di Sandro Moiso

sangue 1.jpgIn un paese in cui l’indicazione montanelliana del votare per il meno peggio, pur turandosi il naso, è diventata regola universale più per la sinistra che per la destra, ci si dimentica che il campo della politica, intesa come scontro tra le classi e nelle classi per la ripartizione e la gestione della ricchezza socialmente prodotta, è un terreno feroce di scontro in cui i risultati materiali contano spesso molto più degli ideali. Soprattuto, in periodi di forte polarizzazione degli interessi, quando i dati economici e le strutture sociali contano molto di più dei principi etici e morali.
Anche per la maggioranza degli elettori.

Così, i simpatizzanti della sinistra sembrano spesso ignorare che i cambiamenti e le rivoluzioni procedono per accumulo di elementi, tensioni e contraddizioni che, pur inevitabilmente destinati ad esplodere, non sempre seguono traiettorie ideali. Infatti gli avvenimenti di grande portata difficilmente possono essere guidati secondo le logiche del desiderio e dell’ideale, ma possono essere al massimo (e non è poco) previsti e anticipati.
A partire da queste fin troppo sintetiche osservazioni, vale la pena di svolgere ancora alcune considerazioni sul significato e le possibili conseguenze del voto del 24 e 25 febbraio.


Bersani e Berlusconi hanno perso complessivamente 10 milioni di voti, che sono, complessivamente i voti che ha acquisito la lista 5 Stelle. La Lega è rimasta in piedi soltanto in una delle regioni più conservatrici e corrotte d’Italia e grazie ai voti e ai buoni auspici di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere. Monti è entrato in Parlamento per un soffio e quasi il 26% degli aventi diritto al voto si è astenuto. Il vaso di Pandora della politica italiana è stato scoperchiato e tutte, o quasi, le contraddizioni contenute al suo interno sono fuoruscite dando vita a uno dei peggiori incubi della società borghese: l’ingovernabilità.

Nella più totale assenza di lotte e di organizzazioni politiche in grado di catalizzare “a sinistra” lo scontento sociale questo era il massimo che ci si potesse aspettare. Dopo questo risultato il PD dovrà fare i conti con l’enorme insoddisfazione presente tra una buona parte degli elettori che gli sono rimasti (fino ad ora) fedeli. Berlusconi è uscito comunque fortemente ridimensionato e la Lega è ridotta a numeri insignificanti su scala nazionale. Monti, nonostante l’appoggio del Presidente della Repubblica, troverà difficile una permanenza prolungata sullo scranno di Presidente del Consiglio. Il vincitore è Grillo, ma ha vinto davvero?

Ha raccolto i voti del popolo delle partite IVA e delle piccole e medie imprese.
Ha raccolto i voti degli artigiani, di tanti pensionati e di un bel po’ di giovani delusi o alle prime armi con il voto. Ha raccolto i voti di operai, lavoratori con contratto a termine, precari, disoccupati e, probabilmente, degli esodati. Ha raccolto i voti di chi si oppone al TAV e a tante altre opere inutili. Ha raccolto i voti degli indignati, di qualche fascista e di chi vuole tagliare le spese militari. Mai si era visto in Italia un insieme tanto eterogeneo. Se non nel dannunzianesimo e nel fascismo delle origini: arditi, piccoli borghesi, nazionalisti delusi, ex-anarchici, sindacalisti rivoluzionari, socialisti, studenti, proprietari e imprenditori. Anche se il paragone oggi rischia di essere abusato e troppo spesso sbandierato da chi vorrebbe salvaguardare il vecchio status quo parlamentare.

