di Filippo Casaccia

Nie00.JPGQuesto è un saluto e un piccolo omaggio a uno degli architetti che mi hanno fatto amare un’arte troppo spessa ridotta a mera utilità e guadagno. Oscar Niemeyer è morto a ridosso dei suoi 105 anni, vissuti intensamente, con leggerezza, allegria e intelligenza, come dimostrano le sue opere. Dai soliti tassonomisti è stato arruolato nel Movimento Moderno perché bisogna pur sempre stabilire i capitoli del librone dell’Architettura, ma quasi con un fastidio. Del resto, se veneri l’ascetismo degli architetti scuola Bauhaus che vogliono progettarti anche l’arredo di casa, ti risulterà difficile non considerare eccentrico un carioca che rifiuta gli angoli retti e preferisce l’erotica sinuosità e la morbidezza delle forme. Niemeyer lo ricordava spesso: ogni giorno vedeva dal suo studio l’arco sabbioso di Copacabana, i monti intorni a Rio e le ragazze in spiaggia. Come piegarsi alla geometria pura e semplice delle scatole razionaliste?
Il cemento armato ha una straordinaria capacità: è un materiale plastico, modellabile, che permette di superare la rigidità del mattone e dei muri a piombo. Ti consente di inventare forme, di adattarti alle linee del terreno o di elevarti in parabole immaginifiche. Il limite è la tua fantasia e ai tanti rigorosi maestrini figli di Le Corbusier, Oscar spesso sembrava troppo ludico, quasi infantile nel suo giocare con forme esotiche per gli occhi occidentali.

nie01.jpgLe mie parole non saranno mai all’altezza dell’emozione che si prova di fronte alla capitale metafisica Brasilia, alla flessuosità della Casa das Canoas, alla trasparenza etica del Palazzo di Vetro di New York, alla fantascientifica levità del Museo di arte contemporanea di Niteroi o anche alla pratica allegria del Sambodromo di Rio.
Quando ero studente mi avevano raccontato che nell’ufficio di Niemeyer non c’erano (ancora) computer ma tecnigrafi e temperamatite a manovella agganciati a ogni tavolo. Per lui progettare significava disegnare, a matita, non con AutoCAD, ed era grazie a questa banalissima interpretazione del mestiere che riusciva a scolpire il cemento e a piegare l’acciaio, arrivando, lui ateo, a interpretare la fede cattolica in uno dei luoghi di culto più straordinari mai pensati dall’uomo, la Cattedrale di Brasilia: mani che si levano verso il cielo per celebrare la fede.
E poi Oscar era comunista.
Rifiutava il teutonico concetto di existenzminimum concepito dai maestri del razionalismo, condanna futura a costruire il più possibile al costo minore, perché tanto si era stabilito che la sopravvivenza era assicurata. Bisognava sforzarsi invece di dare a tutti spazio, luce e colori.
Non viveva da ricco e quanto guadagnava lo redistribuiva senza menate ideologiche, tanto da essere considerato un eroe della favelas. Voleva redistribuire anche la bellezza e il piacere di viverla e lavorava perlopiù per enti, governativi o culturali, mai per privati.
Viviamo in un tempo di venerati archistar, spesso autoproclamati (vedi il curioso Massimiliano Fuksas e le sue uscite pubbliche abbastanza risibili), e il nostro paesaggio urbano e morale è devastato da laureati che disprezzano i geometri con la classica spocchia dell’intellettuale ignorante come un piede. La categoria professionale sembra farsi vanto dell’ormai accettata equazione “architetto = puttana”, perché tanto “se non lo facessi io lo farebbe qualcun altro”. Ecco: Niemeyer non ha mai svenduto il suo mestiere e quando, dopo il mandato di Kubitschek (la mente politica di Brasilia), presero il potere i militari, lui se ne andò in Francia, in esilio per oltre vent’anni, senza clamori, a lavorare, a disegnare. Ed era già bello anziano.
Qui da noi si sprecano i riconoscimenti agli architetti, spesso post mortem e ipocritamente agiografici (Gae Aulenti, recentemente definita “severa, soprattutto con se stessa”, mah!) e di Niemeyer, forse, oggi qualcuno si ricorderà. La distanza impedisce di fruire subito della sua arte, ma se vi capita, passate da Segrate e lasciatevi emozionare da quell’opera elegantissima e sincopata musicalmente che si libra sulle acque.
Qual era il segreto di questo gigante dell’arte?
È racchiuso nella parole conclusive di una bella intervista di Giancarlo Summa: era un uomo vivo.
Mi sono convinto che l’architettura non è poi così importante. Quello che conta è la vita, fare ciò che si vuole e si sente, conservando il tempo per poter incontrare le persone care, leggere, scrivere, capire come va il mondo, star bene con se stessi. Quello che è triste è guardarsi indietro e accorgersi di quanti amici e compagni non ci sono più. Quando fu eletto presidente, Salvador Allende mi invitò ad andare a lavorare in Cile, ma avevo degli impegni in Europa e non potetti accettare. Poi venne il golpe, e lui fu ucciso con il mitra in pugno, lottando. Questa è la gente che conta nella storia. Io so solo disegnare bene“.

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