di Luca Baiada (da Il Ponte, LXVIII n. 12, dicembre 2012)

Grosz.jpg[Si ringrazia la rivista Il Ponte per la gentile concessione.]

«Marajà, marajà, è arrivato il marajà…», sto ascoltando Vinicio Capossela. Canzone scritta in clima berlusconiano, quando sembra che il prepotente in Italia sia uno solo. Basta abbattere quello, e tutto va meglio.
A novembre, dure prese di posizione di sua moralità Eugenio Scalfari, in una delle illustri omelie domenicali senza neppure un filo di misericordia. Lo spaventa l’ipotesi di un quadro istituzionale con Di Pietro, Grillo, De Magistris, Ingroia e Saviano in posti chiave: escluso Saviano, secondo Scalfari «c’è da rabbrividire e chi può farebbe bene a espatriare». A proposito di espatrio, dicono che il proprietario di «Repubblica» viva in Svizzera.

Quanto ai cinque statisti ipotetici, si salva solo lo scrittore: lavora anche per quel quotidiano. Gli altri, tre magistrati e un comico, al rogo. Ma prendiamo, dei tre magistrati, quello che fa ancora il suo lavoro, anche se non più tra noi.
Antonio Ingroia partendo per un incarico in Guatemala ha detto cose contro la mafia, così ovvie che danno fastidio. In Italia se non inventi qualche scherzo pecoreccio da festa di compleanno, rischi di fare la cosa più pericolosa: dire la verità.
Su una dichiarazione di Ingroia sono già intervenuto un anno fa. Aveva detto: «Non mi sento del tutto imparziale, anzi, di più, mi sento partigiano». Tutto qui? No, più pericoloso, quasi sovversivo: «Borghesia mafiosa e capitalismo mafioso vanno verso un processo di saldatura fra economia criminale e economia legale». Anche allora scandalo, strepito, scomuniche.
Ora non basta che Ingroia se ne vada, occorre che stia zitto, che si dilegui. Si difende sul «Corriere della sera», dicendo ancora cose ovvie, scontate, che però cozzano contro il conformismo in modo così fragoroso da turbare ancora le maestà, specialmente quelle del mondo della comunicazione. «Raglia tutta la marmaglia quando raglia il marajà. […] Ma zittiscono e squittiscono se sternuta il marajà, si stupiscono e svaniscono se si acciglia il marajà…». Capossela, che scilinguagno.
Ci sono persone che è più comodo manipolare da morte che apprezzare da vive. Assassinati e celebrati, Falcone e Borsellino tornano utili come santini devozionali, purché il rito sia sotto il controllo del clero politico e giornalistico. L’abito va giusto sulle misure del corpo mediatico, e poi il nero sfina. Uno dava l’impressione di essere un po’ di sinistra, l’altro prese la parola a un’iniziativa politica del Msi, tutti e due sono stati messi a morte, e quindi anche a tacere, nel momento in cui potevano dare fastidio.
Nel 1992 la parola bipartisan non si usava ancora, ma in Sicilia il colpo doppio Capaci-via D’Amelio anticipa i tempi. Non solo elimina due investigatori scomodi, due che sanno troppo, ma sembra dare una scorciata a quella parte della magistratura che si mischia alla politica, di qua e di là. Non è vero, ma è l’effetto che conta. Capaci-via D’Amelio, un unico patibolo bipartisan, e intorno un coro di carnefici, osti larghi a mescere il sangue e l’inchiostro. In fondo, anche gli assassini di Falcone e Borsellino volevano che i giudici stessero zitti, e dovremmo dimenticarlo? «Forsan et haec olim meminisse juvabit», disse Eleonora Fonseca avviandosi alla forca. Virgilio era di moda, e poi lei vaticinava per i posteri. Oggi rende soldi scrivere per i posters.
I sanfedisti sono ancora fra noi, ma sia chiaro: non si riconoscono dal grido «Viva Maria». Possono anche essere atei, spiritosi, cravatta regimental. Di certo sanno giocare in borsa.