Ora per Grillo si tratta, però, di tenere insieme il tutto e, come si può già cogliere dalla strategie mediatiche e politiche messe in atto in questi giorni dal novello vate, lo può fare, per adesso, soltanto proseguendo di rifiuto in rifiuto. Ogni uscita, ogni dichiarazione espressa da uno dei nuovi parlamentari rischia infatti, come nel caso del neo-eletto capogruppo al senato, a proposito della possibile fiducia ad un governo tecnico, di entrare immediatamente in rotta di collisione col Capo.
D’altra parte ogni tentativo di esplicitare uno dei qualsiasi progetti grillini (come accade se si analizzano i programmi per la scuola o per le pensioni e i dipendenti pubblici) rivela immediatamente la scarsa coerenza, la confusione e la sostanziale dipendenza degli stessi dalle prospettive di salvaguardia dei conti dello Stato e del mercato. Forse, come ha detto la neo-eletta capogruppo alla camera a proposito del fascismo, quello che conta per il nuovo gruppo parlamentare è mantenere alto il senso dello Stato e il suo “buon funzionamento”, ma questo è destinato a cozzare frontalmente con le intenzioni, i bisogni, le richieste e l’immaginario di un elevato numero di elettori del Movimento 5 Stelle.

Questa è la sostanziale debolezza del movimento grillino: il dover rappresentare istanze talmente diverse tra di loro da rischiare di veder saltare ad ogni istante gli equilibri raggiunti al proprio interno e che reggono, per ora, soltanto in virtù del fascino e delle abilità dialettiche del leader, senza poter contare, pensando ad un altro possibile paragone, sulla rete di parrocchie ed oratori che è servita così bene, in passato, a tenere insieme le differenti anime del mondo cattolico nella DC. Grillo ha fracassato i maggiori partiti e, in particolare, l’immagine popolar-democratico-proletaria del PD, ma ora deve pagarne le conseguenze, sapendo che il suo elettorato non è omogeneo e che può mantenere la propria fede “stellare” solo sulla base di risultati concreti.

Il fascismo, per quanto il paragone possa servire, fu facilitato dalla missione “anti-bolscevica” di cui si fece portatore: le mille contraddizioni potevano essere sacrificate in nome del “pericolo rosso”. Un nemico politico, individuabile, reattivo, combattivo e antagonista del modello proposto dal maestro di Predappio. Che la DC ereditò in toto a partire dalle elezioni del 1948.
A differenza di allora, però, oggi il pericolo vero, per la maggioranza degli elettori, è rappresentato dalla crisi economica, dall’austerity proposta a livello europeo per contrastarla e dai tagli ai posti di lavoro, ai salari ed ai servizi pubblici.

Mentre un vero nemico politico per Grillo non esiste o, almeno, non esiste come minaccia diretta: PD, PdL, Monti, Napolitano si sono tutti prostrati ai piedi dei vincitori reali proponendo alleanze, programmi di governo, proposte politiche tutte tagliate sulle misure (e nei limiti del possibile) del comico genovese. E per quanto tutti si dimostrino in varia forma contrari all’ipotesi di taglio dei rimborsi elettorali, nessuno può credere davvero che la soluzione dei problemi posti dalla crisi economica possa davvero passare attraverso il risparmio di qualche centinaio di milioni di euro oppure la criminalizzazione o la moralizzazione forzata di Scilipoti e De Gregorio. Neppure il più sfegatato elettore disceso dalle stelle.

Il presunto, per ora, “fascismo” grillino non dipende dunque da problemi di democrazia interna o dall’accentramento intorno al programma. Né tanto meno può essere rilevante o giustificata la polemica sulle abilità politiche dei candidati a 5 Stelle. Polemica che sembra voler più continuare a giustificare una “casta” politica atta a governare, ma che cozza con i mille insegnamenti della storia, delle rivoluzioni e delle lotte in cui sono stati spesso degli sconosciuti ad assumersi la responsabilità di decisioni improvvise, necessarie e rilevanti. No, non è questo.

Il problema sta, piuttosto, nel programma o, meglio, in un programma troppo vario e vasto per far sì che possa essere patrimonio comune di tutti i suoi rappresentanti. Insomma non c’è “dittatura” del programma nel Movimento 5 Stelle, così come non c’era nel fascismo, e la similitudine è resa possibile proprio dalla comune confusione di proposte (che nel 1924 fu però corroborata dall’aiuto offerto da un “listone” creato ad hoc) e dalla necessità di accentrare tutte le decisioni nelle mani dell’unico uomo in grado di gestire il carico di evidenti contraddizioni e, nel caso specifico dei grillini, cazzate (per es. le strisce nel cielo oppure i microchip inseriti nei cittadini americani per controllarli).

