di Roberto Gastaldo

GastfruttAveva visto la colonna quando era ancora molto lontana. Tre, forse quattro chilometri. Quel giorno stava irrigando i suoi terreni, sui terrazzamenti accanto alla mulattiera che sale al passo, e dal quel punto di osservazione rialzato si vedeva ben oltre il paese.
Quando aveva comprato quei pezzi di terra li aveva pagati poco, rispetto ai costi esorbitanti di quel periodo; nonostante questo, dopo aver firmato l’atto di vendita, gli ex proprietari sorridevano tutti, convinti di aver fatto un affare, Carlo però sapeva quel che faceva. In quel momento nessuno voleva quei terreni perché erano scomodi, e lo erano non solo per il fatto che si trovavano lontani dal paese, ma anche perché erano faticosi da coltivare, frammentati in tante piccole terrazze in cui era impossibile adoperare anche solo un aratro a trazione animale, figuriamoci un trattore, anche se piccolo. Solo il primo di quegli appezzamenti non era terrazzato, ma si trovava su di un prato ripido, così ripido che lo si era lasciato nello stato originario perché il gioco non valeva la candela. Lì Carlo aveva piantato solo una decina di alberi, albicocchi e prugni, per il resto aveva lasciato l’erba, e ci portava a pascolare le sue tre capre. Non bastava a nutrirle per tutto l’anno, ma era un buon aiuto.
Erano passati dieci anni da quando aveva mollato Milano per trasferirsi in quel paesino. Non era stato uno dei primi ad andarsene dalla città, ma quando aveva stabilito di farlo si era mosso con decisione, senza stare a perdere tempo dietro alle lamentele di Claudia o del loro figlio. Aveva comprato qui, e venduto là, e ora sua moglie era contenta che l’avesse fatto. Suo figlio no, o almeno non lo era sei anni prima, quando, appena diventato maggiorenne, se ne era andato di casa; quella testa dura da allora si faceva vivo solo di rado, e mai di persona, ma Carlo era sicuro che prima o poi avrebbe ammesso di avere torto. Anche con suo figlio il tempo gli avrebbe dato ragione, come era successo per i terreni. Quando li aveva acquistati non si era preoccupato della loro comodità, ma del fatto che fossero vicini ad un ruscello, ed a monte degli altri campi coltivati. Grazie a questo ora era sicuro di poter sempre irrigare quando e quanto gli serviva, nonostante la disponibilità di acqua andasse sempre diminuendo. Gli bastava salire alla minuscola diga che aveva costruito sul ruscello, poco a monte dei propri appezzamenti, spostare la chiusa, e restare lì a sorvegliarla, con in tasca la propria pistola, per il tempo necessario. Dal giorno in cui aveva acquistato, la produttività dei suoi campi era rimasta inalterata; pochi in paese potevano dire altrettanto.
Quando ancora viveva a Milano gestiva un bar. Non un locale alla moda. Non era in centro, e poi non sarebbe stato comunque il suo genere. Il suo era un piccolo bar dignitoso su corso Indipendenza, uno di quelli che non noti, il tipo di bar in cui gli impiegati degli uffici vicini vanno a prendere un caffè o a mangiare un pranzo veloce. Ci guadagnava bene, anche se non quanto i bar ‘da aperitivo’, e in più, rispetto a loro, aveva la domenica libera, e alla sera alle otto era quasi sempre a casa. Poi, però, erano iniziate le crisi. Prima quella del 2008, e poi le altre, così vicine che a lui sembrava che non fossero ‘le’ crisi, ma una crisi sola, interminabile, che di tanto in tanto allentava appena la presa, quasi che lo facesse intenzionalmente, per permettere alle sue prede di sopravvivere, e prolungare così il proprio sadico gioco. Era arrivata la crisi, o le crisi, e niente aveva più funzionato come doveva. I margini si erano ridotti, e i rischi erano aumentati, non solo in senso economico: nell’ultimo anno della sua gestione il bar era stato rapinato tre volte.