In lunghi anni di potere berlusconiano, il quotidiano «la Repubblica» ha continuato col suo atteggiamento da organo ufficiale delle persone intelligenti, e del partito degli onesti. Ma aveva cominciato prima.
Certo, in un’epoca in cui si vuole tenere impegnati gli italiani col campionato di calcio e il festival della coscia, un giornale con un po’ di succo fa piacere. Eppure c’è qualcosa di sporco, in questo ricatto, in questo effetto calamita verso posizioni snobistiche, intelligenti ma fredde, in questi cervelli senza braccia. Il partito delle teste parlanti, è in realtà un partito di decapitati che continuano a parlare. E infatti qualcosa di quello che c’è dentro sembra un relitto di antichi progetti, ma come sterilizzati, banalizzati e dissanguati.
Una vecchia battuta dice che onesto, intelligente e fascista non possono stare insieme. Un gioco pseudologico un po’ scarsino, ma fa sempre il suo effetto. Ecco, facendo l’intelligente e l’onesto il giornale «la Repubblica» ha costruito con pazienza un clima di ovvietà e di corpaccione valoriale, cacciando nella zona dell’impresentabile qualunque dissenso. O sei berlusconiano, o sei un bastiancontrario, o stai con «Repubblica».
Per capire come sia successo, bisognerebbe andare indietro, molto indietro, all’operazione editoriale iniziata negli anni Settanta, e anche alla linea rigorista di «Repubblica» nel caso Moro, al «partito della fermezza». Chissà, forse si scoprirebbe una curiosa continuità, fra quella posizione e molto altro. Per esempio, l’interminabile chiasso sul comportamento sessuale di Berlusconi quando era al governo, mentre c’era ben altro da dire, e invece si insisteva con le dieci domande, le nuove dieci domande, i «come?» e i «quante volte?» degni di un confessionale. E poi gli atteggiamenti rigidi in politica estera, e poi ancora un sostegno al governo Monti che pare addirittura blindato, celebrativo, agiografico. Anni diversi, temi diversi, certo. Ma il clima è sempre allo stesso tempo falsamente disinvolto e davvero curiale, quinta dell’inamovibilità del potere. Un notabilato intellettuale. Mi vengono in mente quei versi di Majakovskij: «Con il sedere incallito da anni d’inerzia / robusti come lavandini, / vivono ancor oggi, / più cheti dell’acqua».
Bastava che Berlusconi sulla magistratura farfugliasse qualche cosa, e si gridava allo scandalo. Adesso, nel governo della sobrietà, anzi dell’impoverimento del popolo italiano, si chiede alla magistratura un’obbedienza non solo professionale, ma valoriale, ideologica, forse a sfondo religioso, se è vero che c’è qualche tratto purgatoriale o infernale, penitenziale e quaresimale, nel governo del rigore e della tecnica.
Forse è proprio il mito della tecnica, la chiave simbolica della situazione. Il governo è tecnico, siamo nei guai per errori tecnici, ma ci salva una migliore tecnica, purché tutti stiano nelle loro competenze tecniche. Anche la giustizia, deve dunque essere tecnica, e perciò, ovvio: il magistrato deve fare il tecnico, lavori e stia zitto.
Ma non era Berlusconi, a dire che i giudici devono fare gli sgobboni, che devono applicare la legge senza interpretarla, eccetera? Adesso, lo dicono i sostenitori del governo Monti, ma lo dicono meglio, non con quelle parole sciatte, e certo la prosa di Scalfari è più elegante dei borborigmi berlusconiani. Ma per questo, anche più insidiosa: non fa chiasso in un baretto, non si può ripetere dal barbiere, non sono goffaggini per far sobbalzare di risa i petti siliconati nei programmi spazzatura. Però entra placida nel salotto di garbo, in ufficio, nell’anticamera ministeriale. Fa consenso, fa figura, va giù a piombo come il loden di Monti.
Ingroia che se ne va, e soprattutto gli altri magistrati che restano, siano avvertiti: non solo l’indipendenza nelle funzioni, ma anche le dichiarazioni, gli scritti, insomma tutte le componenti del lavoro intellettuale, sono rischiosi e non devono disturbare il potere.
