di Sandro Moiso
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Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)

Un’affermazione violenta, superba, categorica, vera: l’intellettuale francese l’aveva scritta nel suo libro più famoso, quattro anni prima di morire in guerra.
Anche oggi, quasi quotidianamente, l’immagine felice e gioiosa della gioventù, che il marketing televisivo e l’idea borghese del mondo vorrebbero trasmettere, è messa in crisi dalla realtà dei fatti economici, sociali e politici.

Non importa che Monti si sforzi di affermare, davanti alla platea della Bocconi, di essere dalla parte dei giovani e che tutte le scelte del suo governo sono state fatte per favorirli: bastano le parole della ministra Fornero e i dati sull’occupazione a smentirlo.
Non importa che la ministra Cancellieri si sforzi di incontrare gli studenti: sono le violenze poliziesche a smentirla. Non serve che il ministro Profumo dica di stare operando per un rafforzamento e miglioramento dell’istruzione: è lo stato delle scuole pubbliche italiane a smentirlo.


Le manifestazioni sempre più frequenti degli studenti e gli scontri con le forze del dis/ordine che ne conseguono bastano, poi, da sole a dimostrare che quella illusoria felicità giovanile non è più di casa né in Italia né nel resto d’Europa.
Il disagio giovanile oggi si manifesta principalmente attraverso le lotte in difesa del diritto all’istruzione, nel rifiuto dell’enorme debito pubblico accumulato, soprattutto, con gli interessi pagati sui titoli di stato e nella richiesta di un lavoro che, attualmente, semplicemente non c’è.
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Però uno dei motivi, più o meno inconsci, che agitano la gioventù odierna è sicuramente il sopravvivere di una società che esalta, apparentemente, l’individuo unico e irripetibile per, poi, schiacciarlo sotto il peso delle sue difficoltà economiche, lavorative, affettive e familiari attraverso l’incertezza del futuro e delle condizioni di vita ( e non solo di lavoro) che si delineano all’orizzonte
Una società che divora, letteralmente, i suoi giovani, privandoli di una qualsiasi prospettiva che non sia soltanto quella della miseria economica, morale e politica in cui la vedono sprofondare ogni giorno di più.

Il lavoro dovrebbe essere la principale attività della specie umana, quella che la distingue dalle altre specie animali. Ma l’unica cosa che distingue l’uomo dall’animale, permettendogli di progettare l’ambiente e la realtà che lo circonda, diventa, sotto il regime sociale capitalistico, un’attività coatta, non libera, estraniata, continuamente ricercata e rifuggita.
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Il lavoro alienato fa dunque dell’essere dell’uomo, come essere appartenente a una specie, tanto della natura quanto della sua specifica capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso rende all’uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la natura esterna quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano. Una conseguenza immediata del fatto che l’uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l’estraniazione dell’uomo dall’uomo. Se l’uomo si contrappone a se stesso, l’altro uomo si contrappone a lui […] Dunque nel rapporto del lavoro estraniato ogni uomo considera gli altri secondo il criterio e il rapporto con cui egli stesso si trova come lavoratore. […] Col lavoro estraniato l’uomo costituisce quindi non soltanto il rapporto con l’oggetto e con l’atto della produzione come rapporto con forze estranee ed ostili, ma costituisce pure il rapporto in cui altri uomini stanno con la sua produzione col suo prodotto e il rapporto con cui egli sta con questi altri uomini. Come l’uomo fa della propria produzione il proprio annientamento, la propria punizione, come pure fa del proprio prodotto una perdita, cioè un prodotto che non gli appartiene, così pone in essere la signoria di colui che non produce sulla produzione e sul prodotto ”.
(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi 1968, pp. 79 – 84)

Essere separati dal lavoro e dal suo prodotto significa essere separati dal proprio futuro, poiché non si può contare su una vita sociale autonoma; significa vedere annichilite le proprie potenzialità che rimangono sprecate, non utilizzate; significa veder mortificate le proprie energie proprio nel momento in cui potrebbero esprimersi al grado di rendimento più alto. Qui sta il nocciolo di tanti comportamenti giovanili che non si esauriscono soltanto nelle proteste e nelle manifestazioni di piazza.
Il giovane separato dal lavoro non può che volerlo mentre allo stesso tempo lo odia perché è fonte del suo disagio mentre ne osserva le conseguenze su coloro che da esso sono schiavizzati.

