di Sandro Moiso
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Feste di piazza
le carte colorate
gli sguardi sempre ben disposti
a dolci ed aranciate…

Solidarietà, sostantivo fantastico e buono per tutti gli usi.
Gli operai polacchi della fine degli anni settanta ci costruirono su un sindacato che sfidò il Cremlino e il generale Jaruzelski pur di ottenere diritti e paghe diverse dal poco allora concesso alla classe operaia dei paesi del socialismo reale: Solidarnosc.
Il suo leader, Lech Walesa, ferventemente cattolico e dedito ai pellegrinaggi collettivi al santuario della Madonna nera di Czestochowa, ebbe però, dopo la caduta del muro e dell’U.R.S.S., tutto il tempo per dimostrare il livello di infamia cui poteva giungere il cattolicesimo polacco unito al più bieco nazionalismo.

Eppure Little Steven Van Zandt, primo grande chitarrista di Springsteen, ci costruì sopra un gran pezzo di musica, “Solidarity”, in uno dei suoi primi dischi da solista.
Erano gli anni di “We’re the World”, quando artisti famosi come Springsteen, Dylan, Michael Jackson, Lou Reed ed infiniti altri si univano in coro per salvare i bambini poveri dell’Africa e del terzo Mondo. Commoventi, patetici, infingardi nel creare un’abitudine che avrebbe delegato le proteste sociali e di piazza ai megaeventi — spettacolo di beneficenza.


I capintesta con i distintivi sfavillanti
si sbracciano come dannati
solo per sentirsi più importanti…
Sale sul palco il numero 24 della lista
che per far presa sulla folla continua
a ripetere: è ora di finirla adesso basta…
Tutti d’accordo, e si può andare avanti
e come previsto dal programma
arrivano i cantanti…

Concerti, benefattori illustri e pop, come Bono, Sting e il cane morto Bob Geldof, avrebbero convinto l’opinione pubblica dei paesi “ricchi” che, insomma, tutto era questione di solidarietà, amicizia e buoni sentimenti. Così, con un bel passo indietro, l’elemosina veniva elevata a strumento universale per il raggiungimento dell’eguaglianza e della salvezza.
Perché sbattersi, perché infuriarsi? Bastava rivolgersi ai promoter dei grandi eventi musicali e tutto sarebbe venuto da sé.

I contadini americani soffocavano sotto una valanga di debiti? Bene bastava farci su un bel Farm —Aid e tutti i problemi della crisi della piccola e media agricoltura americana si sarebbero risolti.
Solidarity, appunto. E così Johnny, Steve, Bobby e infiniti altri presero la via del fucile e della resistenza armata benedetta dalla Bibbia. Sì, davvero efficace il Farm — Aid e i risultati li si raccolgono adesso con i retrogradi e razzisti membri del Tea Party.
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Certo si potrebbe dire che tutto era cominciato con i three days of love, peace and music di Woodstock, seguiti dal festival dell’isola di Wight e dagli infiniti concerti che, anche qui in Italia, si organizzarono mescolando politica, movimenti, canne e musica. Quelli che un’organizzazione defunta ormai da trentasei anni chiamò Festival del proletariato giovanile e che un inesperto Alan Sorrenti affrontò stoicamente sotto una pioggia di insulti, bottigliette e monetine.

Già, il giovane proletariato era attivamente critico anche in quelle occasioni che, grazie a ciò, non si trasformarono mai in riti di sottomissione alle star di turno. Né, tanto meno, quei giovani freak politicizzati furono meno critici nei confronti degli sponsor, come la gigantesca sarabanda di corpi nudi e polli confezionati (Arena? Valle Spluga?) coinvolti in una colossale partita di calcio, senza squadre e senza porte, dimostrò al Parco Lambro. But those were the days.
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David Zard, a quell’epoca il più importante impresario di concerti rock in Italia, sospese le sue costose iniziative dopo i ripetuti scontri tra i giovani selvaggi che volevano entrare gratis e le forze dell’ordine davanti ai palazzetti dello sport, dall’acustica cementificata e pessima, dove si sarebbero esibiti Led Zeppelin, Santana e gli altri big.
Lo stardom incrociava la molotov e il sanpietrino e non sempre apprezzava.

