di Sandro Moiso

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Ad attrarre l’occhio è sicuramente la magnifica copertina dell’album, riproducente un’opera dell’artista messicano José Guadalupe Posada (1851 – 1913). All’interno solo un ingrandimento della carta dell’area circostante El Paso con la scritta “The Dorados Take El Paso”. Per il resto nulla. Nessuna indicazione, nessuna scaletta dei titoli, nessun credito artistico. Solo sul retro e sull’etichetta il marchio della Indolent Records, casa discografica minore che già nei tardi anni sessanta aveva pubblicato gli album dei Surfadelics e dei Corvairs.

Eppure le due facciate del disco racchiudono un autentico tesoro per ogni amante della musica rock, fondendo insieme la forza e la rabbia del punk inglese con la musica texana di confine, il tex-mex. Registrato dal vivo, l’album dispiega fin dall’attacco un’energia travolgente con il brano “El Paso Is Burning”, che non è altro che una rielaborazione di “London Calling” per voce, chitarre elettriche, organo Vox e fisarmonica.

 Il riferimento, nel nome del gruppo, alla cavalleria di Pancho Villa (i Dorados) che, nel corso della Rivoluzione Messicana, osò attraversare il confine per portare lo scompiglio nel territorio statunitense, dovrebbe già aver insospettito i lettori poiché è una scelta politica, filo-latinoamericana ed anti-imperialista. Ed infatti la voce che urla le parole della canzone è quella di Joe Strummer e i Dorados non sono altro che i Clash accompagnati, per l’occasione, da Augie Meyers alle tastiere e Flaco Jiménez alla fisarmonica.

 A narrarci la storia di questo disco, altrimenti sconosciuta, è stato Thomas Pynchon nella sua “ The Secret History of Rock’n’Roll”, ancora inedita in Italia. Il testo, che tra le altre cose costituisce l’unica opera non di finzione dell’autore americano, rivela che il concerto da cui sono tratte le incisioni avvenne il 7 giugno del 1982 a El Paso, durante la tournée americana dei Clash, che  avevano suonato a Dallas il 6 giugno e, poi, ad Austin nei giorni 8 e 9 giugno.

 Il gruppo, a sorpresa, si era esibito al Vineland di fronte ad una platea di punk texani, giovani chicanos ed estimatori del tex-mex. Una situazione esplosiva che finì con l’influenzare il lavoro futuro dei Los Lobos. Come testimonia Louie Pérez nelle pagine dell’opera di Pynchon: ”Mi trovavo a El Paso con David (Hidalgo) per una visita ai parenti, ma quella serata fu indimenticabile. Eravamo tutti lì: giovani vatos, carnales e hipster di vario genere. Tutti fuori di testa per quei cinquanta minuti di musica! Quando tornammo ad East L.A. decidemmo di deporre gli strumenti acustici e di passare ad un suono più elettrico” (in Thomas Pynchon, The Secret History of Rock’n’Roll, Bantam Books, 2001, pag. 253).

 L’idea era stata di Augie Meyers che, dopo aver assistito al concerto di Dallas dei Clash, li aveva invitati per il giorno successivo a El Paso, dove l’ennesima incarnazione del Sir Douglas Quintet, che anticipava di qualche anno quella dei Texas Tornados, avrebbe dovuto esibirsi nei giorni successivi. Proprio nello stesso locale. E naturalmente il quartetto, all’epoca formato da Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Terry Chimes (che sostituiva alla batteria Topper Headon, momentaneamente impedito dall’abuso di sostanze e da una condanna che ne era derivata), aveva immediatamente accettato.

 L’album live (forse l’unico in assoluto registrato a El Paso, città non certo celebre per la musica) prosegue con alcuni brani tratti da “Sandinista” (“Washington Bullets”, “Police On My Back” e “Charlie Don’t Surf”) e con altri tre da “London Calling” (“Brand New Cadillac”, “The Guns of Brixton” e “Spanish Bombs”). Poi gran finale con “Revolution Rock” (sempre dallo stesso album) e, subito dopo la salita sul palco del terzo ospite d’onore Doug Sahm, una scatenatissima “Mendocino” e una nostalgica, ultima e riuscitissima versione di “Forever Young” di Bob Dylan, cantato a due voci da Strummer e Sahm.

 Fine. Cala, purtroppo,  il sipario su uno dei dischi più rari e misteriosi della storia del rock. Ora non resta che sperare che qualche casa discografica, a più di  trent’anni di distanza, decida di ripubblicarlo con note adeguate e un suono più ripulito (anche se esistono sicuramente problemi per i diritti dei musicisti sotto contratto, all’epoca, da un lato con la Sony/Columbia, i Clash, e dall’altra con varie altre etichette, Meyers, Sahm e Jiménez). That’s All Folks!

 

 

 

 

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