di Danilo Arona

OrsonWellesDailyNews.jpg1) «Il 25 gennaio del 1938, tra le sette e le nove di sera, una prodigiosa aurora boreale fu osservata nel cielo di quasi tutta Europa. Un evento che si protrasse con brevi intervalli sino all’una e mezza di notte. Solo a Parigi, testimoniano le cronache dell’epoca il fenomeno non venne rilevato a causa delle nuvole e della nebbia. Si trattò dapprima di una strana luce scarlatta che salì da levante, il cui rosso si distese a nord e a nord-est per cambiarsi subito dopo in raggi di luce bianca. Il cielo si trovò a poco a poco a essere invaso da una sorta di marea d’argento nella quale si alternavano in successione tutte le sfumature dello spettro. Uno spettacolo così prodigiosamente esteso colpì vivamente lo spirito e la mente di chi lo vide. Il suo carattere straordinario diede l’impressione di una violazione delle leggi della natura, e molti vi lessero il marchio di un intervento soprannaturale.
A Vienna e in Jugoslavia si rinnovarono scene analoghe a quelle dell’anno Mille. Si credette a una precipitosa Apocalisse, a un’invasione di extraterrestri, a una manifestazione su vasta scala del Maligno. L’impressione generale, dalla Gran Bretagna sino alla Grecia fu che un immenso cataclisma si fosse scatenato chissà dove. A Londra tutte le caserme dei pompieri aspettavano i segnali d’allarme. In Normandia si pensava che fossero andati in fiamme i serbatoi di carburante della costa. I pescatori nordici raggiunsero in fretta i porti più vicini.

Il fenomeno risultò così esteso che gettò l’allarme dal Portogallo alla Svezia, dalla Spagna all’Olanda. La Baviera, l’Austria e i Balcani ne registrarono gli effetti elettromagnetici, conseguenze che interessarono soprattutto le comunicazioni telefoniche e telegrafiche tra l’America ed Europa, interrotte per tutta la notte. Barometri e bussole impazzirono un po’ dappertutto. L’umanità, perlomeno in Europa, ebbe l’impressione di essere stata sorpassata nei suoi mezzi e nelle sue norme, come se qualche intervento sconosciuto avesse dato una dimostrazione della sua potenza. Una prova talmente spettacolare che il mare stesso sembrava congelato. Molti naviganti riferirono che quell’aurora boreale fu accompagnata da un’assoluta bonaccia dell’oceano, fatto ancora più impressionante perché lo stupore della materia appariva come un omaggio e un atto di adorazione dell’ anima mundi a qualche suprema divinità.» (da L’Anticristo e il giudizio finale di Georges Barbarin, Brancato. Catana. 1991, pag, 89-90)
Anche in Italia il fenomeno fu ben visibile, soprattutto in Piemonte, ma lo si osservò addirittura sino a Napoli. Radio e giornali in tutto il mondo diedero grande risalto all’avvenimento. E grande fu l’impressione soprattutto in America, dove la gente seguiva con preoccupazione l’escalation nazista in Europa. Va però sottolineato che gli americani erano già ampiamente destabilizzati per loro conto a causa delle poco felici vicende interne. Il primo spettro del paese, in quel momento, risultava essere la disoccupazione. Pochi giorni prima del prodigio europeo, il presidente Roosevelt aveva annunciato alla radio che il programma di ripresa economica e sociale avviato nel 1933 stava subendo una evidente battuta d’arresto. Mettendo in guardia chi lo ascoltava “dalla paura di una guerra sull’altra faccia della Terra, dalla paura dell’inflazione, dalla paura degli scioperi nazionali”, il presidente aveva sostenuto che solo lui e il Congresso detenevano il potere di fornire agli americani la sicurezza di cui avevano bisogno
«Non c’è motivo perché un qualsiasi americano si lasci sopraffare dalle proprie paure e permetta che i suoi dubbi e le sue incertezze paralizzino la sua energia e la sua attività», aveva dichiarato Roosevelt, prima di presentare un programma di ripresa nazionale che non sarebbe soltanto servito a risolvere i bisogni economici degli americani, ma anche a salvaguardare “le loro libertà personali”, ovvero il bene più prezioso di ogni americano. E citando esplicitamente l’allontanamento di altre zone del mondo dall’idea di democrazia, con ovvio riferimento all’Europa.
A suo modo si trattò di un’analisi molto acuta delle paure degli anni Trenta. Già nel 1932 il sociologo Walter Lippman si era espresso così:
«L’angoscia che sta stringendo lo spirito degli americani in una morsa non è dovuta soltanto alla perdite finanziarie di cui quasi tutti hanno sofferto dal 1929 in poi. E’ la paura di ciò che sta per arrivare: la paura del salariato di ritrovarsi disoccupato o con uno stipendio ridotto, la paura dell’impiegato di non riuscire a far fronte ai propri impegni, la paura dei cittadini di non riuscire a pagare le tasse o gli interessi sui prestiti, la paura che i risparmi vadano perduti, e così via. Queste paure individuali si diffondono come un’isteria in una folla intrappolata che non riesce a trovare alcuna via di fuga, e la stessa isteria accelera i mali che gli uomini temono.»
Ferma restando l’assonanza delle parole di Lippman con l’attuale situazione economica (americana e mondiale) del 2013, fu pensando a tali preoccupazioni che Roosevelt coniò il suo famoso detto «Niente è più da temere della paura stessa», nel tentativo forse vano di trasformare le angosce reali per il declino economico del paese in uno stato d’animo psicologicamente reattivo.
La paura della paura. Ovvero, una sorta di collettiva mobilitazione psichica. Niente di meglio che “celebrarla” tutti insieme non appassionatamente in una notte di pre-Halloween, il 30 ottobre di quello stesso anno, quando Orson Welles mise in onda la sua celeberrima versione de La guerra dei mondi dalla rete radiofonica della CBS con tutte le disastrose conseguenze passate alla storia.
Una prima, solida spiegazione per gli irrazionali eventi di quella notte va ricercata nell’incredibile efficacia invasiva della radio nel 1938.