Dentro tutto questo, in filigrana, c’è un discorso più vasto delle diatribe sulla libertà di parola o della condizione delle istituzioni. Un discorso che non tocca solo i magistrati, e neppure i giornalisti e i padroni di giornali. Un discorso per tutti, anzi più che un discorso un silenzio della mente, delle passioni, dei sentimenti.
Il tema riguarda il corpo profondo della società, il suo linguaggio. Si forma una folla indistinta, oppressa dal precariato lavorativo, abitativo, relazionale, erotico, cui è stata sottratta la parola con la colpevole connivenza degli intellettuali, compresi quelli che si baloccano da anni con battibecchi memoriali, picche moralistiche, falsa coscienza. Quelli, per intenderci, che misurano le curve di una signorina di piccola virtù, per indovinare cosa faceva, cosa pigolava, cosa palpava un ometto nella sua villa gremita di guardaspalle e di leccapiedi.
Nei segmenti alti, si vuole un notabilato con un comportamento meccanico come quello degli insetti, gente che applica regole, nel senso più gelido e indifferente della parola. A metà degli anni Novanta un altro fabbricante del bene per se stesso, Massimo D’Alema, ripeteva: «La questione delle regole…», e sembrava che lui sì, avesse capito tutto. Quello slogan, corto come un temperino di fronte a un pachiderma, contribuiva a disarmare gli italiani davanti a un diluvio di ingiustizie. Ma certo, per qualcuno poteva essere un toccasana. Ci sono personaggi che avevano studiato così bene la questione del sol dell’avvenire in un solo paese, che la applicarono alla lettera, andarono più in là e fecero splendere l’aurora soltanto a casa loro. Chissà, magari luminosa come La scoperta dell’alba di Veltroni.
Dall’altra parte di questa china, ci sono le voci migliori della storia italiana, i maestri del Rinascimento e soprattutto Machiavelli, bestia nera di tutti i clericali, anche di quelli atei, ammogliati, pluridivorziati, open-minded, molto friendly. C’è la necessità che l’intellettuale si spenda, che scenda a compromessi, che rischi nelle cancellerie, che si arrochisca nelle curie e si confronti col potere senza stare soltanto in biblioteca.
In fondo, chi chiede al magistrato, al funzionario, al tecnico di fare il suo lavoro senza prendere posizione e senza dire nulla, sta dicendo sottotraccia un’altra cosa. A parlare, a prendere posizione, devono essere gli altri, quelli che non hanno incarichi di potere, anzi quelli che non hanno proprio alcun incarico. Risultato. Molti staranno zitti, o faranno pettegolezzi. Ma i più svegli e fortunati saranno cooptati in un’impresa di comunicazioni, in un importante ufficio stampa, magari in un quotidiano con una lunga tradizione, meglio se con un nome ovvio. C’è l’imbarazzo della scelta. Poco tempo prima che uscisse «il giornale», nel 1972 Marco Bellocchio aveva dato quel titolo a un quotidiano, nel film Sbatti il mostro in prima pagina. È un regista che lavora spesso sulla follia, una chiave espressiva sdrucciolevole, ma che permette di indovinare. E infatti di quei titoli adesso ce ne sono anche altri: un giornale si chiama «foglio», e uno «repubblica». In futuro, un quotidiano di destra potrebbe chiamarsi «inchiostro» o «parole». Uno di sinistra, «costituzione» o «giustizia». Se leggendo questo ti è venuto da sorridere, forse è perché questa idea stuzzica l’attenzione, e quindi potrebbe essere usata. Hai smesso di sorridere?
La questione di cosa sia accaduto all’inizio degli anni Novanta tra mafia e autorità dello Stato non è solo giudiziaria, né di cronaca, né criminale. E non è neppure una storia di cautele verbali come quelle che piacciono ai giornali per strapazzare la cronaca (ripetono: la trattativa, la cosiddetta trattativa, la presunta trattativa).
