L’autobiografia di Pupi Avati, fra memoria e finzione

di As Chianese

aschav.gifOgni sera il vecchio, prima di mandarli a letto, aveva una storia da raccontare… Che poi era sempre la stessa, ma serviva a spaventarli. E avere paura del buio, della notte, di qualcuno che poteva venire, voleva dire non sentirsi soli. Era un fatto. (Le strelle nel fosso, 1978)

In memoria di Valentino Macchi (1937-2013)

La grande invenzione è il completamento ideale, e insieme la promulgazione indispensabile e squisitamente autoriale, di un iter cinematografico lungo più di quarant’anni. L’occasione per rivivere un passato comune alle speranze e ai sogni di intere generazioni, al pari di una testimonianza di felicità possibile, di speranza ritrovata.
Sono pagine che parlano di ambizioni e progetti, orizzontandosi nel buio fitto dei nostri tempi grazie ad un costante dialogo con l’aldilà; che narrano di un’Italia dove sognare era ben lecito e arrangiarsi necessario, là dove il “fare” – il pertinace impegno – sostituiva egregiamente quella che già sarebbe stata la modernissima e sterile “indignazione”.

In questa memoria di luci e ombre, lì dove il tempo si è fermato, è possibile ritrovare – supremo e tangibile – il bene antico dell’identità e l’assoluto valore delle radici. Ancora una storia da raccontare, capace di dissetare e saziare così come di redimere, al calar della sera. Quanto più di importante per tenersi alla larga e contrastare quello sguaiato “modernismo” che per decenni ci ha oppresso, il volgare pressappochismo relativista che oggi mina le sorti di un presente incerto. Il messaggio è forte. Aleggia sulle rovine post-moderne di quella che fu una “grande provincia”, con le sue usanze e i suoi credi. Le sue novelle da filò, le bestie da soma, le calze pesanti e i lunghi rosari. Quell’innocenza in grado di sfidare regole convenute e false morali, proponendo la solidarietà come esempio massimo di vera e necessaria emancipazione.
Il libro precede un nuovo lavoro di Avati, la serie televisiva Un matrimonio, che ci illustrerà la vicende di quelle stesse generazioni, di una famiglia che pare seguire le sorti alterne di una nazione intera. Il testo dell’autore è, ancora, una sorta di “nuova confutazione del tempo”, reca in sé la possibilità di esser letto come si trattasse di un labirinto, un ingegnoso tesseract dove perdersi è dolce. C’è molto di Borges in questo rincorrersi e biforcarsi di epoche e sentieri, nel concedersi liberamente ad un “make-up della memoria” dove l’invenzione – intesa come sommo artifizio – è talvolta necessaria, struggente nel fluire delle storie e nel largo registro dei nomi da aggiornare. Eppure mai vana. Salvifica oltremodo. Essenziale.
Le sue chiavi di lettura, le tematiche così come i volti e gli aneddoti tutti, presentano molteplici possibilità e addirittura, insite nella loro precisa rievocazione, delle cangianti e seducenti “soluzioni”. Snodi narrativi valevoli come funzionali angolazioni di ripresa. Come si trattasse di inquadrature, di obbiettivi da scegliere e netti tagli di scena da effettuare. François Truffaut scrisse che il cinema, attraverso il montaggio, è capace d’eliminare le parti noiose delle vita. Ma Avati, minuzioso e magnanimo cesellatore, nel suo riprende il cammino, fruga nel cesto del passato, nel conto dei giorni. Quasi lontano dagli avvenimenti, dal clamore degli accaduti eclatanti. Ne trae tenerezze e calde tonalità, emozioni autonome e densa poesia. Cronaca familiare. È l’interno-giorno di un’unione nata da due mondi equidistanti, la ricca borghesia e le campagne di Sasso Marconi. Come dire la mazurka e la filuzzi, rosso lambrusco e bianco Pignoletto. Il miracolo dell’amore (adolescenziale, coniugale, filiale, senile, sempre carnale…) che si rinnova come le stagioni, che trova il modo di eludere il problema del tempo e del mutare grazie proprio a quel ciclo. Ripartendo da quella continuità certa; dalla “circolarità del tempo” che – se vissuta come l’attesa della semina – non consuma i volti, non ne vìola mai la cara memoria. La mietitura sarà fruttuosa e sana, sfamerà il lettore e lo esaudirà, come una promessa mantenuta. L’estate che suggella il tempo della primavera, con la più calda delle certezze confermate. Una comunione contadina, come un salutare bagno di sole.
Ma cos’è La grande invenzione? Non è un gioco letterario, un divertissement per pochi affezionati, quanto una di quelle “verosimili finzioni” che ossessionarono sempre le pagine di Borges, che cantarono di miti da osteria e bulli da suburra. Che qui narrano, invece, di una città che è rimasta un posto dell’anima, un’irripetibile geografia dei ricordi con le nostalgiche polarità del bar Margherita, della casa di Via Saragozza 114, dei sospiri di Via degli Angeli, della radio che trasmetteva El Pavajan del trio Marcheselli e le invettive calcistiche del Cinno.
Dietro la curva del tempo, molto spesso, non c’è sempre il baratro ma la Provvidenza. In altre forme, per vie parallele. Inizialmente incomprensibili. C’è la certezza di un abbandono, l’attimo in cui si giocano, rigorosamente insieme, più destini in un solo giorno. Il 10 Agosto 1950, durante un viaggio intrapreso per far visita alla famiglia in vacanza a Rimini, in un tragico incidente automobilistico perse la vita il padre del regista, Angelo Avati, ed insieme sua nonna materna Francesca. Le possibilità di un’esistenza, di un futuro ancora da scrivere. Accade a Sant’Arcangelo di Romagna, nella stessa curva e nello stesso giorno in cui Giovani Pascoli, nel 1867, perse tragicamente suo padre. Ecco dove il cammino, il sentiero tortuoso, dopo la sua biforcazione confluisce nella via maestra, verso un’insperata meta. Verso un luogo chiamato casa, dove qualcuno ti chiederà se hai mangiato e hai freddo.
Nella necessità di questa speranza si ritrova la “grande invenzione”. Non è di un disvalore che stiamo ragionando, tessendo l’elogio ambiguo della “bugia buona”. Il sottile limite fra la speranza e l’illusione è davvero invisibile, Avati questo lo sa bene. La “finzione”, ben nascosta come un trucco di prestigio, è necessaria alla poetica come e meglio di un luminoso artifizio. È il deus ex machina. Non serve per distrarre, per mettere in sordina, me per sottolineare. Per continuare.
È una finzione tenera. Peccato veniale. Come affidare la verità a un nitrito: il nome del colpevole alla cavalla storna che fu dei versi antichi. Giorni che si rincorrono, in fantasie bambine, per vite che s’intrecciano sotto lo stesso cielo. Anche il cinema è questo, in fondo, la possibilità di una confutazione. La rivincita sul reale, sul dolore inflitto e l’oblio. Non è una fuga, un allontanarsi, ma una correzione.
Ecco, dunque, la “grande invenzione”: in qualche modo risarcisce e consola, ci ricompensa alla fine del lungo rito. Dopo aver staccato il biglietto, dal buio della sala fino alla luce. Come la terra arata. Come la stagione attesa. Proprio come, in fondo, l’arte tutta dovrebbe ancora poter fare. Ricorrendo la bugia di un’emozione, convincendoci nel camminare a ritroso. Una volta di più verso il sole.
Senza tempo.

Pupi Avati, La grande invenzione. Un’autobiografia, Rizzoli, Milano 2013, 389 pagine, 18 €

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