Immaginario e storia in “In territorio nemico”

di Jacopo Galimberti

In territorio nemico_smallL’elaborazione di In territorio nemico, il romanzo sulla Resistenza scritto da 115 autori e appena pubblicato da minimum fax ha seguito il metodo SIC, che comporta l’accumulo e la successiva distillazione di un’immensa mole di materiale scritto (un testo SIC finito ammonta in genere al 10% circa del materiale complessivo prodotto). Dato che tale lavoro avviene per singoli elementi narrativi (personaggi, luoghi, etc.) prima ancora di passare al lavoro sulla stesura, e che, a fronte di molte “schede individuali” scritte, emergono, come per elezione, solo i contenuti delle “schede definitive”, l’ipotesi è che tale materiale possa essere utilizzato come una fonte di dati per indagare lo stato dell’immaginario contemporaneo sulla Resistenza italiana. Ma per “immaginario” non si intende solo un crogiolo di mitemi ed eroi: l’immaginario è anche metodo e presa di posizione. Ci si puo chiedere, allora, come articola l’immaginario la funzione della storia? In territorio nemico doveva essere un romanzo storico basato sul principio della plausibilità storica (questa l’indicazione di partenza); tuttavia, i 115 autori hanno fatto un uso spregiudicato dei dati storici avendo in mente ciò che, a posteriori, paiono fondamentalmente tre intenti: criticare il presente, cercare modelli plausibili e indagare le origini del contemporaneo_.

I tre momenti sono spesso indistinguibili ma, a scopo esplicativo, si può mostrare come ognuno dei tre protagonisti del romanzo incarni più di altri una di queste istanze. Per esempio, Adele Curti evoca, in modo mai didascalico, la necessità  di “indagare le origini del contemporaneo”. Adele è una borghese, ma nel 1944, dopo aver perso le tracce del fratello e del marito (il padre è morto da poco) diventa membro dei GAP e uccide un soldato delle SS. È improbabile che una gappista abbia compiuto azioni di questo tipo, dato che le donne effettuavano principalmente azioni di staffetta: gli autori ne erano consapevoli, ma hanno deliberatamente ibridato la figura storica della gappista con icone emotivamente e temporalmente più prossime. La sua radicalizzazione, che passa per l’esperienza della vita operaia, è debitrice dell’esperienza della lotta armata degli anni settanta, a sua volte mediata dall’immaginario dei film e delle serie televisive dedicate agli Anni di Piombo. Nel romanzo, le scene di lotta partigiana privilegiano il contesto urbano, in netto contrasto con buona parte della letteratura resistenziale; è del resto interessante notare la funzione emancipatrice della città nell’immaginario degli autori: nelle scene del romanzo in cui la lotta partigiana avviene lontano dai centri abitati, le donne sono relativamente marginali. Adele è un coacervo di figure che conducono alla ridefinizione del ruolo della donna e del concetto di genere nel post-fordismo e nella terza generazione del femminismo. È a un tempo una gappista, una combattente comunista post’69, ma anche una femminista e, per certi versi, un leader transgender, sulle orme di Sigourney Weaver in Alien o di Uma Turman in Kill Bill. Un ammiccamento uscito direttamente Uma-thurman-kill-billdall’inconscio collettivo fa sì che Adele sia paragonata, nelle parole di altri personaggi del romanzo, a “un’attrice del cinematografo”.

È agevole reperire una “ricerca di modelli” nella presa di coscienza politica di Matteo, fratello di Adele. Se PCI e DC hanno egemonizzato l’immaginario post-bellico della Resistenza, gli autori hanno ridisegnato il paesaggio politico resistenziale restituendogli la sua disarmante pluralità: anarchici, gappisti, massoni, socialisti libertari, sottoproletari maneggioni, femministe staliniste, l’esperienze di autogoverno delle repubbliche partigiane (comuniste, sì, ma sui generis…), e anche monarchici, come’è inizialmente lo stesso Matteo. Giovanni de Luna ha mostrato come, negli ultimi vent’anni alcune istituzioni e alcuni politici di primo piano (come Luciano Violante) abbiano pressoché equiparato nelle loro dichiarazioni i partigiani ai “patrioti” della Repubblica di Salò. Per gli autori di In territorio nemico questa analogia è assurda: la Resistenza di questo romanzo è molteplice, a volte contradditoria, fatta di mille anime in contrasto tra loro, ma è sempre certamente diversa, o meglio opposta, al male costituito dal nazifascismo; tuttavia, la lettrice comincia a percepire una qualche empatia con il monarchico e patriota Matteo solo dopo che questi incomincia ad avvicinarsi al Partito d’Azione, arriva a sentirlo vicino quando militerà nelle formazioni anarchiche, e trova finalmente una piena sintonia quando sarà un combattente “maturo” della Repubblica Partigiana dell’Alto Monferrato – se non, addirittura, durante i drammatici momenti ancora successivi. L’immaginario collettivo ancora una volta funziona in modo piuttosto curioso: Matteo, al di là della sua formazione politica per mano di questo o quel compagno di battaglia, passa anche e soprattutto attraverso una sorta di espiazione fisica, che prende le forme di una nefrite. 

Si può infine ravvisare nel terzo personaggio principale, Aldo, la linea principale di ciò che abbiamo chiamato “storia come critica del presente”. La letteratura resistenziale è spesso incentrata sulla dimensione pubblica, benché a volte vi innesti (si pensi a Pavese o a Fenoglio) una dimensione più intima. Non ci pare però che la follia sia mai stata fatta interagire con la Resistenza in maniera significativa. Ciò avviene con Aldo, il marito di Adele. Aldo, per paura della “ricollocazione” in Germania – è infatti un dotato ingegnere aeronautico – s’imbosca e finisce per perdere iltessera_partigiani senno, passando via via dal timore, alla paranoia, all’apatia e al delirio. Questa infrazione alle regole non scritte del genere “romanzo resistenziale”, per quanto emersa dalla composizione delle schede SIC, e dunque non pianificata a priori, è presumibilmente funzionale a creare un legame con la supposta depoliticizzazione del presente: con l’imboscamento di molti. Il personaggio del Giavazzi è a sua volta tributario dell’eroinomane “outcast” degli anni fine settanta-ottanta-inizio novanta, portatore di una negazione totale, che è in fin dei conti essa pure politica, ma in un podo certamente deteriore. In un cortocircuito che qualche psicoanalista jungiano saprà chiarire forse meglio di noi, Aldo è sia il marito di Adele ma anche una sorta di figlio disilluso (tanto di lei quanto di Matteo), o ancora un fratello minore a cui gli ideali di tutte le resistenze appaiono già stinti e incancreniti, e al posto dei quali non è possibile, eventualmente, che una cieca fede nella tecnica.

 

 

[Jacopo Galimberti è uno dei 115 autori di In territorio nemico. Questo articolo è stato scritto a partire da un intervento SIC alla University of London, nell’ambito di Weighs like a nightmare, nono convegno annuale sul materialismo storico].

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