di Daniele Picciuti 

[Pubblichiamo un estratto da Ritorno alla Mary Celeste, racconto lungo che dà titolo alla nuova raccolta di Daniele Picciuti (Dunwich Edizioni, Roma 2013, pp. 182, € 9,90 in brossura, € 1,90 in digitale)] F.C. 

Prologo

DapiccmC

Lama che trancia una corda. Dita grosse, scure e nodose s’insinuano all’interno della rete, tra i pesci morti, e indagano, frugano, scavano. Il pescatore mi dà i brividi. Fronte bassa, occhi infossati dentro orbite scolpite in una pelle ruvida come corteccia, folti baffi neri all’interno dei quali la bocca scompare.

Tremo dal freddo e mi stringo nel cappotto. Ma forse non è soltanto la bassa temperatura. Raffiche di vento spazzano il ponte del peschereccio sotto un cielo che si è fatto puro piombo. Se piovesse ora, sarebbe come se Dio ci vomitasse addosso.

«Hé, viens ici!» bercia il pescatore. Non è una richiesta, ma un ordine.

Lentamente mi avvicino. L’uomo non mi guarda, ma continua a farmi cenno di avanzare.

Una mareggiata scuote lo scafo e per poco non precipito in acqua. In un precario equilibrio mi chino accanto alla rete, seguendo i movimenti delle sue mani nude che si fanno largo in mezzo al pesce intrappolato.

«Ici.» La voce è arrochita dal fumo e dal rum. «Regarde.»

Continuo a fissarlo per non abbassare gli occhi.

«Regarde!»

Muto, obbedisco. Osservo.

Di fronte a me, tra le pupille sbarrate dei merluzzi e il tanfo che mi annoda lo stomaco, due occhi lividi dentro una testa grigia mi fissano atterriti. Intorno alla nuca un nugolo di capelli scuri circonda quel volto glabro e molle che stento a riconoscere.

«C’est ton père», mormora, guardandomi, aspettando che anche io lo dica.

«Sì», lo accontento, coprendomi naso e bocca per soffocare un conato. «È papà.»

Il peschereccio viene scosso da una mareggiata più forte, lo scafo sobbalza ed entrambi ruzzoliamo a terra, io in mezzo al pesce, l’uomo fino alla balaustra di tribordo.

Dal mare schizzi d’acqua e schiuma mi tempestano la faccia. In cielo, uno scuro nembo ha cominciato a riversarci addosso il suo carico di pioggia.

È allora che lo vedo.

Il braccio glabro e ossuto che spunta fuori dalla notte a un palmo dal pescatore. Alle sue spalle, l’immensa chiglia di una goletta che annaspa tra la nebbia.

Faccio per urlare, ma il fiato mi muore in gola quando vedo emergere la testa, contornata da una chioma argentea a incorniciare un volto pallido e allungato, che mi guarda da sopra una fila di denti aguzzi. Gli occhi sono pozzi ghiacciati dentro cui si agita un’anima nera.

Il pescatore ha un sussulto e si volta. L’orrore gli stravolge i lineamenti, poi la mano ossuta si allunga per ghermirlo e lui si getta a terra, gridando ai suoi uomini qualcosa che non capisco.

Uomini che fino a poco fa non c’erano ma che ora vedo emergere dal boccaporto.

Da babordo sopraggiunge di corsa il nostromo, una bottiglia di birra ancora in mano e gli occhi ridotti a fessure. Si ferma a contemplare lo scenario che ha luogo dinanzi a noi.

Poi, nel buio, le braccia ossute lo afferrano, lo sollevano per il collo e, ignorando le sue grida di terrore, galleggiando in un groviglio di filamenti argentati, lo trascinano in mare.

Papà, riesco appena a pensare. Dove mi hai portato? Dovevi insegnarmi a pescare. Ma non mi hai mai parlato dell’orrore…

Un’altra mano. Sulla balaustra. Poi un’altra.

E un’altra ancora.

Volti, occhi e bocche allungate nella tempesta.

E, sopra ogni cosa, il fetore nero del mare.

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