La prima volta il rapinatore aveva solo un coltello, e lui aveva esitato un attimo prima di consegnare l’incasso. Aveva perso tempo a chiedersi quante possibilità avesse di riuscire a prendere la pistola che teneva nel cassetto, e mentre se lo chiedeva il ladro gli aveva rotto una teiera in testa. Tutto sommato gli era andata bene, e non essendo uno stupido aveva capito la lezione, le due volte successive era stato più rapido ad aprire la cassa, risparmiando così sia la propria testa che le stoviglie.
Quando parlava di Milano raccontava sempre che era stato proprio a causa delle rapine che si era deciso a lasciarla, diceva che, a parte i rischi per la propria incolumità, i margini ormai erano così scarsi che una rapina gli mangiava il guadagno di due mesi, e che se le cose avessero continuato in quel modo avrebbe finito col lavorare solo per i rapinatori. In realtà alla sua decisione aveva dato una grossa spinta la morte di sua madre, e il fatto che avesse lasciato a lui, unico figlio, la casa nel paesino in cui erano sempre vissuti, e in cui lui era nato. Così aveva comprato qualche altro terreno, oltre ai pochi che aveva ereditato, aveva venduto la licenza del bar e l’alloggio a Milano, e si era trasferito con moglie e figlio al seguito.

La colonna ora si era avvicinata. Aveva aggirato il paese e stava per imboccare la mulattiera che sfiorava i suoi terreni. Adesso che erano più vicini Carlo riusciva a vedere che si trattava di una colonna molto piccola, formata al massimo da una dozzina di persone.
Quando si era trasferito lì, di colonne non se ne erano mai viste, anche perché non sarebbero state necessarie. La Svizzera non aveva ancora chiuso la propria frontiera sud, e per passare il confine, anche se non si avevano i soldi per un biglietto del treno, si poteva fare autostop lungo il lago. Le colonne erano una novità degli ultimi tre o quattro anni, ed erano in continuo aumento.
All’inizio erano stati pochi, piccoli gruppi. Così piccoli che qualcuno li aveva presi per un ritorno, sia pure su scala ridotta, del turismo, che da qualche anno aveva abbandonato la valle. Un turismo povero, fatto di gente che va a piedi, e al massimo ti compra il pane e un po’ di formaggio, ma comunque meglio di niente. Solo che non erano turisti, era gente che emigrava, cercando di entrare in Svizzera attraversando di nascosto un passo montano, e che per darsi coraggio per quell’impresa cercava di riunirsi in gruppi, il più numerosi possibile. Era gente che scappava da una pianura dove le industrie una ad una chiudevano, e la monocoltura del riso, privata delle grandi quantità d’acqua che era solita utilizzare, aveva ridotto la resa a meno di un quarto rispetto all’inizio del secolo.
Quando si era capito come stavano le cose, qualcuno in paese aveva pensato che comunque, anche se non erano turisti, un piccolo guadagno ce lo si poteva fare. Era stato così che due dei residenti avevano iniziato ad aspettare le colonne al negozietto, dove spesso gli emigranti si fermavano per avere pane e informazioni, e a offrirsi loro come guide per fargli superare il passo. Non che ci fosse realmente bisogno di una guida, il sentiero era ben segnalato, e, grazie agli stessi emigranti, abbondantemente battuto, ma a gente di pianura, preoccupata, e spesso con bimbi al seguito, non era difficile far credere il contrario.
In paese tutti sapevano, e per un bel po’ nessuno aveva avuto niente da ridire, ma poi gli svizzeri avevano capito che vietare l’ingresso non era sufficiente, che bisognava anche controllare le frontiere, e così, da un giorno all’altro, sul lungolago era diventato impossibile passare, e di conseguenza i percorsi alternativi erano diventati più battuti. Quello che transitava dal paese non era il più frequentato, ma anche così i migranti erano molti, rispetto ai pochi abitanti; chi era riuscito ad attraversare prima o poi raccontava a chi era rimasto come gli era andata, e per chi partiva dopo sapere di poter contare su una disponibilità di guide aveva un certo peso nella scelta del percorso.