Meglio, molto meglio, per il tipo di solidarietà di cui qui si parla, erano i Festival dell’Unità.
Porchetta, partito e tanta, tanta solidarietà. Il trionfo del catto-comunismo e di Peppone e Don Camillo. Salsicce e sorrisi, pacche sulle spalle e “fai un’offerta compagno?!”.
Magari ci si era picchiati qualche giorno prima all’Università o alle porte degli stabilimenti FIAT e ci avevano pure chiamati provocatori e fascisti, ma lì si era in pace. Il panino unto, sgocciolante e caldo costituiva il wampum, il sacro lasciapassare tra le diverse tribù di comunisti o presunti tali.

Da quei festival ai megaeventi, in Italia, il passo fu breve.
Così mentre il comunismo della salsiccia declinava dopo il crollo del muro, insieme al suo partito più rappresentativo in Occidente, gli spettacoli musicali cominciarono a prevalere sulle manifestazioni di piazza. Insomma dalle lotte alle “Feste di piazza” cinicamente e realisticamente cantate da Edoardo Bennato nell’omonima canzone.

Adesso il turno di quello un po’ introverso
che mentre si esibisce stancamente
pensa che è solo tempo perso…
E tutto ad un tratto arriva l’attrazione
la gente applaude nervosamente
per mascherare un po’ di delusione…

E invece vai con il primo maggio in piazza San Giovanni.
Chi se li ricorda più i Martiri di Chicago?
Chi se li ricorda più gli operai incarcerati o morti per rivendicare il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e, soprattutto, della loro dignità?
Quella è muffa, roba vecchia…insomma chissenefrega!

Oggi la solidarietà e altra cosa , basta telefonare da casa, parlare con il conduttore televisivo del Telethon di turno oppure cullarsi davanti a Francesco Pannofino o Nina Zilli o Caparezza.
Dall’altra parte dell’Atlantico sono un po’ più fortunati perché hanno l’onnipresente Springsteen, ma ciò che conta davvero è che “Il medium è il messaggio” e che Marshall Mc Luhan trionfi.
In piazza San Giovanni, per il sindacato italiano, dal 1990.

tutto è finito, si smonta il palco in fretta
perchè anche l’ultimo degli addetti ai lavori
ha a casa qualcuno che l’aspetta…
Restano sparsi disordinatamente
i vuoti a perdere mentali
abbandonati dalla gente…

Poi arrivano le catastrofi, più o meno naturali come avrebbe detto Patricia Highsmith, e lì siamo alla manna delle feste solidali. L’uragano Sandy per i New York o il terremoto per l’Emilia. Cazzo! Che grandi occasioni per festeggiare eh?
“Italia Loves Emilia”: 22 settembre 2012. 150 mila partecipanti. Code infinite di auto in entrata e in uscita. Pelù è risorto e i giovani fans attendono il miracolo.

Che non è avvenuto visto il diniego dimostrato negli ultimi tempi da Germania, Gran Bretagna, Finlandia, Olanda e Svezia nel metter mano al portafogli, anzi al Fondo di solidarietà europeo, per risarcire 670 milioni di euro per i danni subiti dall’Emilia a causa del terremoto.
Vabbè, i primi quattro sono quelli cattivi e spietati, ma la Svezia? Non è il paese della socialdemocrazia e della solidarietà la Svezia? O forse aveva ragione Stieg Larsson e anche quello è un bel paese di merda?!
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O forse non è tutta una truffa questa idea cattolicheggiante e bigotta di solidarietà? O non lo è, forse, anche questa Europa Unita che tanti sacrifici richiede, ma che non concede mai nulla? Non è che, per puro caso, questo tipo di “caritatevole” solidarietà sia sempre e solo a senso unico?

Da chi non ha a chi ha già troppo? Dai lavoratori alle banche? E se ne invertissimo senso e significato e tornassimo ad una solidarietà attiva e non passiva, come lo sciopero europeo del 14 novembre ci ha suggerito?
E se si passasse dalla solidarietà delle feste al far la festa alla carità ed alla società che la promuove?!

Dedicato a tutti i lavoratori, gli studenti e i giovani che il 14 novembre, nonostante le cariche, gli arresti, i fermi ed i feriti, hanno partecipato al primo grande sciopero europeo contro le politiche di austerità.

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