata di lui già a Parigi e anche ora lo ami più che mai. Poi, lasciando l’ex-amica trasecolata per la scoperta di quel segreto che credeva nascosto nel cuore, si allontana con una risata amara. 

Il veleno di Haddo ha insomma trasformato Margaret: ai tormenti della presa di controllo della prima parte del romanzo, dove seguiamo i meandri interiori di Margaret, segue in questa seconda la contemplazione di un dominio ormai consolidato del mago sulla sua vittima – percepita ormai dall’esterno, prigioniera com’è dell’inconoscibile alterità di Haddo. Il che ci conduce però, attraverso l’immagine della strana coppia di avventurieri esuli per il mondo, a uno dei più intriganti retroscena di questo romanzo – su cui la critica generalmente latita.

Se infatti la prima parte di The Magician viene innescata dalle frequentazioni parigine attorno a uno stesso ristorante tra Maugham e Crowley, anche questa seconda parte sembra rimandare in termini di libera reinvenzione a fatti reali. Certo, il tema di una bella ragazza in balia di un mago non è affatto nuovo, basti citare il notissimo Trilby di George du Maurier, 1894, ambientato a metà Ottocento in una Parigi bohémien, e dove il terribile ipnotista Svengali (una spiacevole maschera antisemita) dominava la giovane inglese Trilby: una storia insomma piuttosto simile, e che nel ’27 vedrà il plagiatore interpretato al cinema dallo stesso Paul Wegener mago nel film di Ingram. Tuttavia, al di là delle caratteristiche generali, è probabile che lo spunto ispiratore del romanzo di Maugham sia più puntuale di quanto egli desideri raccontare – per una serie di motivi.

Torniamo all’introduzione A fragment of autobiography. Dopo il periodo parigino, lo scrittore rammenta, è contento di tornare a Londra: e lì – probabilmente nei primi sei mesi del 1907 – mette mano a The Magician, apparso in libreria l’anno dopo. I suoi ricordi però, all’epoca di A fragment, sembrano essersi fatti vaghi: Maugham spiega di non ricordare perché avesse scelto di ispirarsi proprio a Crowley per il personaggio di Haddo, né in generale cosa l’avesse spinto a scrivere quel romanzo – anzi, racconta che non ricordava più il romanzo, e si è deciso a rileggerlo solo in vista della nuova edizione. Affannandosi a spiegare che una volta chiuse le bozze, a un romanzo non pensa più: e nel complesso potrebbe essere sincero, in fondo sono passati cinquant’anni. Eppure, come Maugham stesso dovrà ammettere nel ’38, nelle sue opere “realtà e finzione sono così intrecciati che, guardando indietro, riesco a malapena a distinguere l’una dall’altra”. E in effetti qualcosa potrebbe ben spiegare, all’epoca di A fragment, la sua presa di distanza e i proclami di aver dimenticato tutto.

Si è già detto dell’amicizia di Maugham con il pittore Gerald Kelly – più precisamente oggi rammentabile come Sir Gerald Festus Kelly (1879-1972), ritrattista celeberrimo e tra i preferiti della famiglia reale inglese. Nel corso della loro lunga amicizia, Maugham e Kelly si ritrarranno reciprocamente parecchie volte, il primo ispirandosi direttamente al pittore per personaggi di vari romanzi e il secondo dedicando allo scrittore ben diciotto ritratti. La confidenza tra i due dev’essere grande fin dai primi tempi della conoscenza, appunto al tempo del soggiorno parigino di Maugham: nulla di strano, dunque, a pensare che Gerald non faccia mistero con Somerset dei dettagli della strana storia della propria sorella maggiore, Rose.

Rose Edith Kelly si era sposata con un tale maggiore Skerritt del Corpo Sanitario dell’Esercito di parecchio più vecchio di lei, morto però dopo solo un paio d’anni di matrimonio: dunque nel 1901 la vedova ventisettenne ha già raggiunto il fratello Gerald a Parigi per restarvi sei mesi. Non è qui però che la sua vita conosce la svolta più imprevista, ma durante la villeggiatura in Scozia nell’agosto 1903, quando invitato da Gerald giunge anche Crowley dalla vicina Boleskine. Rose e Aleister già si conoscono, ma ora le confidenze di lei – che ha avuto un’imprudente relazione con un uomo sposato, per cui la famiglia per evitare altri scandali vuole imporle un matrimonio che lei non desidera – spingono Crowley a offrirle con guasconeria una soluzione sostitutiva: sarà lui a sposarla pro forma, e lei potrà continuare a tenersi l’amante. Ciò che forse i due non hanno considerato è che presto entrambi si innamoreranno davvero.