2) Il pomeriggio dell’11 settembre del 2001 rientrai nel mio posto di lavoro intorno alle quindici. Premetto che in quei locali non esisteva come non esiste tuttora alcuna televisione. E per combinazione il mio computer si trovava in riparazione. C’era soltanto e c’è ancora una radio in FM sintonizzata più o meno stabilmente su qualche stazione privata che trasmetteva senza troppe parole a commento della buona musica rock di tempi andati. Credo che allora l’apparecchio rimanesse fisso su Radio Capital, ma potrei sbagliarmi. Il che non ha molta importanza.
Al rientro la radio fu accesa e in quattro sperimentammo l’effetto Welles anche se al contrario, perché in quel caso la vita stava imitando l’arte. Mentre Welles nel ’38 aveva compiuto l’operazione opposta.
Dapprima, come capitò a parecchi abitanti del pianeta nessuno vi credette. In milioni sentenziammo che gli speaker stavano lanciando in modo genialmente “citazionistico” un nuovo film di Die Hard. Può sembrare banale il ricordarlo, e in parte lo è. Ma, come ricorda Joanna Burke, mentre nel ’38 la novità del mezzo di comunicazione aveva reso la finzione credibile, nel 2001 non credemmo subito al disastro perché “avevamo già visto tutto quanto”. Al cinema, in TV o nelle immagini della computer graphic, nei videogiochi. E poi, per qualche motivo che se ne sta ancora occultato fra i mondi sottili, nell’immaginario collettivo gli eventi dell’11 settembre erano già stati previsti: in un romanzo di Tom Clancy, in un telefilm spin-off di X Files, in un vecchio film di Carpenter… Nonchè un sacco di film in cui la Grande Mela veniva via via attaccata dai terroristi, da Godzilla, dagli alieni o dalla natura impazzita.
Il fatto fu che, dopo qualche minuto, chi come noi poté usufruire soltanto della radio si rese conto, proprio per la sua forza invasiva, che non si stava ascoltando soltanto una trasmissione alla Welles. Ma qualcosa di “supplementare” perché più vera del reale, in quanto “conteneva” l’evento con un valore aggiunto che era l’immagine “ricreata” del disastro planetario.
Prova ne fu, per almeno un’ora, l’inserzione da parte dei cronisti della radio di un ipotetico “quinto aereo” nello schema d’attacco terroristico agli Stati Uniti. Ripeto, per un’ora circa, grosso modo dalle quindici alle sedici, nel trambusto delle trasmissioni e dei collegamenti che si sovrapponevano fummo convinti da cronisti altrettanto persuasi che un quinto aereo se ne volava dirottato per i cieli americani con obiettivo ignoto. A un certo punto si aggiunse persino la pulce, di brevissima durata, che un’analoga operazione terroristica fosse in atto anche sui cieli dell’Europa. Poi, si fa per dire, tutto si ridimensionò. Soprattutto per me quando riuscii, solo verso le otto di sera, a confrontarmi con un televisore. E vidi scene altamente riconoscibili, già viste al cinema. Perché, citando ancora la Bourke, quell’11 settembre era accaduto qualcosa di straordinario: i film più spaventosi erano divenuti realtà. Ma la radio ci mise in più del suo.

