di Franco Pezzini

The_Magician(Qui la prima puntata.)

Boxing Margaret

Come molti romanzi gotici e orrifici, The Magician è una storia di controllo: anzi possiamo idealmente ripartirla in un preambolo di presentazione dei personaggi – i primi due capitoli – e poi tre parti corrispondenti ad altrettante fasi dell’assoggettamento di Margaret e tentativi falliti di liberazione.

C’è dunque una prima e più ampia parte – capp. 3-9 – che vede la ragazza, dopo una vana resistenza, cadere preda di Haddo; segue una seconda – capp. 10-12 – che inizia con il matrimonio tra i due, descrive lo sbigottimento degli amici e l’abbrutimento di Margaret a fianco del mago, e vede un primo e fallimentare tentativo di liberarla; e infine una terza – capp. 13-16 – con il soccombere di Margaret e la (sia pur tardiva) distruzione del mostro. Analizzeremo dunque il romanzo proprio in riferimento a queste tre parti, che offrono interessanti provocazioni sottotesto; ed è inevitabile iniziare con un riassunto relativamente dettagliato, proprio per cogliere le dinamiche meno ovvie.

Al ristorante Chien Noir, Susie ha appena introdotto Arthur alla buffa fauna degli artisti radunati, quando irrompe Haddo: questi si impone all’attenzione dei connazionali sgomitando con sarcasmo tra i presenti, si scontra sul tema della magia con lo scettico Arthur che riesce a pungerlo sul vivo – un po’ volgarmente, a proposito dell’obesità del mago – e soprattutto mette gli occhi su Margaret. Così, quando il gruppetto si allontana per sfuggirlo, con abilità da stalker consumato riesce ad apparire ossessivamente sul loro cammino. È lui a causare dapprima una strana reazione di panico nel cavallo della vettura che dovrebbe portarli via, e che cessa solo quando allontana la mano dall’animale; poi, nella confusione di una fiera, entro il baraccone di un incantatore di serpenti, ancora lui li stupisce facendo sparire senza danno la ferita recatagli da un aspide – e per sfida all’incredulità di Burdon fa subito dopo azzannare al serpente un coniglietto, che cade morto davanti all’inorridita Margaret.

Non è dunque strano che l’indomani a casa di Porhoët, che ha invitato i giovani amici nell’alloggio traboccante di libri occulti, anche Haddo appaia non invitato come la fata cattiva della fiaba – in tempo per sentire che l’incuriosita Susie lo vorrebbe ospite a un tè nell’alloggio che condivide con Margaret. La donna è estremamente intrigata dal mago, che Porhoët accoglie benevolo; al contrario Margaret ha già confidato agli amici di non aver mai incontrato nessuno che la riempia di disgusto quanto Haddo, e sente che le porterà sfortuna; e Arthur, che prova per il mago un disprezzo profondo e torna a lanciargli una frecciata sull’aspetto fisico, è innervosito anche dalle concessioni di Porhoët a ciò che considera vuota superstizione.

Il vecchio studioso, che pure tratta l’argomento con ironica lievità da salotto e lo tempera con qualche dubbio prudente, racconta però allora un episodio occorsogli molti anni prima in Egitto: tramite uno specchio magico e lo sguardo vergine di un ragazzino – aveva scelto un figlio d’amici, per evitare trucchi del chiaroveggente di turno – aveva appreso con dettagliata descrizione la morte della propria madre, in seguito confermatagli da una lettera del prete del paese.