Gli svizzeri però non controllavano solo il lungolago, pattugliavano anche i passi, anche se non con la stessa continuità. Se da un lato in montagna i controlli erano meno frequenti, dall’altro le pattuglie, lontano da sguardi indiscreti (lontano da ogni tipo di sguardi, per la verità), avevano modi molto meno cortesi, e spesso chi era costretto a tornare a valle ci arrivava in condizioni tali da non poter ritentare subito la traversata. Nonostante questo ben pochi erano disposti a rinunciare. La situazione nella pianura padana ormai era tale che, a parte i pochi ricchi, solo chi aveva della terra era sicuro di poter mettere insieme due pasti al giorno, e ad averla non era la maggioranza. Per questo quasi nessuno dei migranti tornava indietro, e molti, rispetto alla popolazione del paese, finivano per stazionare più o meno a lungo nel fondovalle. Privi di un rifugio, privi di un’occupazione, quasi sempre anche a corto di soldi, e senza alcuna possibilità di guadagnare in alcun modo. E allora rubavano. Non erano furti ingenti, in genere si limitavano a della frutta dagli alberi, o a qualche pomodoro, o a delle uova. Una sola volta un residente si era lamentato che gli fosse stato preso il portafogli, ma non si era mai capito se era davvero stato un migrante. Anche così però, per i residenti era troppo.
A Giulio ed Enrico, le due guide, era stato vietato di proseguire con quel mestiere, e per non lasciarli privi di entrate si era deciso di assumerli per vigilare sul paese e sui campi vicini, per scoraggiare i furti. Anche queste notizie non avevano impiegato molto a rimbalzare fino ai luoghi di provenienza dei migranti, e dopo una decina di rifiuti nessuna delle colonne aveva più cercato una guida. Analogamente, dopo che Guido aveva sparato due o tre volte in aria per sventare dei furti, anche il percorso di chi transitava si era modificato. Ora le colonne passavano dai viottoli fuori dal paese, stando bene attente a non oltrepassare mai il confine dei campi. Il loro numero inoltre era diminuito, e tra una cosa e l’altra il risultato complessivo era che negli ultimi sei mesi c’erano stati furti solo in alcuni dei campi più lontani, come quelli di Carlo. Quei furti non erano tali da creargli dei veri danni economici, ma per lui, scappato da Milano per sfuggire alle rapine, quella situazione era decisamente irritante. C’era però ben poco che potesse fare, aveva abbastanza lavoro a star dietro ai campi per farci crescere qualcosa, non poteva passare anche le domeniche e le notti a caccia di ladri. Quando però, come quel giorno, capitava di essere già sul posto al loro arrivo, e per di più con la pistola, qualcosa si poteva fare.

Erano spariti dalla sua vista. La mulattiera aveva un tratto che saliva a tornanti per superare una balza, procedendo nascosta a chi si trovasse nel piccolo pianoro in cui era lui; sull’esterno di uno di quei tornanti c’era l’ingresso del suo piccolo frutteto. La colonna ora si trovava in quel tratto, e la sua impressione era che ci si trovasse da più tempo del necessario.
Si guardò intorno e non vide nessuno. Decise che poteva permettersi di allontanarsi dalla chiusa per qualche minuto, e scese rapidamente un breve tratto della mulattiera, fino a trovarsi esattamente al di sopra del suo prato. Come aveva temuto i migranti stavano saccheggiando le sue albicocche, ormai mature. C’era un gruppo di sei persone attorno a un albero, altre quattro si trovavano accanto a quello vicino, e un ultimo migrante stava da solo, un po’ più lontano. Per un attimo Carlo rimase fermo, incerto sul da farsi, poi prese una decisione. Puntò la pistola verso il gruppo più numeroso e urlò il suo ultimatum.
– Mollate tutto quel che avete preso e andate fuori dalle palle. Adesso.
