di Mauro Baldrati

lincoln.jpgDurante e dopo la visione di Lincoln sorge una domanda, che si ripete come un’eco: Perché?
Perché grandi masse di pubblico italiano corrono a vedere un film girato da un americano, con un’estetica americana, una sceneggiatura americana con stereotipi americani, per gli americani (viva gli americani)? Non basta rispondere che siamo un popolo colonizzato. Né la pesatura del nome Spielberg. Né che dipende dall’importanza dell’argomento, la fine dello schiavismo in America. Lincoln in realtà è una lunga opera teatrale sul gioco del potere, sulle procedure, sul “lavoro sporco” che può essere funzionale al “lavoro pulito”, quello che da sempre genera l’estetica americana sull’ideale, l’etica della frontiera, la solitudine dell’eroe. Una parte importante, purtroppo, la gioca il coro più o meno unanime, omologato, della “critica” cinematografica mainstream. Un plot già scritto che viene via via adattato al film americano di turno che “deve” essere straordinario, imperdibile, indispensabile, interpretato da attori-semidei, scritto da sceneggiatori ispirati, girato da registi in stato di grazia. E’ tutto al massimo: lo “scarafo nella brodazza” uguale alle penne all’arrabbiata, allo spezzatino allo zenzero, alle cicale fritte. E se proprio non convince ci si limita a stemperare un po’ gli aggettivi, a riassumere la trama.
Vale a dire: l’insipienza di qualsiasi forma di critica.


Non che Lincoln sia un film scadente, mal diretto o male interpretato. Al contrario: Spielberg è un fuoriclasse. Ha curato i dettagli, gli arredi, la verosimiglianza dei costumi e degli ambienti con puntiglio. Anche i dialoghi, in un inglese aulico, benché si perda in gran parte del doppiaggio. Gli attori poi sono a loro volta dei fuoriclasse, Lincoln (Daniel Day Lewis) è un personaggio riuscito, ben doppiato dall’attore Pierfrancesco Favino. Un personaggio che vive di vita propria. E Stevens, il conservatore radicale che sembra Jerry Rubin, è interpretato da un Tommy Lee Jones in gran tiro. Ma tutto questo non basta per sostenere quasi tre ore di opera teatrale. E soprattutto, dopo l’accanimento col quale si descrivono le manovre sotterranee per approvare l’emendamento che metterà definitivamente fine allo schiavismo, sorge nuovamente la domanda: perché?

Perché Lincoln era così determinato? Era spinto da una forza messianica, ma non si capisce di quale origine. E’ disposto a tutto, per ottenere il risultato: corrompere chi voterebbe contro l’emendamento, mentire, falsificare. Il film è un susseguirsi di manovre, incontri (con perdita del controllo da parte dello spettatore sprofondato in poltrona, oppresso dall’afasia, che non riesce a seguire il martellamento di nomi e personaggi e riferimenti spesso appena accennati), dibattiti infuocati al Congresso, insulti, umorismo, scene familiari (con la moglie di Lincoln interpretata da Sally Field, salutata dalla “critica” come un miracolo vivente, in realtà un personaggio abbastanza noioso e inutile). Ma il presidente non recede di un millimetro. Rimandare la votazione dell’emendamento farebbe cessare immediatamente la guerra civile, perché si ostina? Questo è un punto centrale, una pagina lasciata in bianco. Così come le motivazioni degli anti-abolizionisti non trovano risposta, a di là di una superficiale indignazione per la pretesa “uguaglianza” tra gli uomini. Lo spettatore resta scombussolato, abbastanza incredulo mentre la fase finale del film si avvita, per l’ennesima volta, nell’idealismo stereotipato americano, con Lincoln che dice “siamo di fronte alla storia.” Quale storia? Quella della catarsi, con la votazione dell’emendamento che sale, sale, su verso l’infinito, verso il paradiso dell’ideale, con tutte le facce che diventano ispirate, mentre sembra di sentire la voce fuori campo che declama: “gente, questa è l’America”?

In realtà la motivazione principale, l’unica veramente solida, viene taciuta. C’è solo un fugace accenno di un delegato sudista, verso la fine del film, che non lascia traccia. I nordisti (coi repubblicani conservatori in prima fila) volevano la fine dello schiavismo non solo perché era stato abolito nel resto del mondo, ma per abbattere l’economia degli stati aristocratici del sud, fondata sul latifondo a costo zero. Volevano quelle terre, quelle risorse, per espandere il loro modello capitalista fatto di padroni, di una borghesia intermedia e di un proletariato. E ne avevano bisogno subito. Qui e ora. Resisteva il pregiudizio, resisteva il rallentamento della storia, ma a quella ci pensava lui, l’uomo della storia. Di quanto importasse agli antischiavisti nordisti della libertà e dell’uguaglianza di “tutti” gli uomini si vedrà dal trattamento che sarà riservato ai neri liberati, diventati i nuovi schiavi del sottoproletariato, e dal razzismo che detterà legge per un secolo a venire.

Ovviamente non si pretende da un film un andamento didascalico. Né che sia riduttivo e schematico. Ma oltre due ore di dialoghi serrati ignorando il vero problema, con un accanimento sulle procedure, sulla perfezione degli arredi, sull’eccellenza della recitazione, sulla grandeur del personaggio, lascia un che di vuoto, di superfluo, di pedante, di reticente, di tempo sprecato.

E la sequenza impietosa si conclude con l’ultimo perché, all’uscita dalla sala: perché questo paese (il nostro) non riesce a emanciparsi dai venditori di miracoli?