È a questo punto che Haddo narra a sua volta la storia dell’evocazione da parte di Eliphas Lévi dell’ombra di Apollonio da Tiana. Un racconto di grande fascino e tra l’altro di intrigante onestà, che Maugham trae dai ricordi dello stesso Lévi (Dogme et Rituel de la Haute Magie): la descrizione dell’ombra apparsa, di fronte alla quale il mago francese prima sprofonda in un dormiveglia, poi ha la sensazione di cogliere risposta alle proprie domande e la risposta è “dead”/“morto”, ha in fondo più i caratteri dell’esperienza visionaria interiore che di un vero sensazionalismo sovrannaturalistico. Ma quell’evocazione che Lévi controlla solo fino a un certo punto e apre a una dimensione altra, una dimensione all’insegna della morte e che lascia diversi, diviene già preannuncio di ciò che accadrà alla fine del romanzo: richiamate le ombre, entreremo in un terreno dove le dimostrazioni valgono quel che valgono e qualcosa dell’aldilà passa nella nostra anima. Spiazzante come al solito, Haddo chiude però il racconto ricordando di aver evocato in tal modo l’ombra del proprio padre, per scoprire cosa cercasse affannosamente di dirgli al momento della morte: e ne riceve il consiglio su una speculazione finanziaria che si rivelerà rovinosa, facendogli concludere che nell’aldilà le tendenze di borsa restano inafferrabili come in questa vita… Ancora una volta Arthur si accorge dell’impossibilità di capire quando Haddo sia serio e fino a che punto: e le notizie richieste a un amico che anni prima ha studiato con il mago – qui Maugham utilizza abbondantemente le notizie su Crowley, sia pure caricando i toni – finiscono col confermare il quadro paradossale di un uomo tanto spocchioso e insopportabile quanto temerario, avventuroso e in fondo di avvincente e magnetica presenza.

Invitato al tè a casa delle due inglesi, Haddo si fa precedere da un fiume di fiori per Margaret, cosa che il pragmatico Arthur non ha mai pensato di fare (e del resto non interessa particolarmente Margaret) ma che tuttavia lo turba. Intanto Susie ha imparato ad apprezzare sempre più Arthur, non solo riconoscendo una sua intima sensibilità che lo rende per certi versi ben più indifeso di Margaret, ma comparando a quella dell’amica fortunata la propria situazione in apparenza irreversibile di single bisognosa d’amore. Ovvio che l’apprezzamento per il fascinoso fidanzato dell’amica carina diventerà in breve tempo una passione coi controfiocchi, sia pure censurata nel silenzio del cuore.

Arriva anche Porhoët e infine appare Haddo – che spiazza tutti mostrandosi sinceramente garbato, apprezzando gli schizzi di Margaret con osservazioni equilibrate e acute, e cercando di piacere con racconti di viaggio finalmente divertenti e allegri. Susie però è incuriosita dall’Haddo esoterista, e lo stuzzica interpellando Porhoët su uno studio sugli alchimisti che le ha imprestato. Inizia così uno scambio sull’alchimia e Paracelso; e dopo un prolungato silenzio, Haddo risponde al sarcasmo di Arthur sottolineando come ciò che davvero quegli uomini cercavano fosse il potere. Eccitato da qualcosa che gli sta evidentemente molto a cuore, racconta dunque della più incredibile tra le operazioni vagheggiate da Paracelso e perseguite dai suoi epigoni, cioè la creazione di homunculi, creature vive artificiali: e il resoconto di uno di questi esperimenti praticato nella seconda metà del Settecento, per quanto connotato da particolari disgustosi, gli fa infine confessare il proprio sogno febbrile di emularli e l’ossessione di creare la vita come Dio.

La veemenza del suo discorso crea una situazione di sghembo disagio, Porhoët si defila; ma il cane di Margaret, che già all’arrivo di Haddo era apparso inquieto, gli morde la mano. Il mago lo scuote via e gli dà un calcione lasciandolo dolorante, Margaret grida indignata; e a quel punto Arthur perde il controllo e sferra un pugno ad Haddo che crolla per terra. Anzi, poi il medico lo afferra per il collo e continua a colpirlo con tutte le sue forze – e Haddo non si difende. Mentre Margaret piangendo coccola il cagnolino contuso, alla fine il mago si rialza con fatica: e il suo primo sguardo traboccante odio lascia il posto a un inquietante sorriso. Poi, inaspettatamente, si scusa per la reazione scomposta al morso doloroso del cane, e con dolorosa umiltà ammette di essersi meritato i cazzotti di Arthur – quindi si allontana.