L’impatto giovanile con il lavoro è in genere traumatico perché non vi è ancora stata assuefazione allo sfruttamento.
La disoccupazione giovanile, la difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, l’enorme discrepanza tra titoli di studio acquisiti e le speranze in essi riposte e gli impieghi effettivamente offerti, il tutto accompagnato dalla chimera della fama, del successo e della carriera, fanno sì che spesso siano proprio i giovani in cerca di una prima, introvabile, occupazione a sperimentare sulla propria pelle le contraddizioni di una società in cui gli esseri umani sono costretti a vivere separati dal proprio lavoro e dal prodotto dello stesso, ovvero separati da ciò che dovrebbe costituire la manifestazione specifica dell’essere umano.
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Questa separazione che il capitalismo ha reso naturale, così come quella altrettanto artificiosa tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, costituisce una distorsione di quella che dovrebbe essere la realtà della specie. Il prodotto intellettuale, scientifico o artistico, del ricercatore o dell’artista non è assolutamente mai separato dall’attività dell’intera società e quindi dal lavoro manuale e di oggettivazione. Non la precede, ma la accompagna fin dai primordi della specie. E’ soltanto la necessità di mantenere il basso costo del lavoro manuale, inteso come bruta forza lavoro necessaria alla valorizzazione del capitale, a far sì che questa innaturale separazione sia esaltata e glorificata.

Dunque, col lavoro estraniato, alienato, il lavoratore pone in essere il rapporto di un uomo che è estraneo e al di fuori del lavoro, con questo stesso lavoro. Il rapporto del lavoratore col lavoro pone in essere il rapporto del capitalista — o come altrimenti si voglia chiamare il padrone del lavoro — col lavoro. La proprietà privata è quindi il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato, del rapporto di estraneità che si stabilisce tra il lavoratore, da un lato, e la natura e lui stesso dall’altro. La proprietà privata si ricava quindi mediante l’analisi del concetto di lavoro alienato, cioè dell’uomo alienato, del lavoro estraniato, della vita estraniata, dell’uomo estraniato […] Quindi riconosciamo pure che salario e proprietà privata sono la stessa cosa, poiché il salario, nella misura in cui […] retribuisce il lavoro stesso, non è che una conseguenza necessaria dell’estraniazione del lavoro […] Il salario è una conseguenza immediata del lavoro estraniato e il lavoro estraniato è la causa immediata della proprietà privata, Con l’uno deve quindi cadere anche l’altro” (Karl Marx, op. cit.)

E’ un Marx giovane quello che scrive queste pagine, ventiseienne, e, forse, proprio la furia dell’età gli permette di cogliere al volo tutto quello che diverrà, poi, l’oggetto della sua ricerca filosofica, economica e politica futura.
I movimenti e gli episodi di ribellione spontanei della gioventù percepiscono, infatti, come soffocanti ed insopportabili le manifestazioni fenomeniche più odiose degli attuali rapporti di classe e, soprattutto, colgono con estrema chiarezza la manifesta contraddizione esistente nell’appropriazione privata del prodotto del lavoro e dell’agire sociale.
E’ una percezione istintiva, naturale che, spesso, le generazioni adulte hanno perso nell’abitudine al lavoro e allo sfruttamento causata da anni di sottomissione alle regole dell’esistente.
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Poichè il lavoro estraniato rende estraneo all’uomo 1) la natura e 2)l’uomo stesso, la sua propria funzione attiva, la sua attività vitale, rende estranea all’uomo la specie; fa della vita della specie un mezzo dela vita individuale. In primo luogo il lavoro rende estranee la vita della specie e la vita individuale, in secondo luogo fa di quest’ultima nella sua astrazione uno scopo della prima, ugualmente nella sua forma astratta ed estraniata. Infatti il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva stessa appaiono all’uomo in primo luogo soltanto come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l’esistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita della specie. E’ la vita che produce la vita. In una determinata attività vitale sta interamente il carattere di una specie, sta il suo carattere specifico; e l’attività libera e cosciente è il carattere dell’uomo […] Il lavoro estraniato rovescia il rapporto in quanto l’uomo, proprio perché è un essere cosciente, fa della sua attività vitale, della sua essenza soltanto un mezzo per la sua esistenza […] La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita“(K.Marx, op. cit. pp.77 – 79)

Paradossalmente ai giovani non serve studiare per poi capire: se tutti quelli che hanno studiato, poi, avessero capito oggi non saremmo certo al punto in cui ci troviamo.
Lo dimostra la maturità e, allo stesso tempo, l’ironia con cui hanno saputo affrontare una situazione difficile come quella creatasi, a Roma, sabato scorso. Ancora una volta abbandonati, se non dai COBAS, dai partiti e dai sindacati istituzionali, timorosi di un nuovo ’68 o peggio di un nuovo ’77, hanno saputo far valere le proprie ragioni a dispetto delle minacce della ministra e del prefetto Pecoraro.

