di Nicola Lorusso

Amianto cop.jpg[Riporto di seguito la recensione/lettera di mio padre sul romanzo “Amianto. Una storia operaia” di Alberto Prunetti. Il libro era arrivato per posta qualche settimana fa a Milano, ma io vivo in Messico e non potevo leggerlo. Quindi mio padre ha cominciato a sfogliarlo, poi a leggerlo e divorarlo. Ne è uscita una recensione che è anche una lettera all’autore e un testo per fare memoria. Poi, parlando con Alberto, mi sono fatto un’idea delle tante altre persone che sono state toccate dalla storia operaia di Amianto, un romanzo vero come la fabbrica, la vita, il lavoro, il sudore e anche la morte. A questo link raccomando la lettura di altre belle testimonianze di operai, pensionati, insegnanti, disoccupati, precari, contadine, insomma di lettori e persone che hanno voluto raccontare, ricordare e scrivere. Fabrizio Lorusso]

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Carissimo Alberto, sono Nicola, lavoratore in pensione, tuo lettore e papà di un tuo amico. Alcuni mesi fa, ho ricevuto il tuo libro, Amianto. Una storia operaia, che mio figlio Fabrizio avrebbe voluto recensire, ma, come tu sai, è in Messico e quindi lo farà quando viene in vacanza in luglio. Se mi permetti lo faccio io, non so se ci riuscirò, ma comunque ci provo.

Da tempo non riuscivo a leggere un libro tutto d’un fiato. Il titolo “Amianto. Una storia operaia” mi ha incuriosito e così ho iniziato a sfogliare qualche passaggio. Poi la storia mi ha preso totalmente perché anch’io sono stato un operaio e guarda caso ho la stessa età del Renato, tua padre e protagonista di queste pagine, in quanto sono nato nel 1945.

Ho lavorato come tipografo compositore a mano per 35 anni, nell’ambito artigianale per oltre 12 anni. Le condizioni di lavoro erano drammatiche per la presenza di polvere di piombo sprigionata dai caratteri mobili che si usavano per le impaginazioni e anche per le esalazioni di benzene che gli inchiostri emanavano, rendendo tutto l’ambiente una vera camera a gas.
La sola protezione che ci veniva offerta, da contratto, ironicamente era “un litro di latte in busta paga” da parte di chi sapeva ma taceva agli occhi del mondo. Perché il latte?

Nelle tipografie si usavano gli inchiostri che erano a base di petrolio e, per far sì che la stampa sulla carta si asciugasse velocemente, venivano addizionati con toluolo e xilolo derivati dalla raffinazione del petrolio: erano dei veri e propri carburanti per motori a scoppio e quindi emanavano esalazioni invisibili molto volatili.

La base dei materiali per le composizioni tipografiche, che allora si facevano completamente a mano, era composta da una fusione di piombo puro. Solo intorno agli anni settanta la base fu mischiata con antimonio e quindi il materiale era meno morbido e perdeva meno scorie. Moltissimi vecchi tipografi si ammalavano di silicosi, patologia molto nota nell’ambiente, ma non c’era ancora “l’idea” di risolvere il problema tutelandosi con misure di sicurezza adeguate che per fortuna negli anni successivi furono rese obbligatorie. La situazione migliorò notevolmente e non era amianto.

In uno dei contratti di lavoro fu inserito un punto che diceva testualmente che l’azienda doveva provvedere a che il lavoratore avesse il suo litro di latte. Alcuni “illuminati” avevano stabilito che il latte era una soluzione “ideale” contro tutti i malesseri provocati dalla ingestione di quei veleni. Una vera puttanata, la gente continuava a morire. Ma ciò non era possibile per la cattiva organizzazione dell’approvvigionamento, quindi si stabilì che ove non si potesse fornire quel liquido bianco “miracoloso”, l’azienda avrebbe dovuto inserire in busta paga il corrispettivo in denaro.

Eravamo giovani, inconsapevoli del pericolo invisibile e nascosto da tutti, una guerra insensata ci aveva lasciati poveri di tutto ma orgogliosi del nostro futuro. La mia fortuna, a differenza del Renato, è stata l’approdo al Corriere della Sera dove era tutto sindacalizzato e quindi l’ambiente, sia pure con qualche pecca, era relativamente sotto controllo con appositi accorgimenti antinfortunistici ed ora fortunatamente sono qui a raccontare il tuo libro.
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Uomini come Renato, che hanno ingerito polvere di amianto nelle acciaierie di Piombino e in quelle di Taranto, che hanno respirato veleni nelle raffinerie liguri e negli stabilimenti di Casal Monferrato, sono stati traditi dai loro padroni, ma mai hanno abbandonato il loro ideale. Il loro credo era il lavoro a tutti i costi per mantenere la loro famiglia e creare le condizioni per dare un futuro migliore ai propri figli.

Renato ha avuto momenti bellissimi in gioventù, in una delle sue uscite serali al dancing Cardellino di Castiglioncello ci fu l’incontro con la giovanissima Nada che segnò in positivo alcuni momenti della sua vita. Ne era orgoglioso e lo raccontava a tutti. Adorava i suoi figli e le corse in bicicletta, il calcio lo coinvolgeva perché il suo Alberto era un campioncino e, appena ne aveva la possibilità, lo seguiva e lo incitava (e menava pure) durante le partite di pallone dove primeggiava.

Le tantissime scorribande con gli amici al bar, la trasferta in montagna al monte Amiata con la famiglia, i mondiali dell’ottantadue con quelle bevute memorabili degli operai del cantiere, dove la grappa e il vino scorrevano a fiumi per ogni gol di Paolo Rossi. Una vita e giovinezza senza soste. Ma arrivò un declino improvviso e la tristezza per la perdita della sua vocazione, il lavoro, e del posto fisso.

Poi la riorganizzazione e una lenta risalita. Infine, prima di potersi godere i frutti dei suoi anni di lavoro, la drammatica diagnosi che smorza l’entusiasmo di una vita vissuta intensamente. Una vita ricca di quegli ideali alienati dall’intransigenza di un padrone vigliacco che lentamente ha ucciso Renato Prunetti, uno dei più grandi saldatori tubisti di tutti i tempi.

E’ giusto che tu abbia scritto la storia del Renato che poi è la storia di moltissimi ragazzi del ’45 ed è anche giusto che tutto il mondo rifletta sugli orrori subiti dai lavoratori dal dopoguerra ad oggi sperando che non si ripetano più.
Con affetto, Nicola Lorusso.

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