L’episodio ha però lasciato un’ombra pesante, e Susie è rimasta insospettita da quella remissività preceduta da uno sguardo di tanto odio. Arthur, dal canto suo, liquida sbrigativamente il mago come un codardo senza il fegato di difendersi; e Margaret, incontrato Haddo per strada, finge semplicemente di non riconoscerlo. Ma un apparente telegramma di un’amica giunta a Parigi ha allontanato Susie, quando Margaret assiste in strada a un episodio in apparenza drammatico: Haddo, incrociato di nuovo, sembra avere un attacco di cuore e la ragazza si trova indotta a portarlo nel proprio appartamento.

Certo, man mano che l’uomo si riprende il senso di pietà lascia il posto al fastidio: ma la scena di lui che, sofferente, fa per allontanarsi colpisce la ragazza nei sensi di colpa. Haddo incalza chiedendo ancora perdono per la scena del cane, osserva che Margaret lo crede un ciarlatano perché si occupa di cose a lei sconosciute e che non offre credito alla lotta da lui condotta per un grande scopo – e “His voice was different now and curiously seductive”. Qualcosa, nei toni carezzevoli e profondi coi quali il sofferente le rimprovera il suo atteggiamento di disgustato disprezzo, la tocca in modo misterioso: l’obesità di Haddo non le sembra più repellente, i suoi occhi le appaiono teneri, la bocca segnata dall’infelicità – insomma Margaret lo vede con occhi nuovi, si sente un mostro e lo prega di restare.

A quel punto l’uomo, con abilità da istrione (perché è evidente che ha finto tutto, sta recitando), di fronte a una riproduzione della Gioconda lì appesa inizia a declamare le parole dedicate al dipinto da Walter Pater – a esaltare una bellezza che dall’interno affluisce alla carne, cellula su cellula, con tutti i malanni dell’anima e l’esperienza di una storia grondante sensualità e misticismo. La magia di quella voce musicale offre a Margaret la sensazione di capire solo ora quel brano, che continua paragonando la Gioconda a un vampiro, morta molte volte (sono i vampiri alla Ruthven, alla Varney), ma anche a Leda madre di Elena di Troia e sant’Anna madre di Maria.

Poi Haddo incalza parlando di pittura, e il suo tono visionario e febbrile evoca dai recessi dei quadri le ansie inappagate degli artisti, le pulsioni e crudeli indolenze dei volti dipinti, le ossessioni che Margaret non aveva mai saputo notare in quei tratti e colori – e invece a quelle parole acute e musicali svelano un senso totalmente nuovo. Haddo evoca la fascinazione delle carni corrotte e malformate, le notti dell’anima, gli intrecci e le tinte dei peccati di Roma e del Rinascimento: e Margaret sprofonda in una sorta di eccitata apnea per quelle dimensioni che si schiudono. Non più la pittura come qualcosa di freddamente tecnico, ma il lussureggiare dell’immaginazione che sboccia, e il fascino dell’uomo che la fissa magnetico negli occhi… fino a farla ritrovare senza forze e in sua balia.

Quando Haddo la fa sedere in poltrona e si reca al pianoforte, Margaret semplicemente obbedisce – e naturalmente lui suona in modo meraviglioso, con effetti impossibili e conturbanti di emozione. A toccare proprio ciò di cui lei avverte più bisogno, per trascinarla poi lontana in Orienti da visione drogata, popolati dalle figure vampiresche dei quadri poco prima evocati: Monna Lisa, Salomè…

Quando Haddo smette di suonare, Margaret tenta “an effort to regain her self-control” (ecco il tema del controllo), osservando con apparente disinvoltura di iniziare a credere che davvero Haddo sia un mago. Lui ribatte che potrebbe mostrarle strane cose, affronta le sue difese ironiche con il racconto visionario di ciò che la magia ha rappresentato nei secoli, la avvince con la seduzione della propria voce – al punto che Margaret, senza quasi rendersi conto di parlare, gli chiede di mostrare i suoi poteri.