Insieme a patti immondi, nel 1992-1993 si sono ridefiniti i ruoli dell’ubbidienza e della contestazione, del conformismo e della trasgressione. Perciò quell’indagine non è solo un’indagine, e non riguarda solo né i magistrati né gli imputati. Sul palcoscenico ci siamo tutti, e le quinte sono l’arredo di casa. Allora, col sangue delle stragi, si sono polarizzati gruppi di affari, e anche strutture del lavoro intellettuale. Da una parte e dall’altra, facevano corte allo stesso potere. Se oggi la comunicazione è magra, se gli italiani faticano persino a parlare, se a ogni angolo ci sono le sale giochi, i compro oro e i locali smaglianti che dicono riciclaggio anche ai sordi, è tutta una sola storia.
Anche per questo, viene voglia di difendere Ingroia, pur se nella presentazione del personaggio, come di altri venuti alla ribalta su quella cifra, c’è qualcosa di distorto. In questo senso, diatribe e indovinelli sul suo futuro in politica hanno un saporaccio che ricorda quello degli oroscopi sul gesto di Di Pietro di togliersi la toga in udienza e annunciare le dimissioni. D’altra parte, il lavoro giudiziario quando sale a un buon livello finisce per toccare la società nel suo complesso, ma subito c’è chi grida alla politicizzazione e al tradimento. In questo, Ingroia dice bene «io rivendico la mia partecipazione al dibattito pubblico», e bene denuncia «l’intolleranza verso la libertà di pensiero dei magistrati, arrivata ai limiti della compressione dei diritti costituzionali».
Non è così anche nella medicina? Il dottore per affrontare certe malattie deve occuparsi non solo della parte colpita, ma anche delle abitudini del paziente, anche a costo di essere visto come un seccatore: «Lei fuma?». L’idea che il morbo sia in realtà confuso con la salute e con la vita, è difficile da accettare, anche se Michel Foucault ha spiegato che la medicina diventa moderna quando capisce che proprio il medico e l’ospedale sono i veicoli del contagio. Ma per capire che l’ingiustizia e la giustizia non sono acqua e olio, ma acqua e vino nello stesso calice, bisognerebbe farlo assaggiare a tutti, e non serbarlo sull’altare per i chierici del rito, ben coperto con un piattino in similoro o un cencio di similtoga. Certo, svelato il trucco c’è il rischio che chi assaggia sputi l’intruglio.
Ecco allora i moralizzatori, ecco i giornali delle persone intelligenti, ecco l’apparato mediatico dei costruttori di consenso pronti a difendere la magistratura e la legalità solo quando al governo c’è qualcuno, non qualcun altro, e soprattutto pronti a concentrare la questione della legalità su alcuni temi, non su altri.
Viene in mente George Grosz, formidabile nel denunciare vizi e miserie della borghesia e del fascismo. Ma quando provò a descrivere la vita del popolo, la maestria dell’artista rimase, mentre il tratto pittorico e la forza espressiva scesero di vigore, l’uso dei colori si fece difficile, e a volte i suoi lavori si popolarono di omini insignificanti. Un certo giustizialismo è così, ingigantisce i difetti del potere, ma non riesce a dar voce a un’alternativa.
Un anno fa, scrivevo che la dedizione alla Costituzione rischierebbe di trasformarsi in una trappola, se un’astuzia manovriera riuscisse a stravolgerne il testo. Poi è arrivato il pareggio di bilancio, proprio nella Costituzione. I sostenitori della legalità nelle battaglie di carta, quelli hanno taciuto, anzi hanno approvato, come se potesse esserci giustizia senza redistribuzione della ricchezza. Ed ecco oggi Scalfari, sul pareggio di bilancio: «Il mancato rispetto di quegli impegni sconvolgerebbe non solo l’economia ma anche il nostro assetto giuridico e costituzionale».
Il culto della legge è fasullo, se ci sono chierici che possono aggiustarsi la dea come una bambola gonfiabile. Prima si sfogano a farci ginnastica, poi se la ripiegano e via.
Basta Capossela. Adesso Fabrizio De André, La domenica delle salme: «La scimmia del Quarto Reich ballava la polka sopra il muro, e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutti il culo».

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