In fin dei conti il movimento di Grillo mira, sostanzialmente, a presentarsi come un “partito del lavoro” o meglio lavorista. In cui i produttori, operai ed imprenditori, artigiani e popolo delle partite IVA si dovrebbero alleare in nome del sovrano interesse nazionale e della lotta alla corruzione. In questi giorni sono stati citati a iosa esempi di prosa fascista facilmente riferibili agli attuali atteggiamenti del leader 5 Stelle, però occorre risalire al gennaio del 1919 per trovare, per la prima volta, un partito dichiaratamente di destra che si fregia del titolo di Partito del Lavoro. E’ il Deutsche Arbeiterpartei (DAP), Partito tedesco dei lavoratori.

Gli operai istruiti e residenti hanno diritto ad appartenere al ceto medio. Tra gli operai e i proletari deve essere tracciata una netta linea divisoriaIl grande capitale deve essere salvaguardato in quanto dà lavoro e pane, purché lo sfruttamento non sia spinto fino al punto da rendere impossibile al lavoratore un’esistenza umanamente dignitosa…Il DAP lotta con tutte le proprie forze contro l’usura e l’aumento speculativo dei prezzi, contro tutti coloro che non creano alcun valore e che guadagnano somme ingenti pur non lavorando né col braccio né con la mente. La lotta è diretta contro i fannulloni inseriti nello stato…Per questi fannulloni la Germania e il suo popolo costituiscono soltanto oggetto di speculazione, come del resto le frasi ad effetto da loro pronunciate nei partiti…Ogni tedesco deve sentirsi libero, deve capire come la prosperità non stia nelle frasi o nelle vuote locuzioni pronunciate nelle assemblee nelle dimostrazioni o in occasione delle elezioni. Il nostro più grande desiderio è di trovare un libero benessere fondato su di un buon lavoro, di aver sempre un piatto pieno e di veder crescere ben i nostri figli”.**

Rozzo? Sicuramente. Semplicistico e populista? Altrettanto.
Con vaghe tracce di riformismo socialisteggiante? Ancor più.
Distante dai discorsi di Grillo? Non troppo, considerati gli adeguamenti alla modernità che occorre fare per adattare il contenuto della comunicazione al pubblico odierno.
Pubblico odierno che è costituito da un 65% di italiani cui il reddito non basta più per giungere alla fine del mese e che per questo motivo devono indebitarsi o intaccare pesantemente i propri risparmi. Oppure dal popolo delle partite IVA ovvero di coloro che lavorano “in proprio”.

Soltanto nel corso del 2012 sono state aperte 549mila nuove partite IVA di cui 211mila intestate a giovani, spesso al primo impiego. Lavori che, quasi sempre, di autonomo hanno ben poco e che nascondono rapporti continuativi in cui a guadagnare sono le aziende che possono così risparmiare sui contributi e sulle liquidazioni. Eppure, eppure…destinati a creare tra coloro che le aprono una sorta di antagonismo con il lavoro garantito, con un susseguente fuorviante adeguamento a nuove condizioni di schiavitù lavorativa che diventa quasi la rivendicazione della propria professionalità.
Lavori che si sviluppano nella totale “assenza di dinamiche di socialità*** e che riducono il lavoratore a contratto o pagato a servizio prestato a mera appendice di una catena produttiva in cui non può rivendicare neppure una socializzazione dei diritti o delle rivendicazioni. Ognuno per sé, il capitale per tutti o, ancora meglio, “lasciate che si scannino per il posto, sarà il capitale a riconoscere i suoi”.