La parte che segue, ancor più della precedente, andrebbe citata per esteso perché presenta una straordinaria riscrittura di un tema caro al fantastico nero tra narrativa e pittura, cioè la visione del Sabba – e la riassumo qui solo per sommi capi. Haddo mostra alla ragazza alcuni strani effetti fisici, con polveri, fiammelle e vapori che evidentemente spalancano gli occhi a visioni. Margaret si ritrova così in un luogo lontano e mai visto, prima terrorizzata e poi stranita, di fronte a una folla di ombre: le appaiono schiere di tiranni e dark ladies, guerrieri e dame dagli angoli più bui della Storia, e poi legioni ancora più ampie degli oppressi di tutti i secoli con le loro sconcertanti miserie. Poi tutti spariscono e l’attenzione di lei si concentra su un grande albero spezzato, morto ma misteriosamente sofferente, che a un tratto cambia nella ciclopica figura di Pan: prima osceno e ferino, poi trasmutato in bel giovane titano icona in qualche modo di Lucifero. Anche quell’immagine alla Aubrey Beardsley però svanisce, per lasciar spazio a una folla di mostri leggendari e baccanti tra grida e gemiti d’agonia – e Margaret ha la sensazione che la propria anima voli via, e venga misteriosamente sostituita da un’altra nuova e turpe.

È forse specialmente a proposito di queste scene che Maugham a distanza di anni parlerà perplesso di stile “lussureggiante e turgido”, forse non inadatto al tipo di soggetto ma echeggiante in chiave d’imitazione certi toni del decadentismo francese. Anche se, rileggendo The Magician, dovrà ammettere che gli appare più interessante di altre proprie opere giovanili.

In mezzo all’orrore di quel Sabba, infine Haddo invita Margaret a non aver paura e la ragazza si ritrova nel proprio appartamento. Il buio è calato, il mago accende le candele: Margaret, turbata da ciò che ha visto a fianco di lui e dall’intollerabile vergogna di quell’esperienza che sente insozzarla, scoppia in lacrime chiedendogli di andarsene. Haddo sorride, le lascia il proprio indirizzo per quando vorrà vederlo, e a un tratto non c’è più. La ragazza si mette a pregare disperatamente.

Si noti che nel film di Ingram la parte del Sabba è naturalmente stilizzata in termini poetici, perdendo ovviamente qualcosa dell’originario, demoniaco Bignami di tutta una letteratura decadente distillato da Maugham; ma per altri versi la soluzione è brillantemente creativa. La visione di Margaret viene evocata da Haddo davanti alla testa modellata del fauno/Pan spezzata all’inizio, che prende vita agli occhi della ragazza avviando un selvaggio baccanale dal sapore lubricamente pagano: e nel bacio con caschè da parte del demone che conclude la fantastica scena, di fronte agli occhi del mefistofelico voyeur Haddo, Margaret è costretta a trovare una perturbante rievocazione dell’iniziale seppellimento/amplesso sotto la statua. 

Ma torniamo al romanzo. L’arrivo di Susie scocciata – l’amica attesa non è comparsa, e Margaret non l’ha raggiunta – la obbliga a reagire. Però invece di raccontare la verità, Margaret afferma di aver avuto una terribile emicrania, spiega che lì non è venuto nessuno, e fa sparire il foglietto con l’indirizzo del mago: per quanto turbata all’idea di mentire a Susie, qualcosa di più forte di lei la spinge al silenzio. Quando poi giunge Arthur, il sollievo che sia lui e non Haddo di ritorno la rende insolitamente appassionata – anche se la sua voce reca una nota strana che non sfugge al fidanzato, e all’improvviso scoppia in lacrime. Se la cava minimizzando, e il pragmatismo di Arthur non gli fa attribuire importanza alle paure di lei – che cerca invano di spiegare di aver bisogno di lui, e lo supplica di sposarla subito. Arthur, insopportabilmente pacato e ragionevole, le ricorda che mancano poche settimane e non possono accelerare i preparativi; e a Margaret non resta che concludere, con gli occhi pieni d’angoscia, che se accadrà qualcosa la colpa sarà di lui. Arthur promette che non accadrà nulla.