Le foto ci restituiscono il ritratto di una donna dai capelli ramati, vezzosa, un modello di bellezza d’epoca: ed è questa donna che l’11 agosto 1903 fugge con Crowley, sparendo all’improvviso come la Margaret del romanzo, e sposando il mago il giorno dopo, per salvarsi da un matrimonio combinato in qualche modo simile a quello previsto con Arthur. Certo, l’età di Rose l’avvicina di più alla trentenne Susie che alla giovanissima Margaret, ma è difficile non vedere in questi eventi che Maugham deve conoscere tanto bene un legame preciso col libro – a partire dal fatto che entrambe queste inglesine dai nomi floreali (Margaret, Rose) sono sedotte da un unico modello d’uomo. Avvisato il giorno della fuga, Gerald Kelly pensa a uno scherzo e solo la prolungata assenza dei due lo vedrà piombare – ma troppo tardi – a manifestare tutta la sua indignazione. Nei fatti il matrimonio di Rose con Crowley terrorizza la famiglia Kelly e rovina l’amicizia tra Gerald e Aleister.

Inizia comunque per la coppia una prolungata luna di miele a base (ricorda Crowley) di “ininterrotti stravizi sessuali” che può aver suggerito le torbide avventure dei coniugi Haddo – e che da Boleskine, attraverso Parigi, Marsiglia e Napoli, nel novembre 1903 li condurrà in Egitto. Al Cairo Crowley si pavoneggia con spilla di diamanti al pennacchio del turbante, abito di seta e una sopravveste di tessuto d’oro, più la spada talwar ingioiellata al fianco, e due vistosi lacchè a precedere la carrozza per fargli strada. Fa anche pubblicare un avviso, in cui informa che un potentato d’Oriente l’ha insignito del rango di principe Chioa Khan (Chioa è la traslitterazione della parola ebraica per bestia, dunque il titolo può tradursi come “Grande Bestia”): ma soprattutto si occupa di magia, constatando con soddisfazione che Rose, riciclata in principessa e ora incinta, è capace di entrare in trance. Tra invocazioni al dio Thot, speculazioni visionarie e febbrili speranze, è insomma in questa situazione che Rose conduce il marito alla fatale vetrina del Boulaq Museum con la stele lignea di Ra-Hoor-Khuit, reperto numero 666 – una sorta di sincronicità in cui Crowley legge un segno preciso.

Rose insiste con l’augusto consorte che il dio egizio Horus effigiato sulla stele voglia parlargli, e Crowley felice risponde all’appello. Paludato di bianco, scalzo e ingioiellato, con una ciotola di sangue di toro e una spada sull’altare casalingo, invoca l’antica Potenza secondo le istruzioni della moglie, per l’occasione assurta a un altro ruolo, Ouarda (cioè Rose in arabo) la Veggente… e proprio attraverso lei riceve l’annuncio che è giunto l’Equinozio degli Dei, incomincia un’Epoca nuova per l’umanità e lui in persona viene eletto per avviarla. Già nella sua tenuta scozzese a Boleskine, coi riti del Libro di Abramelin, Crowley aveva tentato di comunicare col proprio Angelo Custode: ora qualcuno che si presenta per tale appare a Ouarda e in seguito a lui, incaricandolo di trascrivere quanto avrebbe udito. Per tre giorni consecutivi a partire dall’8 aprile 1904, per la durata di un’ora per volta, l’entità non-umana chiamata Aiwass, Capo Segreto col grado di Ipsissimus, gli detta dunque la propria rivelazione: quel cosiddetto Liber AL vel Legis che abbraccia tre capitoli d’invettive nel segno del Fa’ Ciò Che Vuoi – cioè la ricerca della Volontà vera, che di ogni individuo-stella è l’orbita personale – e di una sorta di diritto nietzschiano dei forti sui deboli. Nasce insomma lì il culto filosofico/religioso del Thelema, al cui nome Crowley resta ormai associato: e Rose diviene la prima di quelle Donne Scarlatte poi partner della Grande Bestia Crowley e ipostasi della Babalon Madre di Abominazioni.

Se è difficile capire fino in fondo con quale impatto queste notizie giungano a Gerald Kelly e quali discorsi egli possa fare all’amico Maugham, è davvero improbabile che questi, pure a distanza di cinquant’anni, non ricordi il motivo della scelta di Crowley come modello di Haddo, o in generale cosa l’abbia spinto a scrivere The Magician. È piuttosto credibile, invece, che egli preferisca non infierire sulla memoria della sorella di Gerald, che pure gli ha offerto uno spunto tanto promettente per il romanzo: tanto più che la deriva di Rose non riguarda solo il suo sprofondare nell’occulto, ma un più generale tracollo esistenziale dovuto in particolare all’alcolismo. La prima bimba della coppia, chiamata verbosamente Nuit Ma Ahathoor Hecate Sappho Jezebel Lilith, nasce nel luglio del fatale 1904, e morirà nel 1906; una seconda, Lola Zaza nasce in quell’anno, e la vita la condurrà lontano dall’ingombrante padre. Una lettera di Crowley del 1908, anno di uscita del romanzo di Maugham, ci informa delle pessime condizioni di Rose che insulta gli ospiti, usa un linguaggio osceno coi domestici, racconta atroci menzogne sul marito: e pur prendendo con le molle la testimonianza di chi non è certo un santerellino, possiamo richiamare il quadro alle condizioni di Margaret – che gorgheggia oscenità tra gli ospiti e presto sosterrà che il marito Haddo la vuole addirittura sacrificare. L’anno dopo, 1909, Rose e Aleister infine divorzieranno, ma nel 1911 la donna verrà ricoverata per demenza alcolica. Una volta dimessa, Rose uscirà completamente dalla vita di Crowley sposandosi una terza volta, ora con il cattolico dottor Gormley, ma il demone dell’alcool tornerà ancora a incombere su di lei. Quando Maugham scrive la nota introduttiva a The Magician, Rose è ormai morta da anni, nel 1932: e se Crowley, come abbiamo visto dai citati brani delle Confessions, ha capito benissimo che Margaret è un alter ego di Rose, a Maugham spiace rievocare quelle vecchie storie – e la logica dei “Non ricordo” pare la soluzione più prudente.    