Categorie, lavoratori a partita IVA o lavoratori del ceto medio impoveriti dalla crisi, che non possono ancora o non vogliono riconoscersi come proletari e, tanto meno, in iniziative di classe, ma in un unico grande imbonitore e protettore sì. Berlusconi portato nel mondo del lavoro, attraverso la rete e non per mezzo delle Tv. La Lega, in fin dei conti aveva già svolto un simile ruolo, vicino a quello del DAP tedesco, negli anni novanta, ma era rimasta collegata alle regioni del Nord. Grillo l’ha portata su scala nazionale e non si capirebbero altrimenti le ragioni dell’affermazione del Movimento 5 Stelle nelle patrie della Lega Nord.

E’ già stato detto in altri interventi, ma vale sempre la pena di ripeterlo: anche in assenza di un partito o di una formale organizzazione politica antagonista, la lotta di classe esiste e cerca di esprimersi, magari in forme e manifestazioni inadeguate o addirittura contrarie ai suoi scopi reali. Spesso la lotta di classe non ha coscienza di sé stessa e utilizza il primo strumento che le passa per le mani, ciò che è già pronto. Come una mano che afferra un sasso o un bastone, per difesa o offesa, là dove sarebbero necessarie ben altre armi. Una sorta di “attrattore fatale” per il cui tramite riesce ad ottenere lo stesso dei risultati, che occorre però saper leggere in prospettiva.

Ecco, perciò, alcuni fatti che dovrebbero, per ora, fare positivamente riflettere:

1) A differenza di quanto avvenuto in Grecia, le agenzie di rating non si sono, per ora, scagliate come belve affamate sui titoli italiani. Il peso politico ed economico dell’Italia in Europa è enorme e far fallire quello che è stato, fino all’altro giorno, il secondo paese industriale del continente è un rischio che nessuno in realtà vuole correre, anche solo a livello di consumo delle merci o delle tecnologie prodotte in Germania. Per intenderci, gli elettori di Grillo, circa 10 milioni, corrispondono a poco meno dell’intera popolazione greca, 11 milioni.

Il segnale di rifiuto delle politiche di austerity, una volta tenuto conto dell’elevato astensionismo registrato nelle elezioni politiche italiane, è forte. Tanto da rivelare immediatamente come in forme diverse, dal Portogallo alla Spagna e dalla Grecia alla stessa Germania, il fenomeno potrebbe riflettersi a breve.
Lo spread e il debito spaventano meno di un anno fa e le agenzie di rating devono così rincorrere Grillo facendo affidamento proprio sul suo ruolo anti-denotante (denunciato qui su Carmilla sin dal 6 novembre 2012, Vuoto a perdere), mentre Draghi dalla BCE afferma, cosa impossibile fino a poco tempo fa, che i mercati non sono spaventati e accettano i risultati delle elezioni italiane.

2) Napolitano e Monti, e in genere i tecnici, hanno perso molto del loro fascino e anche in caso di un nuovo mandato tecnico a breve, non potrebbero agire con la stessa libertà di cui hanno usufruito durante il primo mandato. E gli stessi partiti che li hanno precedentemente mantenuti in piedi e che hanno coperto ogni loro orrore sociale ed economico, oggi hanno capito che c’è troppo da perdere dal punto di vista elettorale continuando a spalleggiarli. Da qui discendono, infatti, le demagogiche asserzioni di Bersani e D’Alema, che dimostrano come le giravolte del politiche del PD (alias Ds alias PCI) siano sempre e soltanto dovute a questioni di mantenimento poltrone e di posizioni di rendita, parlamentari e non.

3) Nel caso di elezioni anticipate, poi, anche Grillo dovrà stare ben attento alle promesse che potrà davvero mantenere, poiché, per quanto l’elettorato delle partite IVA, delle piccole e medie imprese del nord-est e del nord-ovest e dell’artigianato dell’Italia centrale possa essere significativo, potrebbe non essergli sufficiente per vincere definitivamente e, viceversa, le promesse che potrebbero attrarre alcuni settori potrebbero stornarne altri. Anche se, trasversalmente, si potrebbero già individuare le componenti di un eventuale sostegno “esterno” al nuovo salvatore della Patria nelle agenzie di rating internazionali e in una parte degli organi di informazione e del mondo politico. I voltagabbana non muoiono davvero mai.