Arriviamo così, col cap. 9, alla svolta di questa prima parte del romanzo. Margaret ha ormai intuito che il messaggio per allontanare Susie e l’apparente crisi di cuore di Haddo facevano parte di un piano preciso – eppure non riesce a provare rabbia contro di lui, non riesce a toglierselo dalla testa. Le parole di Haddo hanno come seminato in lei una pianta infestante o un avvelenamento che le dilaga ormai nel corpo; disprezzo e disgusto si sono congiunti a un sentimento che la inorridisce, la repulsione fisica è sparita e cerca di lottare contro il desiderio violento di tornare dal mago. Si sente impedita a chiedere aiuto ad Arthur o a Susie: corre invece da Porhoët, ma non è in casa… e dopo una dura lotta interiore, sconfitta, si trova trascinata da se stessa all’indirizzo di Haddo. Lui l’accoglie dicendo che l’aspettava, alle sue proteste di voler essere lasciata in pace mostra la porta aperta – e poi, ancora una volta, inizia a parlare. Di fronte agli orizzonti esotici, affascinanti, pericolosi spalancati dal suo narrare, la prospettiva di un futuro come moglie di Arthur svela all’improvviso un carattere asfittico; e quando il mago si alza e la bacia, Margaret cede con voluttà. Con voce roca, confessa di credere d’amarlo – ma poi Haddo proclama che lei deve andare, e dunque la ragazza torna a casa.

Nei giorni seguenti è irrefrenabilmente spinta a tornare, a ricercare nei baci di lui quell’estasi fisica mischiata a repulsione, ad ascoltare parole che paiono sollevare l’angolo di un velo a schiudere barlumi di terribili misteri: comprende il senso faustiano della dannazione per la conoscenza, ma Haddo le resta inconoscibile. In compenso scopre quanto sia facile ingannare i propri amici che nulla sanno, prendere a raccontare bugie – sempre più facili da sostenere, giorno dopo giorno; e se a tratti è colta dalla vergogna verso Arthur, il confronto con Haddo le pare tutto a svantaggio del fidanzato col suo atteggiamento banale verso la vita e la sua incomprensione di cosa avrebbe potuto trovare – cercandolo – nella dimensione interiore di lei. Del resto, si dice Margaret, le cose sono ormai andate troppo oltre: eppure, quasi per forza d’inerzia, continua con Arthur i preparativi di un matrimonio che (ormai sa) non avverrà mai. E nascondendo il proprio segreto finisce invece con lo scoprire il segreto di altri: si accorge cioè da piccoli ma inequivocabili indizi che Susie è proprio di Arthur perdutamente e silenziosamente innamorata – per cui Margaret si convince che l’amica è una mentitrice come lei. 

Ma la partita di Haddo è giunta quasi allo scacco: annuncia alla ragazza ormai succube che sta per partire, e davanti alla sua costernazione le propone di sposarlo. Margaret si accorge allora di quanto lo disprezzi e lo tema, cerca di reagire al desiderio fisico di lui, gli dice che vuole andarsene – e il mago la scaccia. Stravolta, Margaret cerca invano sollievo in una chiesa e si convince che Dio l’ha abbandonata. Il giorno dopo torna infine da Haddo, pronta a sposarlo, e lui le ordina di essere felice: a quel punto le pare che la lotta tra bene e male si sia conclusa in lei con la vittoria del secondo, e si sente stranamente sollevata.

La cena di compleanno di Arthur vede Margaret più bella e sensuale del solito infierire con un ostentato bacio al fidanzato sui sentimenti nascosti di Susie: ma la ragazza sa già di mancare all’appuntamento dell’indomani, perché sarà partita, ormai moglie di Haddo.