Ma torniamo al romanzo – siamo al capitolo 12 – dove Arthur, vincendo ogni incertezza, si reca davvero a trovare Margaret all’hotel Carlton: evidentemente lei non se l’aspetta, e la prima reazione è di innervosita rigidità. Però in breve Arthur si rende conto che la ragazza è atterrita, ridotta in soggezione da un coniuge-padrone a cui è impossibile nascondere alcunché.

Nonostante le apparenze, la giovane è sinceramente straziata dall’aria distrutta del suo ex-fidanzato, ma conferma che è per colpa di lui e di quella violenta aggressione nell’appartamento a Parigi che Haddo l’ha resa sua schiava – proprio per vendicarsi di Arthur. Poi gli svela come il mago abbia invaso la sua vita; sfida lo scetticismo del medico raccontando dei poteri del terribile coniuge – basti dire che il luogo del sabba a cui Margaret ha assistito a Parigi, e che lei non aveva mai visto, si è poi rivelato un luogo reale, quello della tenuta di Haddo a Skene nello Staffordhire (ricordiamo che il nome della tenuta di Crowley era Boleskine, sulla costa sudest del Loch Ness in Scozia); ma soprattutto rifiuta di abbandonarlo perché, nonostante lo odî e ne provi disgusto, lei paradossalmente ama Haddo con tutta l’anima e prova per lui un’attrazione fisica violenta.

D’altra parte, confessa con vergogna, Haddo l’ha conquistata al vizio – e cita il gioco, ma in un contesto più vasto di minacciosa allusività; e persino la battuta volgare proclamata alla cena poche sere prima era frutto dell’impulso di lui. Come se in Margaret vivessero ormai due persone, e la parte pulita e gentile che un tempo Arthur aveva amato fosse ogni giorno più fragile, fino a far presagire in prospettiva il dilagare dell’altra anima, quella lussuriosa, in un corpo sia pure vergine. In realtà Margaret sospetta che il motivo per cui Haddo non ha ancora consumato il matrimonio sia proprio di usare la sua verginità per qualche rito magico. Racconta poi qualcosa delle ripugnanti abitudini di lui, del sua sadico piacere di far soffrire gli altri – e l’orribile scoperta che la madre di Haddo è pazza e chiusa in manicomio…

Arthur insiste, ci sono tutti gli elementi per un divorzio e Margaret deve fuggire subito, prima di impazzire a sua volta. Se la porta dunque via così com’è, e la lascia da Susie chiedendo che la assista; la conducono poi in un piccolo cottage dell’Hampshire, affittato per l’occasione, anche se Margaret sembra troppo esaurita per poter beneficiare del bel posto. Intanto Arthur fa istruire la causa di divorzio – e apparentemente nessuna reazione giunge da Haddo. Almeno finché il mago un bel giorno non appare all’ambulatorio del rivale: gli è giunta la citazione della causa, e informa Arthur di voler a sua volta presentare un ricorso contro la moglie e contro di lui come corresponsabile. Nel contesto giuridico dell’epoca, si tratta di un’accusa di adulterio che potrebbe rovinare la carriera di Arthur: ma questi ribatte che la minaccia è vana, perché la causa viene in pratica decisa in camera di consiglio. Haddo pare incassare e si lascia condurre fuori. Si noti che ancora in questo dialogo Arthur ricorda ad Haddo di avergliele suonate, peraltro senza alcun segno di ripensamento e anzi con baldanzoso orgoglio.

Margaret sembra migliorare, con la speranza di riacquistare libertà – ma a un tratto, con l’approssimarsi del processo, ha una sorta di ricaduta in un nervosismo silenzioso e depresso, con un senso incombente di minaccia. Susie, sempre più preoccupata e turbata dal pensiero ossessivo di Haddo, ma anche in qualche modo innervosita che Arthur giudichi ovvio sacrificare lei a Margaret, gli chiede di venire a vederla.

Però la mattina dopo Margaret non è più nel suo letto e un biglietto conferma che è andata a consegnarsi ad Haddo, giudicando la propria situazione senza speranza; e poco dopo appare Arthur, allertato da una scatola di cioccolatini con un biglietto sfottente del mago. Susie comprende che Margaret è in scacco di un potere misterioso e più forte di loro: per cui, nonostante il persistente scetticismo di Arthur, decide di correre a Parigi a consultare l’esperto dell’occulto Porhoët.  

(Continua.)

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