4) Se i movimenti non vorranno rimanere alla finestra del teatrino parlamentare, si aprirà obbligatoriamente una nuova fase di lotte e di riflessioni su ciò che i movimenti sono, su come e cosa possano ottenere e, soprattutto, su cosa significhi una reale rappresentanza politica antagonista e quali scopi debba avere. Anche perché, è evidente, una parte del trionfo di Grillo è dovuta ad un’ideologia movimentista acefala che ha esaltato la rete, i social network e il “fare” in sè e per sé, senza tenere conto dei fini e dell’organizzazione politica necessaria al loro raggiungimento.

Certo i tempi sono stretti, ma lo sono per tutti: anche per Grillo e le sue bufale.
L’ha già urlato, con disperazione, un disoccupato del Sulcis ed è stato ripreso nel titolo di quest’intervento: il tempo delle finzioni e della rappresentazione sovvertita del reale sta finendo. Ma una finestra si è aperta per una ripresa della lotta di classe, grazie anche al fallimento di tutti i catafalchi della sinistra parlamentare, e, a breve, potrebbe presentarsi l’ora delle scelte, fuori e dentro il parlamento; e così come i No TAV**** non potranno accontentarsi solo di promesse, anche i disoccupati, i lavoratori, i precari, i giovani ed i pensionati, che per Grillo hanno votato, potrebbero separare la loro strada dalla sua.

Capitale e lavoro nella teoria rivoluzionaria sono, soprattutto in Marx, politicamente separati e nemici. Riunirli in un blocco unico di interessi è sempre stato il compito del populismo e del fascismo.
Tocca agli antagonisti farsi ora carico di proposte, progetti e sfide decisive. In un momento in cui i nemici di sempre sono particolarmente deboli (non c’è governo stabile, non c’è unità politica d’intenti e non c’è nemmeno un papa) e in cui il “nuovo” non si è ancora pienamente affermato.
Per questo motivo diventa interessante l’ingovernabilità e non per altro.
Anche tenendo conto del fatto che il più è già stato dato e che dopo questa crisi la situazione economica, sociale e politica internazionale non sarà più la stessa.
E nemmeno quella nazionale e personale.

Attenersi all’evidenza della storia è l’unica via per superarne positivamente le contraddizioni e andare oltre i limiti imposti dal più parassitario e pernicioso dei modi di produzione, mentre la disperata difesa di posizioni di rendita e la paura di perdere il poco che ancora si ha non potrà che rendere più doloroso e lungo il cammino di tutti. In fin dei conti non è stato il 99% a imporre la situazione economica attuale, ma ora potrebbe finalmente offrirsi una nuova occasione per scegliere la via migliore e più breve per giungere al superamento della lunga agonia del capitalismo. Afferriamola!

*Gridato da un disoccupato del Sulcis in televisione e citato da Antonio Padellaro in La fine è (quasi) nota, Il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2013

** Direttive del DAP del 5 gennaio 1919, riportate in Ernst Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Il Mulino, Bologna 1970, pp.48 — 49

*** Sergio Bologna, Mario Banfi, Vita da Freelance, Feltrinelli, Milano 2011, pag.12

**** Basta scorrere i famosi 20 punti del programma di Grillo per accorgersi che sia il TAV, che gli F-35 e l’Ilva di Taranto non sono tra le urgenze del movimento Five Stars e che gli 8 punti del programma di Bersani proprio ad alcuni di quegli altri 20 cercano (probabimente senza successo) di adeguarsi.

N.B. Mentre finisco di postare questo intervento sento le voci di Santoro, Lerner, Travaglio, Rosy Bindi e di piccoli imprenditori rovinati dalla crisi levarsi sempre più alte, celebrando, contemporaneamente, il funerale del vecchio sistema dei partiti, e del PD in particolare, e l’affermazione data per certa del nuovo movimento. Appunto, come volevasi dimostrare.

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