E qui dobbiamo fermarci. Si è detto che The Magician è una storia di controllo: una storia che anzi gioca sui paradossi del controllo. E il primo è sicuramente il rapporto sghembo ma febbrile tra attrazione e repulsione: un rapporto insomma vampiresco – sul tema dovremo tornare – che trova epifania nello scarto fisico tra bellezza di Margaret e ripugnanza di Haddo. Margaret viene infettata da questa visione schizofrenica – viene in mente il brano di San Paolo (Rm 7, 15-25) sulla duplice legge contrastante nel cuore umano – e che in fondo rafforza il controllo di Haddo su di lei. A differenza dell’omonima – e probabilmente non è un caso – Margherita di Faust, Margaret non conosce la dialettica di colpa e pentimento, e affonda.

Haddo, si è visto, è il grande manipolatore: è indubbiamente lui il vilain della storia, colui che porta l’infelicità e diffonde appunto una sorta d’infezione interiore – è insomma difficile pensare a una lettura buonistica del suo personaggio. Eppure, se ci fermassimo all’assunto della pura malvagità del mago, perderemmo molto della sottigliezza della storia offerta da Maugham.

Margaret infatti cade preda di Haddo per la presenza condizionante, a monte, di tutto un terreno sfavorevole, in uno spaccato d’ambiente ironicamente amaro che prefigura il pessimismo cinico di opere successive dell’autore. C’è infatti un secondo paradosso del controllo, laddove troviamo il successo di Haddo reso possibile e in realtà favorito dai suoi avversari, i “buoni” della storia – attraverso una sorta di aridità da loro coltivata e incarnata, e la preesistenza di relative e parallele dinamiche di controllo, sia pure accettate socialmente e moralmente.

Rimasta priva di una figura paterna, Margaret è fidanzata col più maturo e protettivo Arthur, icona di responsabilità e intelligenza pratica, a spese del quale è cresciuta. Per amore di Margaret, lui arriva a cogliere dimensioni di bellezza prima ignote, ma più come occasione di fragilità e inquietudine (indicativo è l’episodio in cui è colto da acuta melanconia di fronte a una statua del Louvre che sembra richiamare il volto di lei) che non di gioia e libertà: in effetti – vedremo – la stessa rigidità pragmatica e scientista di Arthur si rivelerà il frutto di antiche paure e sensi di perdita, il tentativo di corazzare una fragilità del profondo. In questa sede ci può interessare fino a un certo punto che Arthur, medico come il suo autore, ne sveli forse le antiche ferite: ma in ogni caso la sua risposta alla gioia di vivere di Margaret è fin troppo dimessa e meditabonda. Con un partner del genere, surrogato di un padre, ripiegato in grevi autocensure, grigiamente pragmatico, rigido ma interiormente fragile, Margaret ha ogni motivo di sentire la propria vita fortemente condizionata. Se poi è ingiusto – e frutto dell’infezione morale covata – il pensiero di Margaret che Arthur la spinga a sposarlo per ripagarlo della sua “beneficenza”, certo anche quella dinamica di riconoscenza non favorisce la libertà di un rapporto.

Ma c’è di più. Fin dall’inizio della conoscenza con Haddo, l’atteggiamento di Arthur verso di lui è stato spiacevolmente insultante, non solo in tema di convinzioni teoriche ma persino a proposito dello sgraziato aspetto fisico dell’interlocutore. E l’episodio del cane che ha morso il mago ricevendone un calcione, vede una reazione brutalmente spropositata del “buono” Arthur che infierisce a botte su Haddo, mentre Margaret continua desolata a coccolare la vergine cuccia e Susie lascia fare; anzi, quando Haddo si scusa, non una parola giunge da Arthur che in seguito liquiderà la mancata difesa dell’altro come vigliaccheria. Che il mago possa insomma nutrire una certa ostilità verso un simile campione del “razionale” è almeno comprensibile; e per contro l’ottusa brutalità di Arthur finisce col rafforzare il grande mestatore che si finge vittima.

