Spinoza.  di Cassandra Velicogna

“Sapevo che molti ci passavano per caso dal settantasette. Sapevo che io ci sarei rimasto”

Il proliferare di libri più o meno riusciti sull’anno della rivoluzione (mancata) lascia un posto a questo Sette Sette. una rivoluzione. la vita di Pino Tripodi (Le milieu). Le scarse note biografiche in bandella sono implementate per i curiosi da un’eloquente dichiarazione dell’autore sul sito della casa editrice. Tuttavia non è per  la valenza  di proposta per le nuove generazioni di militanti (dichiarata appunto nella scheda on line) che questo libro va letto, ma perché ha il pregio di far rivivere alcune pratiche che venivano agite in quel periodo, in quell’anno. Non come storia, ma come storie.

Non si ingabbia in un solo stile, Tripodi, vuole percorrerli tutti. Racconta, ricorda, filosofeggia  e spazia nelle praterie del gioco verbale, come una danza di frasi, come un rituale magico.

Due parole vanno spese sul filosofare in cui si addentra. Spingersi nel paragone tra una preposizione di Spinoza e una pistola è un procedimento logico non più praticato. Consiglio davvero il capitolo “Spinoza in ptrentotto”  in cui si dice che la preposizione 39 (p 39) dell’Etica di Spinoza * spara meglio di una P38… Quantomeno per capire il filo del pensiero dell’autore, qualcosa di veramente inusuale. Forse oggi siamo più timorati o noiosi. O lasciamo la filosofia a alcuni studenti e docenti…

Non altrettanto riusciti i capitoli in cui si gioca semplicemente con le parole, un intero alfabeto di tentativi di sinestesia: “Chi non erra non erre, anzi non r. Chi rivoluziona r” e così via, per ogni lettera.

Ma il meglio è la narrazione. Tante vite per un solo anno. [attenzione, soft spoiling] Una femminista che si scopre lesbico-speparatista. Un cameriere liberato dalla gabbia del lavoro salariato da un gruppo di autonomi. Un docente che trova un allievo fuori dal comune e poi lo perde nei rivoli del movimento studentesco. Un compagno in clandestinità che si salva per un pelo da una retata in uno spazio occupato. In fondo questo Sette Sette può anche esssere preso come una raccolta di racconti.

Il racconto diviene  anche memoir e fa riflettere parecchio. Non per i consigli sul leggere/non leggere Marx o la differenza tra violenza sulle cose/sulle persone, bensì per quel che si faceva nel 1977 per sganciarsi dalle logiche del profitto. Il non lavoro era una realtà praticata. Il telefono a gettoni era facilmente utilizzabile gratuitamente, si falsificavano soldi, biglietti del treno, buoni per la mensa. Si occupavano per anni i dormitori e si mangiava gratis alla mensa della facoltà. Si espropriavano i ristoranti uscendo con naturalezza senza pagare. E tutto questo era fatto in comune senza guastafeste e senza nessuna paura. Dire “oggi non si può fare” non è solo una considerazione sulle nuove tecnologie di controllo sociale, è un vero e proprio alibi. Queste pratiche così ben raccontate (perché  reali) incitano alla ripetibilità della riappropriazione. Certo tutto era fatto insieme, in comune, con picchi di vita simbiotica tra compagne e compagni che oggi non sono più agiti e forse nemmeno sentiti come necessari neanche nei posti più radicali.

Si caracolla verso la manifestazione di Roma, del Marzo 1977, con Lorusso ancora caldo nei cuori. Una debacle per il movimento: la fine dei giochi. Quel filo di lana su cui si giocava la differenza tra movimento radicale e lotta armata con la clandestinità come effetto collaterale si spezzò in quell’occasione definitivamente per non ricomporsi più. Ancora una volta si pensa “ecco cos’è successo”. La tristezza della rivoluzione sfumata è un fiume in piena per chi scrive e per chi legge.

Eppure il libro non finisce così, come un taccuino in cui si sono annotate a mano tante cose, si conclude con alcune frasi a effetto, alcuni ragionamenti come «Tasselli identici compongono mosaici differenti. Tasselli differenti compongono mosaici identici.» Come a lasciare aperta una via.

Davvero una scelta indicativa quella del libro di Tripodi come una delle prime pubblicazioni per la casa editrice Le Milieu. Un grande in bocca al lupo a questo marchio indipendente nato nel 2012 in quel di Milano. Vi invito a seguire la produzione contrassegnata dall’icastico logo con il nome della casa editrice vergato sul calcio di una P38. O di una Colt. O di una Beretta. Non so distinguere le armi, magari me la cavo meglio con le proposizioni dell’Etica di Spinoza.

 

*”Chi ha un corpo capace di molte cose ha una mente la cui massima parte è eterna” Spinoza Etica More gometrico demonstrata, quinta parte.

 


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