Ed è proprio questo aspetto, dei giovani studenti e non, a spaventare: i juvenile delinquent degli anni’50, i capelloni degli anni ’60, i terroristi degli anni ’70 e i bamboccioni choosy di oggi, tutti egualmente e, di volta in volta, sorprendentemente determinati.
E’ un aspetto importante, perché non è soltanto questione di energia, passione e, talvolta, di incoscienza; perché ogni nuova generazione, pur messa di fronte ai problemi creati dalla divisione della società in classi, li affronta con strumenti e comportamenti nuovi, adeguati alle nuove situazioni createsi e destinati a spiazzare sempre l’avversario.

Comportamenti che, nel prossimo futuro, se i dati forniti nei giorni scorsi, in occasione della presentazione del bilancio sociale dell’INPS per il 2011, saranno confermati, sono destinati a modificarsi e a radicalizzarsi ancora. Tali dati affermano che chi si trova oggi tra i 19 e i 34 anni rientra in quella non piccola categoria di sette milioni di persone che a 67 anni non riuscirà nemmeno ad aver accumulato 15 anni di contributi e per le quali si prospetta non solo una vita da disoccupati, ma una vecchiaia da fame.

Il governo attuale, e quelli fotocopia che verranno, se nessun rivolgimento sociale avrà posto la parola fine alle scelte devastanti in campo economico, sociale e politico da esso/i operate, non possono promettere dunque altro ai giovani che disoccupazione e miseria. Altro che lavorare per loro!?
La perdita del senso reale della vita sotto la schiavitù capitalistica, la fine di qualsiasi prospettiva e progettualità diventa, sempre più, il motivo reale dello scontro: perché vi sono ormai spinte irriducibili a qualsiasi trattativa, da una parte e dall’altra, che finiranno obbligatoriamente col portare ad uno scontro diretto con lo Stato.

Le analisi sociologiche di un tempo sono state, sempre più spesso, sostituite dall’insulto puro e semplice. I giovani senza denari e senza lavoro non costituiscono più un target interessante per quello stesso mercato che in precedenza li aveva esaltati e corteggiati.
La giovinezza di cui si parla alla Bocconi e nei comizi mediatici ricorda la controrivoluzionaria jeunesse dorée o la giovinezza cantata dagli inni fascisti, quando non addirittura quella delle olgettine , più che quella reale.
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Quest’ultima, nel suo mutevole e perenne manifestarsi, rappresenta invece tutto ciò che l’ordine costituito vorrebbe soffocare, abolire, rimuovere, dimenticare, ma che, direbbe Pirandello, è soltanto la manifestazione della vita che si rivolta contro la forma.
E non vi sono, attualmente, urna elettorale, partitino, partitone o setta mediatica, e neppure falsi giovani e rinnovatori alla Renzi, che possano attualmente rappresentarla e limitarla poiché è la manifestazione immediata della specie, vera e reale, che si ribella alla maschera e alle mascherate imposte da un modo di produzione odioso che ha fatto il suo tempo e che, sopravvivendo, è destinato a diventare sempre più disumano.

Appendice: The Other Side of This Life

Would you like to know a secret just between you and me
I don’t know where I’m going next, I don’t know who I’m gonna be
But that’s the other side of this life I’ve been leading
That’s the other side of this life.

Well my whole world’s in an uproar, my whole world’s upside down
I don”t know where I’m going next, but I’m always bumming around
And that’s another side to this life I’ve been leading
And that’s another side to this life

Well I don’t know what doing for half the time, I don’t know where I’m going
[…]The ten cent life I’ve been leading here gonna be the death of me
But that’s the other side of this life I’ve been leading
And that’s another side to this life

Così i Jefferson Airplane reinterpretavano, nel 1968, una canzone originariamente scritta da Fred Neil, modificandone significativamente il testo. Divenne un inno dei loro concerti e il senso è tutto lì in quei versi che dicono:
Bene io non so cosa faccio per almeno metà del mio tempo e non so dove sto andando,
Questa vita da dieci centesimi che sto conducendo qui sarà la mia morte
Ma c’è un altra vita che sto cercando di vivere
E che costituisce l’altra faccia di questa vita

Si diceva prima che Marx aveva 26 anni quando scriveva uno dei suoi testi più significativi, di cui proprio la ricerca dell’altra faccia della vita costituisce il nodo centrale.
Forse erano alla ricerca di un altro aspetto della vita anche Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Amy Winehouse e Jim Morrison.Tutti morti a 27 anni.
Già 26/27 anni momento centrale della creatività giovanile: quello in cui ci si riesce ad esprimere oppure in cui si muore, magari non fisicamente, ma socialmente e psicologicamente . E 26 anni e mezzo e la media tra i 19 e i 34 di cui parlano, tristemente, le statistiche INPS sopra citate.
Altro che maledizione del rock, questa è la maledizione del capitale, il morto che ancora cammina.

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