C’è poi Susie, già insegnante e punto di riferimento per Margaret: e che a ben vedere, lasciando il suo incarico e raccogliendo i frutti di una piccola rendita, si è presa una sorta di perpetua vacanza dismettendo il ruolo della responsabilità verso l’amica (tranne che per la scelta degli abiti e altre amenità). Forse, quand’era insegnante, la sua resistenza al male era più attenta: ma ora non solo non protegge l’inorridita Margaret da Haddo, ma anzi gli facilita con gorgheggiante leggerezza il compito d’intrufolarsi. Di più: benché onestamente affezionata all’amica, Susie si concede con sospetta frequenza fantasie (sia pur caste) su quell’Arthur che è più o meno suo coetaneo – col risultato di innamorarsene senza speranza. Se Margaret, scoprendo il suo segreto, si mostrerà ingiustamente feroce verso di lei, non avrebbe però torto nel rimproverare a Susie qualche ambiguità o imprudenza.

E ancora c’è il mite e benevolo Porhoët, dotato in teoria non solo di esperienza di vita ma di sapienza esoterica: è stato il primo a conoscere Haddo, e le sue doti dovrebbero renderlo maggiormente avvertito dei pericoli corsi da Margaret. Il problema è che gli studi occulti sono per Porhoët occasione d’interesse erudito e occasione di piccoli numeri sussiegosi in salotto, ma l’uomo resta di sostanziale inefficacia di fronte all’ingombrante collega di studi o alle reazioni sbagliate dei giovani amici. Anzi, quando davvero servirebbe, Porhoët non c’è o si defila.

Fin qui i personaggi; ma deficitarie sono, a monte, anche le loro dinamiche in senso generale – e qui appare il pessimismo di Maugham. Come nella amara constatazione che per cogliere negli altri dimensioni di sofferenza si debba nutrire qualche interesse specifico in tema di attrazione o ostilità: è per esempio l’invaghita Susie, e non la fidanzata Margaret, a cogliere la vena sofferta del carattere di Arthur; mentre a sua volta Arthur liquida come fisime femminili l’angoscia della partner. D’altro canto Margaret crede di ravvisare sofferenza in Haddo solo quando inizia a esserne attratta; e in compenso gode con ferocia la sofferenza di Susie ostentando passione col fidanzato che ha già deciso di abbandonare.

Le dinamiche di controllo ci vengono insomma mostrate in tutto un tessuto relazionale e una dinamica nel tempo degli eventi: al punto che è lecito chiedersi se lo stesso Haddo avrebbe perseguito il demoniaco piano che via via scopriremo, in presenza di un altro atteggiamento dei “buoni”. Interessante è una notazione di Maugham – una delle pochissime a tradire qualcosa della personalità di Haddo dietro il velo delle apparenze – registrata quando il vilain sta proclamando a Margaret le glorie della magia: egli sembra affabulare (ci viene detto) con l’unico scopo di nascondere alla ragazza che lui in quel momento sta usando tutto il suo potere. La magia insomma come estrema e paradigmatica forma di manipolazione degli altri, più che della realtà – ciò che conferma l’ottica relazionale privilegiata dall’autore.

Una dimensione dialettica che d’altra parte conduce al senso proprio di una narrazione fantastica, che non si esaurisce mai acriticamente nel messaggio moralistico-ideologico, nella denuncia di un positivo e un negativo a tutto tondo. Sarebbe per esempio falsante, insomma, intendere come bene l’atteggiamento superficiale degli amici di Margaret verso l’arte, e come male l’approccio immaginoso di Haddo, astraendoli in quanto tali da un più ampio tessuto relazionale. Mentre l’uno e l’altro rappresentano solo polarità di un unico dramma dove bene e male, nonostante le apparenze, conoscono almeno ampie zone d’ombra.

(Continua.)

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