3) Nel 1938 la televisione non aveva ancora colonizzato le case degli americani. La radio risultava essere il vero unico mezzo di uso collettivo del tempo libero. Si stava sviluppando certo il cinema, ma non era alla portata di tutti. E nelle zone agricole proprio non esisteva. Perciò, una volta che scendeva la sera, un sacco di persone si radunavano attorno all’apparecchio radio per ascoltare programmi musicali, notiziari e anche opere di fiction concepite in modo specifico per quel tipo di fruizione. L’immaginario collettivo si andava così forgiando sulle direttive di un cambiamento di “visione” della realtà, ampliando, come scrive Stephen King in Danse Macabre, “i confini di quella regione mentale dove l’immaginazione può essere usata fruttuosamente”. La CBS aveva da poco ingaggiato il giovane Orson Welles che, fresco di studi teatrali, sino a quel momento non aveva saputo calamitare a sufficienza l’attenzione sul suo programma, il Mercury Theatre on the Air, trasmissione settimanale diffusa dall’omonimo teatro di posa di New York, fondato l’anno prima dallo stesso Welles e da John Houseman.
Si potrebbe scommettere che Welles fosse ben a conoscenza del caso di Broadcasting from the Barricades, un radiodramma che nel 1928 aveva seminato il panico in tutta la Gran Bretagna. Si trattava in realtà di un’innocua (sulla carta) satira radiofonica, scatenata da una figura quanto mai insolita per un evento simile, l’ex pastore anglicano trentottenne Ronald Knox. La pièce era stata trasmessa alle sette e quaranta di sabato 16 gennaio dagli studi della BBC a Edimburgo. Dopo un annuncio introduttivo che informava gli ascoltatori che si andava a divulgare una rappresentazione di pura fantasia, la pièce assumeva le sembianze di un notiziario radiofonico, in cui Padre Knox descriveva una folla tumultuosa di disoccupati. La trasmissione iniziava con un gran fracasso seguito da una lezione sulla letteratura del diciottesimo secolo tenuta da William Donkison.
Terminato il monologo, ecco il notiziario. Le notizie su una partita di cricket e su un atto di eroismo nel quale un barcaiolo aveva salvato un bambino dalle acque del Tamigi erano seguite da un servizio su una manifestazione di disoccupati a Trafalgar Square. Il leader della manifestazione, Mr. Popplebury, venne presentato come il segretario del Movimento nazionale per l’abolizione delle code a teatro, e si disse che aveva incitato la folla a saccheggiare la National Gallery.
Al che il gioco continuò in crescendo tra finte edizioni straordinarie sempre più drammatiche e paradossali alternate a “finti” stacchi musicali di un’orchestra che stava suonando al Savoy Hotel. Saccheggio della galleria da parte della folla; lancio di bottiglie vuote contro le anatre che nuotavano nello stagno di St. James Park; imminente rogo sulla pubblica piazza di Sir Theophilus Gooch; demolizione del Parlamento con mortai da trincea da parte dei rivoltosi e crollo della torre dell’orologio che ospitava il Big Ben; impiccagione a un lampione di Vauxhall Bridge Road del ministro dei Trasporti, onorevole Wotherspoon. E, irresistibile dulcis in fundo, invasione da parte della folla inferocita del Savoy Hotel e della stessa BBC.
A riferirla così, possiamo soltanto immaginare quanto Padre Knox e i suoi collaboratori si stessero sbellicando dalle risate. Eppure, quando il programma terminò dopo soltanto venti minuti di durata, gli ascoltatori di tutto il paese furono colti da isteria collettiva e presero d’assedio le stazioni di polizia, le sedi regionali della BBC, gli uffici dei quotidiani e lo stesso Savoy, chiedendo in coro: «Tra quanto tempo verremo investiti dalla furia della guerra civile?»
Ulteriore panico dilagò, seminando per la nazione voci di rivolta. Parecchie donne svenivano e gli uomini più anziani pregavano per la sopravvivenza della Gran Bretagna. In tutto il paese, la gente temeva per la sopravvivenza della metropoli messa a ferro e fuoco, a quanto sembrava, per colpa di una battaglia urbana tra una folla riottosa di disoccupati e le forze dell’ordine.
Per fortuna il terrore collettivo rientrò nel giro di ventiquattro ore. A causa delle proteste di molti ascoltatori della BBC, imbarazzati e furiosi per essere stati presi in giro, i dirigenti dell’azienda furono a cospargersi pubblicamente il capo di cenere. Dichiararono di sperare vivamente che gli ascoltatori che non avevano ascoltato l’iniziale avvertimento sulla pièce inventata accettassero le loro scuse per i disagi causati.
Con evidenza la trasmissione a tutti era sembrata plausibile, colpa anche di effetti sonori del tutto realistici. Ma, qualsiasi alibi possiamo tirare in ballo, la vera ragione di quel panico di massa andava ricercata nel disagio mentale collettivo del momento storico. Tensioni economiche, politiche e sociali; paura verso le sinistre; disoccupazione ai massimi livelli e credibilità totale nei confronti della radio. Un quadro molto simile a quello dell’America dieci anni dopo.
Per la trasmissione della vigilia di Halloween 1938, Welles aveva programmato un vivace e liberissimo adattamento de La guerra dei mondi, la cui sceneggiatura, proprio come Broadcasting from the Barricades, prevedeva la diffusione di un semplice programma musicale in diretta, interrotto di tanto di tanto dal passaggio di brevi e drammatici flash relativi a “un grande oggetto in fiamme apparso nel cielo”, vale a dire un meteorite caduto vicino a una fattoria del New Jersey.

(CONTINUA)

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