I sei, vedendosi sotto tiro, si affrettarono ad alzare le mani, e iniziarono ad allontanarsi dall’albero, tornando verso la mulattiera. Tenendo la pistola puntata su loro, Carlo riusciva comunque a scorgere i quattro vicini, e notò che anche loro stavano ritirandosi in buon ordine; in breve i due gruppi si fusero in uno solo, rendendogli più facile tenerli sotto controllo. Chi proprio non rientrava nel suo campo visivo era l’ultimo uomo, quello più lontano. O almeno, quello che era il più lontano fino al momento in cui l’aveva perso di vista. Improvvisamente avvertì un colpo al braccio destro, perse il puntamento sul gruppo di uomini, e quasi gli cadde di mano la pistola, ma si riprese in fretta. Voltatosi, vide che l’uomo (ma forse sarebbe stato meglio dire il ragazzo) che non gli riusciva di tenere sotto osservazione, si era avvicinato a uno dei muretti che dividevano gli appezzamenti. Doveva aver preso da lì la pietra con cui l’aveva colpito, e di certo aveva preso da lì quella che si preparava a lanciare. Carlo non ci pensò su due volte, aveva il braccio dolorante, e nessuna intenzione di fare ancora da bersaglio a quel ragazzetto, e poi la distanza non era molta, poteva farcela. Prese la mira e sparò. Prima che il proiettile partisse il ragazzo aveva iniziato il movimento del lancio, e, quando venne colpito, il suo braccio lo proseguì, ma lo fece senza forza, come se si stesse sgonfiando. La pietra gli uscì dalla mano priva di energia, e dopo una parabola di pochi metri ricadde a terra, con la stessa pesantezza con cui poco più in là cadeva il corpo.
Con il braccio che iniziava a pulsare per il dolore Carlo riportò la mira sugli altri migranti, e ripeté la sua intimazione
– Fuori dalle palle, subito. Dovreste aver capito che non scherzo.
Dopo un istante di esitazione i dieci si mossero, più rapidamente di prima, e in breve furono fuori dal suo terreno, di nuovo diretti al passo. Nello stesso tempo Carlo, saltando dai muretti, scendeva nel suo prato. Non aveva nessuna intenzione di lasciare che quegli uomini lo raggiungessero sulla mulattiera, dove la breve distanza e il loro numero avrebbero ridotto di molto il vantaggio che la pistola gli dava.
Nel suo frutteto non c’era nulla da fare, ma, prima di tornare alla diga per sbloccare la chiusa, doveva lasciar passare un po’ di tempo, per non rischiare di trovarsi a contatto con quei migranti. Per far passare il tempo si mise a controllare che non avessero danneggiato gli alberi; vide che fortunatamente era così, e che non avevano neppure rubato troppe albicocche, anche perché non ne avevano avuto il tempo. Dopo aver verificato lo stato delle piante si avvicinò al corpo a terra. La prima cosa che fece fu tirargli un calcio, per sincerarsi che non avesse reazioni, poi, sicuro che fosse morto, iniziò a chiedersi cosa doveva farne. L’idea di dovergli scavare la fossa non lo attraeva per niente, ma anche il pensiero di lasciarlo dove si trovava lo infastidiva. Ci pensò un po’, e alla fine gli venne l’idea giusta.
Si caricò a spalle il corpo, per fortuna leggero, e lo portò fino all’albero più vicino all’ingresso del campo; una volta lì, lo appoggiò al tronco. Lo sistemò in posizione seduta, e con la cintura gli legò la testa al prugno, all’altezza della fronte, impedendole di ricadere in avanti e facendo così in modo che gli occhi sbarrati risultassero ben visibili a chiunque avesse voluto entrare nel suo terreno. Si allontanò di qualche passo, per valutare meglio l’impatto visivo, e trovò che era forte. Un messaggio che difficilmente sarebbe stato ignorato.
– Chissà, – pensò mentre puntellava il corpo con dei sassi perché non scivolasse a terra – magari il mio sarà il prototipo di un nuovo modello di spaventapasseri.

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